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venerdì 6 maggio 2016

EMERGENZA CULTURA: BASTA OLIGARCHIE, BARONIE E IMPRENDITORI DI SE STESSI

Giuseppe Allegri

Emergenza cultura: si crede che bastino i fondi pubblici. Il bisogno di una rivoluzione contro il corporativismo e il mito del creativo in carriera. L'alternativa allo Stato non è il mercato, o viceversa. Oggi più che mai serve riscoprire  invenzione sociale, economica e istituzionale.

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In questi giorni è emergenza cultura, per la manifestazione del 7 maggio, ma è praticamente un'emergenza permanente.

Era di oltre dieci anni fa, inverno 2004, la lotta francese alla “guerra contro le intelligenze e la cultura”, che ebbe una vasta eco in tutta Europa e attraversò anche i precari movimenti dell'Onda studentesca e delle università italiane, le mobilitazione di precari-e delle grandi catene di distribuzione, come dei servizi alle persone (call center e non solo), per arrivare alle intermittenti dello spettacolo e del lavoro culturale che nei primi anni Dieci si ripresero teatri, spazi pubblici, sale cinematografiche in dismissione. Era la stagione delle mobilitazioni europee per affermare una nuova idea di società e di attività operose, che permettesse di sfuggire ai ricatti del lavoro povero, a partire dalla valorizzazione di conoscenze e saperi messi in condivisione.

sabato 2 aprile 2016

PREAMLETO: LA VITA DENTRO E OLTRE SHAKESPEARE

Il Console

Una serata che riconcilia con quel Teatro capace di sfidare i classici. Michele Santerano e Veronica Cruciani si misurano nella (ri-)scrittura e nella regia di tutto quello che accade prima dell'Amleto scespiriano, a quattrocento anni dalla morte dell'inarrivabile Bardo. È un testo formidabile e una messa in scena coinvolgente e commovente. Che dà la parola allo Spettro, prima che diventi tale.

Divenire saggiamente folli
Siamo dentro una sorta di cuneo nel palcoscenico, bunker grigio di cemento armato, con rumori in lontananza, attraversato da feritoie, porte aperte e chiuse, fasci di luci ed ombre che incorniciano i protagonisti, evocando atmosfere espressionistiche, simbolismi senza tempo, e l'eterna attualità del potere, delle sue follie e dei suoi fallimenti: relazionali, familiari, parentali, politici, istituzionali. Al centro il Re Amleto, colpito da una stupidità e dimenticanza che può avere il nome di Alzheimer, ma che a noi fa pensare a quel motto da burla permanente del nostro amato Thomas Bernhard in Estinzione, nel dichiarare che dopo i quarant'anni si dovrebbe essere proclamati vecchi pazzi, buffoni, liberi e indipendenti.

martedì 8 dicembre 2015

DAL MACERO ALLA PROPOSTA: LA CARTA DEI DIRITTI DEL QUINTO STATO


Questa storia è incredibilmente bella. La decisione dell'editore Ponte Alle Grazie di mandare al macero il Quinto stato ha dato una nuova vita a questo libro.

Salvato dal rogo, la rete Macero No ha liberato il libro. E la ha messo a disposizione dei lettori che si organizzano: a Padova, Prato, Roma. E altrove, c'è da crederci. Viene considerato un interlocutore per dare forma alla nuova condizione del lavoro indipendente.

***La storia: il quinto stato, salvato dal macero

Le partite Iva, i freelance oggi possono leggere un libro che sviluppa un racconto storico, e non solo la cronaca di una trasformazione. Loro cercano un immaginario diverso dal quadro reazionario  o vittimistico, sulla precarietà e da quello tutto start up e futura burocrazia di Stato specializzata in innovazione sociale.

Tutto questo è stato mandato al macero. Il messaggio è chiaro. In Italia sono questi i generi da usare per raccontare il lavoro e il non lavoro: la sfiga, oppure un viaggio con l'agenzia viaggi per fughe dalla realtà nella Sylicon Valley. O sei Mrs o Ms Facebook, oppure sei un nulla. Questo macero non è una pratica per liberare il magazzino e metterci altra roba. 

Questo macero e' un atto politico. E a questo atto politico stiamo reagendo raccogliendo la solidarietà in tutta Italia contro questo editore e contro l'industria editoriale italiana che funziona allo stesso modo. I libri si producono, si bruciano. Non conta cosa c'è scritto. Noi pensiamo e creiamo libri in un altro modo.

A Padova, a Prato, a Roma - e altrove, c'è da crederci - ci si organizza, indipendentemente dall'agenda dei luoghi comuni e degli stereotipi italiani. Partendo dalla vita di chi si sta inventando forme di coalizione per praticare una piena cittadinanza sociale. 

Parleremo della "Coalizione 27 febbraio", un nuovo spazio di confronto e rivendicazione formato da associazioni di freelance, liberi professionisti, lavoratori indipendenti. Parleremo della proposta nascente sulla "Carta dei diritti del lavoro indipendente". 

***Quinto stato: lettera all'editore che manda al macero il libro (Tiziana Drago)

Il governo Renzi sostiene che sta lavorando a uno "Statuto del lavoro autonomo professionale". I diretti interessati rispondono con una controproposta: bene, ma perché non pensare ai diritti, al Welfare, al fisco, alla previdenza di chi lavora in maniera indipendente: precari, part-time, autonomi o parasubordinati? 

Ecco cosa c'è di nuovo in Italia: stanchi della lagna sull'assenza di rappresentanze, o della polemica contro le vecchie rappresentanze di categoria, stanchi dei professionisti del nuovo, sono i singoli che prendono parola e cercano nuove strade. 

***L'intervista a Radio Onda d'Urto: le idee non si macerano

Ecco gli appuntamenti, per ora:

Venerdì 11 dicembre, presentazione allo Sportello del Lavoro Indipendente e Parasubordinato - SLIP-ADL di Padova, via Toti 3, fermata tram Borgomagno, alle ore 18.30.Titolo: "Il Quinto stato e la carta del lavoro autonomo"

Sabato 12 dicembre, presentazione del Quinto Stato all'Aut Bar in Via Filippino, 24, a Prato, organizza Left Lab, alle ore 18,30

Domenica 20 dicembre, "Libertà e lavoro dopo il Jobs Act" dibattito sul Quinto stato al L/ivre festival a Esc Atelier in via dei Volsci 159 alle ore 18,30.

*** No Macero: tutelare i freelance, forza-lavoro del futuro

mercoledì 11 novembre 2015

SCRIVIAMO INSIEME I DIRITTI DEL LAVORO AUTONOMO

Roberto Ciccarelli

Un atto pubblico di cittadinanza a Roma, Esc Atelier, 14-15 novembre. La Coalizione 27 febbraio organizza e promuove un atto pubblico per scrivere i diritti del lavoro autonomo: Lo statuto che non c'è. Se ben articolato lo statuto potrebbe essere un'occasione per i lavoratori intermittenti, precari, a termine, prestatori d'opera occasionali, il vasto mondo del quinto stato

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Lo statuto del lavoro autonomo professionale annunciato dal governo Renzi punta ad ampliare le coperture su maternità, pagamenti in ritardo, spese per formazione e le tutele per le malattie gravi per chi lavora con la partita Iva. La bozza redatta dal giuslavorista bocconiano Maurizio Del Conte conferma le dichiarazioni rilasciate in un incontro con le associazioni dei freelance l'11 ottobre e sarà accompagnato da una riforma del regime fiscale agevolato per gli autonomi, un rimedio al pasticcio creato dal governo l'anno scorso. Dovrebbe essere sospeso l'aumento dei contributi Inps al 27,72% e si parla di un'equiparazione dei freelance e parasubordinati della gestione separata agli altri autonomi, commercianti e artigiani, con l'aliquota al 24%. In attesa che la discussione sulla legge di stabilità confermi gli annunci, si è aperta la discussione su uno statuto che promette di essere la prima misura normativa decisa in Italia da molto tempo. I lavoratori autonomi possono conquistare un avamposto utile per chi non è autonomo, ma lavora precariamente.

mercoledì 28 ottobre 2015

TUTELARE I FREELANCE, FORZA LAVORO DEL FUTURO

6 Novembre 2015, ore 18 Libreria Piuma di Mare - via Ostiense 124, Roma - presenta "IL QUINTO STATO SALVATO DAL MACERO!" L'incredibile storia di un libro attualissimo mandato nei forni delle cartiere per il macero.
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Partecipano gli autori Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri con Francesca Pesce (Acta), Andrea Dili (Associazione XX Maggio) Francesco Raparelli - (Camere del lavoro automo e precario di Roma) Giulia Bucalossi (Indicom) Cosimo Matteucci e Valentina Restaino (Mobilitazione Generale degli Avvocati - MGA), Lazzaro Pappagallo, segretario di Stampa Romana.


La storia di un libro attualissimo mandato al macero

Il Quinto Stato è un libro che a distanza di due anni dalla sua pubblicazione rimane attuale, perché descrive la condizione di precarietà dei lavoratori indipendenti e mostra alcune decisive soluzioni per tutelare i diritti e le forme di vita in cui si darà il lavoro per tutta la prossima generazione.

domenica 26 luglio 2015

REMO REMOTTI, NOSTRO ANGELO CUSTODE

Giuseppe Allegri


Da settimane vorrei scrivere di Remo. Ma le parole non vengono.

Remo Remotti poeta, artista, scultore, scrittore, quindi attore, grande affabulatore, performer indisciplinato e gioiosamente innamorato della sua mamma, delle donne e della vita, dichiarato matto dai custodi del grigiume quotidiano, ma saggiamente folle come un antico bardo alla conquista del mondo. E di Roma. Andata e ritorno. 

Perché Remo Remotti è per me Roma. Da quando lo vidi per la prima volta, Remotti/Freud che vive a casa con la mamma nello splendido Sogni d'oro di Nanni Moretti. Quindi sul finire degli anni Ottanta arrivai nella capitale, da provinciale, e incappai in Mamma Roma Addio, monologo da lacrime agli occhi, che poi Remo declamò sul tappeto sonoro dei Recycle, in uno dei più potenti crescendo musicali e poetici che si possano tuttora sentire.

Anche se in quell'epocale EP, titolato (Mamma) Roma addio, una bella versione è anche quella titolata Volemo lavora'?, con Remo che urla: “Volemo lavora'? Pronti!? Senti! Domanda a tutti: la faccio Roma, pure? La rifamo? Allora parto co' Roma e annamo via, va'!” Un intercalare che divenne il ritornello preferito dei nostri figli, ai tempi uno infante e l'altra agli albori dell'adolescenza.
E proprio dei figli parlai a lungo con Remo.

martedì 13 gennaio 2015

CERCO UNA NUOVA GALASSIA ELECTRO-POLITICA E ASCOLTO PROPAGANDA

Il Console 


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Dalle stanzette ai Basements, dai club alle Warehouse, dalle etichette musicali arriviamo a nuove galassie elettroniche. Il nostro critico musicale preferito insegue la sua (nostra) ossessione: creare il progetto di una nuova stagione politica, artistica e culturale. La immagina in questa recensione del nuovo disco dell'ensemble romano YOUAREHERE: Propaganda


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lunedì 11 agosto 2014

QUANTO COSTA LA FIDUCIA DEL TEATRO VALLE


Roberto Ciccarelli

Dopo tre anni è finita l'occupazione. Che cosa è successo davvero, e quali sono i rischi e i risultati della "fiducia" concessa alle istituzioni

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Gli unici ad avere creduto, fino in fondo e fino ad oggi, in una trattativa che non è mai esistita sono stati gli attivisti del teatro Valle. Ci hanno creduto fino al punto da completare l'«autosgombero» domenica notte, come segno di una «fiducia» nel teatro di Roma e il Campidoglio. Un atto clamoroso, di cui non c'è memoria nella storia dei movimenti sociali in Italia, che ha tormentato fino in fondo gli ex-occupanti in assemblee lunghe  e dolorose.




Chi è l'«artivista»
Si sono raccontate di «spaccature» tra un fronte «riformista» e uno «rivoluzionario», tra chi pensava di accettare una cambiale in bianco presentata dal Campidoglio sotto una minaccia di sgombero che ha mandato in tilt l'assemblea e chi pensava ad una resistenza «creativa», articolata e di lunga durata. Al netto dell'emotività, dell'angoscia e della paura di un'occupazione che un attivista in queste ore ha «definito sentimentale», in realtà la proposta di tenere insieme il gruppo è stata avanzata proprio dall'ipotetico fronte «radicale», trovando faticosamente una tenuta nell'assemblea.

Più importante di un «pezzo di carta», impossibile da produrre nell'agosto inoltrato, più importante di una disfida in punta di diritto, era tenere l'unità politica nel momento del primo, vero, conflitto da tre anni a questa parte. E bisognava reagire al tentativo, cinico ed efficace, del Campidoglio e del teatro di Roma di dividere gli «artisti» dagli «attivisti», spaccando così la vera novità politica espressa dal Valle: la creazione dell'«artivista» (riprendo il concetto coniato dagli attivisti di Macao).


È stata una scelta difficile: con questa ardita soluzione, si è voluto affrontare la contraddizione tra le convinzioni legate alla cultura professionale e il fare politica - uno dei problemi costitutivi del quinto stato - cercando una sintesi ancora sconosciuta all’interno del gruppo. Ciò ha messo in secondo piano la politica in campo aperto, riaprendo i giochi e allargando l’orizzonte della sintesi alla partecipazione della società attiva e dei movimenti. In quest’ultimo caso, molte erano le incognite. La debolezza dei movimenti, l’intermittenza dell’impegno civile, le modalità della resistenza, la stagione non proprio favorevole a fare movimento. Un tentativo poteva essere fatto, ma così non è stato. Si è pensato invece alla necessià di rendere riproducibile la lotta del Valle. E per farlo bisognava mantenere – per quanto possibile – l’unità tra gli artisti e gli attivisti. Per questo è stata presa una decisione traumatica.

Doppio vincolo micidiale

L’insidia più forte era la volontà di normalizzare l'esperienza del Valle, riducendola ad un'esperienza artistica, anzi ad un solo spettacolo: il «Macello di Giobbe» di Fausto Paravidino. Dal punto di vista della composizione sociale e professionale, invece, la forza del Valle è stata l'ibridazione tra la creatività e la politica. Con l'ultimatum del 31 luglio, e poi con le ventilate minacce di sgombero violento, le «istituzioni» hanno cercato di cancellare uno degli elementi costituenti della condizione del «quinto stato», rinviando un accordo credibile (una «convenzione» tra il teatro di Roma e la fondazione del Valle) a dopo l'uscita dal teatro. 


Ecco alcuni dei soggetti che hanno creato l'istituzione "Teatro Valle"

Questo uso cinico della psicologia in politica ha creato un doppio vincolo micidiale al punto che il Valle ha oscillato tra diverse ipotesi. Avere resistito, forti solo della propria vulnerabilità, è stato un risultato. Così come avere mantenuto l'unità fino all'orlo del baratro, anche davanti a ragionevoli obiezioni. Come quelle dei cittadini e dei soci della fondazione che nelle assemblee dell'ultima settimana si sono appellati ad una «resistenza» per stanare a sua volta il Campidoglio.

Dicotomia fallace
Il dibattito è stato polarizzato da una dicotomia fallace: uscire senza firmare, restare per farsi reprimere. Del conflitto, come della resistenza, all'interno come all'esterno dell'occupazione sono state fornite rappresentazioni caricaturali, massimediatiche e in fondo moderate. Chi confligge è inevitabilmente un «antagonista», un «marginale», un riottoso. In altre parole, un «black block». Non che sia vera la versione opposta: chi tratta è un «riformista» e basta. Nel parossismo scattato dopo l'ultimatum di Marinelli e Sinibaldi queste rappresentazioni si sono accavallate, con il rischio dell’implosione.
 
Nel brevissimo intervallo che ha portato ad una conclusione (provvisoria) dell'affaire Valle non è stata quasi mai presa in considerazione la proposta della «Comune» contenuta nello statuto della fondazione «teatro Valle bene Comune». Una posizione politica precisa, e impegnativa al punto che gli attivisti si sono auto-definiti «comunardi». Sul tavolo di una vera trattativa, che non c'è stata ancora, ciò avrebbe implicato il riconoscimento di una fondazione che autogoverna il teatro Valle e, successivamente, firma accordi necessari con istituzioni come il teatro di Roma, il Campidoglio, il Ministero dei beni culturali. Questo terreno è stato abbandonato. È stata accettata la proposta del teatro di Roma. Si è arrivati ad un rovesciamento: la fondazione oggi dovrebbe rientrare sotto l'ombrello del «pubblico-statale» per diventare titolare di un «progetto sperimentale». L'impressione che non ci fossero alternative resta forte e si sa che le trattative – soprattutto quelle che nascono in condizioni sfavorevoli – devono essere concluse con intelligenza. Se l'avversario ti concede uno spazio. Questo è avvenuto con il riconoscimento «culturale, artistico e politico» della fondazione e quindi dei tre anni di occupazione.

Dei «beni comuni» e della politica

Dai beni comuni alla sussidiarietà orizzontale, il passaggio è stato tuttavia grande. E può implicare una trasformazione dei lavoratori dello spettacolo, e della cittadinanza che li ha sostenuti, in un movimento a difesa della Costituzione. Non che questi elementi siano inconciliabili, anzi. Ma resta una questione politica di primo piano: il riconoscimento politico di questa esperienza è avvenuta in base alla sua capacità di gestire un «bene pubblico», non in base alla capacità di cambiare le regole della produzione culturale a partire da un modello che afferma la cooperazione e il mutualismo e rifiuta il modello verticistico e burocratico delle diseguaglianze tra i redditi, lo spoil system, l'appropriazione del valore di un'attività o di un lavoro. Se si vuole, questo è il risultato ottenuto da negoziatori determinati e «pronti a tutto». Così si è definita l'assessore alla cultura di Roma Giovanna Marinelli. Non è detto che, in futuro, con altri rapporti di forza, gli equilibri possano cambiare.

A pesare sono stati anche gli attacchi all'«illegalità» del Valle che hanno sollevato una nube tossica. A questo è stato risposto: il movimento difende un modo diverso di gestire bene pubblico in nome della Costituzione. Ma per questo basterebbe il pubblico così com'è. Salvo pretendere di insegnare allo Stato a fare veramente lo Stato.


Su queste ambivalenze ha giocato la politica dura e determinata dell'assessore. Insieme a Sinibaldi, ha riconosciuto agli attivisti di avere «mantenuto pubblico il teatro», ma per dire: «Ora basta, ci pensiamo noi». Per anni invece il Valle ha detto che la «pubblicità» del teatro era la premessa per affermare l'autogoverno dei cittadini e dei lavoratori, tra l'altro stabilito dall'articolo 43 della Costituzione. Una scelta giustificata per «riconquistare il consenso degli artisti». Non è tuttavia escluso che abbia creato criticità con l'altro emisfero del mondo Valle: i movimenti sociali e una parte attiva della società civile. Su questo elemento si giocherà la convenzione da concordare nei prossimi mesi.

Immagine ripresa nel Foyer del teatro Valle occupato


«Avere fiducia nelle istituzioni»
Consapevoli delle difficoltà, tra sabato e domenica è stata lanciata una scommessa. Alle istituzioni è stato detto: «Abbiamo fiducia in voi, ma voi dovete averne altrettanta in noi». Una scommessa dilaniante. Non passa giorno in cui tali istituzioni non esibiscano una distanza dai cittadini. Questa scelta pesa in un momento in cui resta altissima la diffidenza rispetto alla «casta», oltre che l'idea per cui queste istituzioni siano funzionali agli apparati di controllo e disciplinamento della popolazione. Il fatto, poi, che l'interlocutore del Valle sia il presidente del teatro di Roma Sinibaldi, già socio della fondazione «bene comune», apre un altro problema.

Nei capannelli che si sono formati nella notte di domenica si è a lungo discusso se si possa considerare «affidabile», cioè degno di fiducia, un interlocutore nominato dalla politica. Al di là delle lodevoli intenzioni di Sinibaldi, «nulla toglie che alla scadenza del mandato, i vertici del teatro di Roma cambino. Che fine farebbe la «convenzione» con il Valle?» Tutto è demandato ad una convenzione che è solo all'inizio. Si può modificare, per via contrattuale, una regola fondamentale della politica italiana, rispettando uno degli obiettivi del «movimento-Valle»?


Questo atto di fiducia può sembrare ingenuo, e forse lo è, perché può essere spazzato da uno stormire di foglie. Il tempo dirà se il Valle avrà avuto ragione. Questa fiducia è stata anche un atto di lucida follia e generosità politica. Non verso le istituzioni, l'Altro, che tuttavia ha risposto, ma verso se stessi. «E quanto a me – scrive Jacques Derrida in “Politiche dell'amicizia” - che io mi affido, in una asimmetria che introduce la differenza fra conoscere ed amare, tra ragione ed affetto, nel senso di avere la capacità di avvertirsi “affetti”». In altre parole, per superare la chiusura minacciosa dell'Altro che promette violenza (il Campidoglio, lo Stato), e per evitare di essere imprigionati nelle sue dicotomie (fuori/dentro; legale/illegale; marginalità/integrazione), c'è stato un riflesso animale verso un «senza misura». Ci si è messi a nudo, è stato fatto l'inconcepibile. Al di là degli effetti che produrrà in un rapporto di forza sfavorevole, questa resta la forza di un movimento.


Questa «follia» può essere il risultato di un sogno umanistico: deriva dal tentativo di restaurare un legame tra cittadini e Stato che sembra impossibile visto che nella vita quotidiana le «istituzioni» sono portatrici di un conflitto durissimo (appropriazione di risorse pubbliche, obbedienza ai patti europei che distruggono risorse economiche ecc.). Nella società dell'austerità non c'è spazio, né tempo, per alcuna fiducia.

Teatro Valle, domenica 10 agosto 2014, ultimo giorno di occupazione


Con questa «fiducia» il Valle ha deciso di muoversi su un margine stretto, esponendosi alle rappresaglie dell'Acea (e la Prefettura) che hanno tagliato ieri la luce al teatro, mettendo a rischio veramente il teatro, mentre il Campidoglio ha imposto a tempo di record il riallaccio. Una vicenda imbarazzante che ha dimostrato un conflitto anche tra chi, nelle istituzioni, ha visto nel Valle un «nemico» e chi, invece, cerca di ricondurlo ad una norma.

Avere fiducia è una scelta difficile perchè ha un costo, quello di pensare che le istituzioni siano modificabili fuori all'interno dei loro meccanismi autoreferenziali. Il prezzo pagato è alto: da prefigurare un'istituzione autogovernata, per il Valle si prospetta una co-gestione pubblico-privato. In questa cornice, sarà la Fondazione del Valle a ricoprire il ruolo del «privato», come del resto è ogni fondazione. Il «pubblico» continuerà a guidare le danze. Come prima, anche domani.