giovedì 10 ottobre 2019

IL CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA E LA LOTTA PER IL DIRITTO AL FUTURO


Roberto Ciccarelli*

Shoshana Zuboff ha scritto un libro importante di filosofia politica e critica dell’economia politica digitale: Il capitalismo della sorveglianza: il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri (Luiss). Così è stato tradotto il titolo originale più politico: The Age of Surveillance Capitalism. The fight for a human future at the new frontier of power (L’epoca del capitalismo di sorveglianza: la lotta per un futuro umano sulla nuova frontiera del potere). È un libro necessario che racconta la storia terribile e urgente di cui siamo protagonisti e offre strumenti contro il nuovo potere. Qui propongo una guida al libro in edizione americana e una lettura critica delle sue cinque tesi principali.

0. Che cos’è il capitalismo della sorveglianza

1. Un nuovo ordine economico che configura l'esperienza umana come una materia prima gratuita per pratiche commerciali nascoste di estrazione, predizione e vendita;
2. una logica economica parassita nella quale la produzione delle merci e dei servizi è subordinata a una nuova architettura globale della trasformazione comportamentale degli individui e delle masse;
3. una minaccia significativa alla natura umana nel XXI secolo così come il capitalismo industriale è stato per il mondo naturale nel XIX e XX secolo;
4. una violenta mutazione del capitalismo caratterizzata da una concentrazione della ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti nella storia umana; (...);
5. l’origine di un nuovo potere strumentale che afferma il dominio sulla società e presenta una sfida impegnativa alla democrazia di mercato (corsivo mio); (...)”. (p.1).

martedì 8 ottobre 2019

ACQUA IN BOCCA! LO STRANO CASO DI UN LIBRO AUTOREFERENZIALE SUL QUINTO STATO

Giuseppe Allegri

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Una piccola storia sul grande mondo della cultura in Italia. L'abitudine a non citare è un discutibile costume accademico e di potere editoriale. Trascurabile, anche perché le ricerche continuano e esplorano territori sempre più avanzati. Un problema che non si pone per le consorterie di intellettuali di se stessi, mediatizzati di ogni genere e prime firme assortite. Anche perché, quando si parla del quinto stato, cioè la nostra condizione, sono altre le priorità. Ma noi ci preoccupiamo lo stesso per chi scrive e soprattutto per chi legge libri singolari che possono stancare e alla fine creare un rigetto di problemi che invece sono importanti. A proposito del libro "La società del quinto stato" di Maurizio Ferrera pubblicato da Laterza. [La furia dei cervelli]

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Nell’estate del 2018 il professore Maurizio Ferrera scrisse su La Lettura (il numero 346) del Corriere della Sera un problematico intervento sul precariato del Quinto Stato.

Quel Quinto stato, inteso anche come una condizione vissuta da milioni di persone di fatto escluse dalla cittadinanza sociale del nostro Bel Paese, che con Roberto Ciccarelli abbiamo indagato agli inizi degli anni Dieci con La furia dei cervelli (2011) e con Il quinto stato (2013), risalendo ad una sua genealogia nei fondamenti della modernità, poiché l’espressione-condizione di Quinto stato si era affacciata nei periodi più turbolenti delle vicissitudini europee, per certi versi già nel Seicento inglese e nel secondo Settecento francese, ma in particolar modo con i movimenti operai e contadini dal 1848 europeo, quindi con la rivendicazione di cittadinanza da parte delle donne nel primo Novecento, fino al quinto stato dei netizen nel mondo digitale del cyberspace.

Ad inizio di quest’anno mi capitò di scrivere una e-mail allo stesso Maurizio Ferrera, poiché avevo letto alcuni suoi interventi sulla questione sociale europea e la possibile, auspicabile, integrazione politica e sociale, e non solo monetaria e bancaria, del vecchio Continente che mi era capitato di citare in diverse occasioni. E così gli dissi che avrei voluto inviargli una copia dei nostri libri. Tenuto anche conto del fatto che era in programmazione il suo libro sul Quinto stato e dai suoi precedenti interventi mi pare ignorasse i nostri, certo assai ignorabili, scritti. Soprattutto avrei voluto fargli avere il mio libro sul reddito di base che era uscito da poco (Il reddito di base nell’era digitale), poiché avevo utilizzato una sua citazione messa in epigrafe del capitolo finale, questa, un po’ per potenziare l’utopia concreta del reddito di base, come prescrizione eticamente cogente e realizzabile:

“Quasi prigionieri delle istituzioni in cui accade di nascere, troppo spesso tendiamo a considerare moralmente tollerabili anche le più grottesche iniquità solo per il fatto che esistono, mentre liquidiamo sbrigativamente prescrizioni eticamente cogenti solo per il fatto che non ci sembrano realizzabili” (da Le trappole del Welfare, 1998).

Ovviamente il professor Ferrera non mi ha mai risposto.

sabato 20 luglio 2019

LOTTA DI CLASSE CONTRO POPULISMO 2.0



Populismo, lotta di classe, una nuova idea di internazionalismo, la piattaforma come pratica politica non solo come interfaccia tecnologica, la critica delle teorie del capitale umano e la filosofia della forza lavoro. Sono alcuni dei temi di una conversazione sulle alternative, e le contraddizioni, della politica nel 2019 in un'intervista  pubblicata nel numero 166 di giugno 2019 della rivista di Engramma, dedicato a Adriano Olivetti: il disegno della vita e comunità dell'intelligenza. Con i contributi, tra gli altri, di Giuseppe Allegri (qui il suo testo), Marco Assennato, Sergio Bologna Aldo Bonomi, Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, Alberto Magnaghi, Michela Maguolo, Nicolas Martino, Michele Pacifico, Emilio Renzi, Alberto Saibene. (Roberto Ciccarelli)

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Engramma: Come va interpretata l’idea di “comunità” olivettiana rispetto al dibattito attorno al conflitto tra società e comunità che costituiva sino a poco tempo fa il fronte tra politiche di sinistra e politiche di destra?

Roberto Ciccarelli: L’idea che non si possa parlare più di “politiche di sinistra” e “di destra” è ispirata a una rappresentazione populista della politica. Il populismo è la parodia della lotta di classe di cui è stata sancita la fine dopo gli anni Settanta del XX secolo. Com’è stato abbondantemente dimostrato da eventi storici ed economici di prim’ordine negli ultimi 40 anni, questo è falso. La lotta di classe non è finita, la stanno facendo solo i padroni e i loro servi. Gli sfruttati, i vulnerabili, i poveri, i deboli, i confusi hanno smesso di farla perché hanno creduto che non esiste più lotta di classe. Il populismo è l’illusione di avere recuperato una parvenza di conflitto, ma di segno completamente diverso dall’antagonismo di classe, di sesso o di razza. 

Esistono complicate filosofie trascendentali  sulla “ragione populista”, alla Ernesto Laclau, che abbondano anche in una sinistra sensibile al canto della metafisica. Il “popolo” sarebbe il risultato di un conflitto discorsivo mediato dall’istanza autoritaria di un leader in una campagna elettorale permanente. La politica “oltre la destra e la sinistra” coincide con le strategie di marketing che strumentalizzano ogni istanza e definiscono la politica in un paradosso permanente di una democrazia che coincide con istanze paternalistiche e autoritarie. 

La “comunità”, intesa come “sociale”, viene smaterializzata in uno spazio discorsivo-elettorale, la politica diventa una questione di simboli e slogan. Chi ritiene che la politica oggi coincida con il populismo 2.0 - da destra, come da sinistra - non fa altro che aggiornare la teoria della società dello spettacolo. L’astrazione vertiginosa del “popolo” - un soggetto definito in base alla misteriosa idea della “pienezza assente” - è simile a quella del capitale: un processo il cui soggetto è la propria astrazione. Il populismo è la forma iperpolitica di questa astrazione. 

Queste teorie legittimano quello che in Italia è stato sdoganato in politica dal Movimento Cinque Stelle: l’idea che il populismo sia “oltre la destra e la sinistra”. In realtà la ragione populista cancella la classe a favore della totalità fittizia di “popolo” e, così facendo, legittima la rimozione della centralità della forza lavoro, intesa sia come facoltà di produrre il valore d’uso che come capacità di lavoro, antagonista al capitale. Il conflitto di classe è sostituito da quello tra l’appartenenza ad una comunità originaria nazionale contrapposta a un potere anonimo globale. 

Il conflitto molecolare tra forza lavoro e capitale è stato così ribaltato nella polarizzazione molare tra soggetti autosufficienti che confluiscono misteriosamente in un’unità linguistica definita “popolo”. Si dà così per scontato che all’interno del popolo regni l’amicizia, e non esista un’ostilità politica ed economica. Il conflitto viene proiettato fuori dalla “comunità” degli autoctoni, contro i migranti e gli allogeni. 

Nella “comunità” i diversi dovrebbero riconoscersi in un accordo garantito da un capitalismo benefattore, capace di riconoscere i meriti di ciascuno, mentre all’esterno vige uno stato di natura in cui si scatena l’ostilità contro gli altri popoli in una competizione tra mercati e sovranità contrapposte, contro masse di migranti che insidiano la presupposta autenticità naturale di un popolo - il mito del nativismo protetto dagli eserciti e dalle polizie sulle frontiere dello Stato. Si afferma così l’idea di una comunità fondata sulla proprietà e sulla protezione dei confini psichici, fisici, patrimoniali. È questa idea che si trova, tanto a sinistra quanto a destra, oggi. 

Rispetto a questi problemi, l’idea di comunità di Olivetti ci permette perlomeno di ragionare in contrappunto. Se intendiamo la sua “comunità” come la costituzione civile fondata sull’auto-governo dei territori, il buon governo delle città, le reti delle istituzioni di prossimità, un ripensamento dei “corpi intermedi”, allora possiamo istruire un discorso diverso dal “populismo” forgiato nei concetti di sovranità, nazione e proprietà. Credo tuttavia che questo discorso sia ancora molto preliminare rispetto a un ripensamento di una politica anti-capitalistica e costituente. Considerata la situazione attuale sarebbe comunque uno scarto rispetto alla miseria in cui ci troviamo. 

mercoledì 17 luglio 2019

LA SOCIETA' DEL QUINTO STATO: SULL'EREDITA' DI ADRIANO OLIVETTI





Giuseppe Allegri

Viviamo ne Il Quinto Stato, privo di un riconoscimento di cittadinanza di quel ceto medio dell’antico Terzo Stato e delle classi operose del moderno Quarto Stato, ora siamo tutti sospesi tra lavori neo-servili, precarietà e disoccupazione attiva nell’impoverimento progressivo. La società del quinto stato si forma nella dimensione locale in una prospettiva di rete federata continentale, in un'interlocuzione produttiva con le funzioni pubbliche locali, prendendosi cura di soggetti, territori, ambiente. Il racconto, e la genealogia, di Peppe Allegri sul numero 166 di giugno 2019 de La rivista di Engramma dedicata a Adriano Olivetti: il disegno della vita e comunità dell'intelligenza, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino. Il testo è una risposta alle puntuali domande ;formulate da Ilaria Bussoni, Michela Maguolo, Nicolas Martino e Roberto Masiero sulla “attualità/inattualità” sul lascito culturale dell’ingegnere e umanista di Ivrea.

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Per un nuovo federalismo costituente


La crisi della società contemporanea non nasce secondo noi dalla macchina, ma dal persistere, in un mondo profondamente mutato, di strutture politiche inadeguate.

Adriano Olivetti, L’ordine politico delle Comunità, 1945

In questi brevi appunti vorrei solo accennare ad una possibile rilettura dell’eredità olivettiana, mettendo in relazione il profilo politico-istituzionale di un radicale federalismo costituente che attraversa il pensiero e la pratica sociale del fondatore delle Edizioni di Comunità, con la consapevolezza della centralità del lavoro della cultura e della conoscenza nei processi di socializzazione di quel capitalismo cognitivo che proprio nei primi decenni del secondo dopoguerra si preparava a fornire le basi per le innovazioni tecnologiche e digitali che tuttora viviamo e nelle quali l’impresa Olivetti era immersa, da protagonista.

domenica 23 giugno 2019

LOTTE DI CLASSE E RESISTENZE NEL CAPITALISMO DIGITALE



Roberto Ciccarelli

Un'inchiesta sul lavoro digitale negli Stati Uniti che si sviluppa su tre assi: la lotta per il salario, le tutele sociali e l'organizzazione del lavoro e sul posto di lavoro; la composizione sociale della forza lavoro in generale, e i suoi rapporti con quella occupata nel capitalismo delle piattaforme; la composizione politica della forza lavoro, a partire dai tentativi di alleanza con i segmenti della classe operaia, con le associazioni e i movimenti contro la gentrificazione degli spazi urbani e quelle all'interno delle mega-aziende contro la precarietà.  Dopo la pubblicazione su Che fare, sono usciti su Notes from Below le riflessioni convergenti della conferenza LogOut!. Le inchieste vanno lette insieme a un articolo pubblicato sul quotidiano francese Liberation sulla conferenza "Microwork Platforms" tenuta a Parigi e alla ricerca del laboratorio DipLab sul microlavoro digitale in Francia. Tre inchieste convergenti su diversi settori del lavoro digitale nel mondo, un'inchiesta permanente globale che sta aprendo nuovi orizzonti nella comprensione della forza lavoro oggi 


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sabato 22 giugno 2019

IL "REDDITO DI CITTADINANZA" DEI CINQUE STELLE E' "DI SINISTRA"? UNA DISASTROSA AMBIGUITA'





Roberto Ciccarelli

Mentre ero alla Fiera di Roma, per raccontare il concorsone per i "navigator", è rimbalzata sui media ancora una volta l'idea che il "reddito di cittadinanza" voluto dai cinque stelle, e adottato dal governo con la Lega, sia una "cosa di sinistra". Avrete sentito in Tv affermazioni del tipo: "Questo governo ha fatto cose buone, come il reddito, e cose cattive", probabilmente tutte le altre. Affermazioni che pretendono di identificare le cose "buone" nella "sinistra". Purtroppo non è così semplice, sia perché la sinistra non è necessariamente "buona", sia perché la stessa definizione di "sinistra" produce oggi disastrose ambiguità, proprio come lo sono i Cinque Stelle. Mi sono allora chiesto da dove nasca la convinzione per cui un workfare - che non è un "reddito di cittadinanza" - sia "di sinistra" e il motivo per cui, nonostante il fuoco di sbarramento dei dominanti, questa idea sia stata accreditata. E' una storia interessante, spiega molte cose nel discorso politico oggi. Ed è scandalosa. 

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martedì 1 gennaio 2019

IL REDDITO DI BASE E' UNA LOTTA PER IL DIRITTO ALL'ESISTENZA






Giuseppe Allegri

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Eccoci di nuovo, l'inizio del 2019 è con la storica battaglia per il reddito di base, universale, incondizionato. Il nostro blog festeggia il nuovo libro di Giuseppe Allegri, Il reddito di base nell'era digitale: libertà, solidarietà, condivisione (Fefé Editore), il risultato della ricerca di una vita, la base di una lotta per il diritto all'esistenza di tutt*, nessuno escluso. Non è mai troppo tardi per iniziarla o continuarla. 

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Per un reddito di base

La tesi centrale di questo lavoro è quella di sostenere l'idea di una nuova cittadinanza sociale, in cui la garanzia di un reddito promuova l'indipendenza delle persone e un inedito rapporto fiduciario tra individui, società e istituzioni. Tanto nel caso di un vero e proprio reddito di base, universale e incondizionato, indirizzato a tutta la popolazione, indipendentemente da altre valutazioni di tipo salariale, lavorativo, familiare, etc. Quanto nell'ipotesi di un reddito minimo garantito in cui risulta previsto per le persone che si trovano in alcune condizioni, a rischio di povertà ed esclusione sociale, e perciò condizionato alla prova dei mezzi e all'avviare determinati percorsi tra individui e istituzioni pubbliche. Perché il legame tra misure più tradizionalmente riformistiche, come il reddito minimo garantito, e opzioni più consapevolmente rivoluzionarie, come il reddito di base universale, rispondono alla primaria esigenza di non lasciare nessuno nelle condizioni di dover vivere in povertà e liberare in ciascuno le proprie potenzialità. Sono scelte di politiche pubbliche che permettono di ripensare le protezioni sociali, favoriscono tutela della dignità personale, promozione dell'autodeterminazione esistenziale, affermazione di una solidarietà sociale, ripensamento inclusivo dei servizi pubblici e sociali di qualità.

martedì 30 ottobre 2018

DELLA POTENZA DEGLI STUDENTI




Roberto Ciccarelli

Alla fine degli anni Sessanta i situazionisti descrivevano la condizione dello studente in questo modo:
“Il suo - scrivevano - è un ruolo provvisorio che lo prepara al ruolo definitivo di elemento positivo e conservatore nel funzionamento del sistema consumistico. Quella dello studente è soltanto un’iniziazione che riproduce, magicamente, tutte le caratteristiche dell’iniziazione mitica: è totalmente staccata dalla realtà storica, individuale e sociale. Lo studente è un essere diviso tra una condizione presente e una condizione futura nettamente distinte, il cui limite sarà superato meccanicamente. La sua coscienza schizofrenica gli permette di isolarsi in una “società di iniziazione”, mistifica il suo avvenire e si incanta davanti all’unità mistica che gli offre un presente al riparo dalla storia”
Allo studente era contestato il desiderio di essere assimilato dal sistema, trovando una collocazione nel mondo dello sfruttamento come “bambino sottomesso”:
“Le esigenze del capitalismo moderno impongono alla maggior parte di loro la condizione di quadri subordinati (vale a dire l’equivalente dell’operaio qualificato del secolo scorso) . Di fronte al carattere miserabile di questo avvenire più o meno prossimo che lo “risarcirà” della vergognosa miseria del presente, lo studente preferisce volgersi alla sua situazione attuale e abbellirla di prestigi illusori. Ma anche questa compensazione é troppo miseranda perché possa aggrapparvisi: il futuro non si salverà dalla mediocrità inevitabile. Allora lo studente si rifugia in un presente irrealmente vissuto”.

lunedì 29 ottobre 2018

CAPITALE DISUMANO: QUANDO IL LAVORO E' CERCARE UN LAVORO



Roberto Ciccarelli


“Il mio lavoro era cercare lavoro - ha raccontato Elisabetta, 24 anni, di Taranto  - Guardavo ovunque, ma ho capito che su Facebook non si trovano offerte serie. Anche a me hanno proposto di fare la venditrice di prodotti di bellezza, ma prima mi hanno chiesto un investimento di 120 euro per un kit. Ovviamente ho rifiutato. Altri offrono posti da front office o da back office, e poi quando vai al colloquio scopri che è un posto da venditore o da venditrice porta a porta”.

La produzione di lavori accessori, occasionali, neo-servili è una caratteristica di un’economia terziarizzata. Tra queste attività emergono le occupazioni non necessarie o ridondanti nel campo della consulenza sulle risorse umane, del coordinamento delle relazioni, della strategia finanziaria, della certificazione delle prestazioni, nelle mansioni più esecutive. Sono attività che si collocano nell’interregno tra il lavoro produttivo e improduttivo, tra il lavoro necessario e non necessario, tanto nel campo dell’industria dei servizi poveri e della logistica quanto in quelli finanziari, imprenditoriali, delle relazioni pubbliche o della valutazione delle prestazioni dei lavoratori nel pubblico e nel privato.

Ossessionati dalla propaganda digitale che ammannisce le profezie sulla fine del lavoro, perseguitati dalle mitologie opposte del libero mercato o del posto fisso creato dallo stato-programmatore, sono stati in pochi ad accorgersi che oggi la piena occupazione esiste ed è quella che Douglas Coupland ha chiamato “lavori spazzatura” (Mc Jobs) e quella che David Graeber chiama oggi “lavori stronzata” (Bullshit Jobs). Questi lavori si svolgono nel back office delle organizzazioni d’impresa, negli indotti dei subfornitori, all’alba e al tramonto negli uffici, nell’ombra dove studenti, precari e inoccupati lavorano per rendere intelligenti gli algoritmi. Questi lavori sono “invisibili” e seguono il ritmo della fisarmonica: si gonfiano e si sgonfiano in base alla produzione on-demand o dell’opportunismo delle imprese facilitato dalle leggi esistenti. Oppure si svolgono alla luce del sole dove, come falene, i prestatori d’opera si affollano accanto ai lavoratori con contratto regolare, svolgono le stesse mansioni, ma scompaiono davanti agli occhi di tutti, quando devono apparire nel front office.

La dimensione del dispendio, dell’irrazionalità e dell’inefficienza economica si estende nelle attività regolata dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La produzione di mansioni inutili, meramente speculative o ornamentali, è una caratteristica della burocrazia pubblica come delle imprese private grandi e piccole. L’impegno della moderna organizzazione d’impresa, e del management delle risorse umane, è anche quello di diminuire l’inutilità e aumentare l’efficienza. Ma, come l’entropia, l’improduttività si moltiplica attraverso la proliferazione di un pluslavoro non retribuito che colonizza il tempo di vita e di lavoro degli assunti.

sabato 27 ottobre 2018

CAPITALE DISUMANO. LA VITA IN ALTERNANZA SCUOLA LAVORO


Siamo tutti in alternanza scuola lavoro. Non solo 1,5 milioni di studenti delle scuole superiori obbligati a partecipare a un nuovo esperimento sociale, il più grande nella storia della scuola italiana. Nella società della piena occupazione precaria siamo tutti in formazione continua perché vaghiamo nei gironi di chi cerca un lavoro e in questo ha trovato la sua occupazione. Nell’intermezzo tra l’uno e l’altro si moltiplicano le ingiunzioni a studiare, riqualificarci, inventarci un lavoro, imparare un altro mestiere, creare l’impresa di noi stessi, aumentare il nostro capitale umano. La vita attiva è colonizzata dall’alternanza tra un lavoretto e un contratto a termine, dell’intermittenza permanente tra il lavoro e il non lavoro. A un giro di giostra con un contratto da apprendista non segue un’assunzione, ma un altro lavoretto svolto insieme a un’attività che non permette di uscire dall’inoccupazione. E poi c’è sempre un’altra tappa nel mondo dell’iper-attività fine a se stessa. Siamo a caccia di un lavoro che si è smaterializzato. Siamo sulle tracce della Bestia inseguita dal franco cacciatore: “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai”.

La mobilitazione totale che spinse al fronte i soldati della prima guerra mondiale oggi si svolge sul fronte del mercato del lavoro: tutta la popolazione attiva deve essere mobilitata sul mercato del lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette. Gli studenti non sono soli. Ci sono anche i fratelli e le sorelle maggiori, i genitori precari, i parenti, i vicini e i lontani. Ogni loro fibra, tessuto, sinapsi sono messe al lavoro attraverso le tecnologie digitali del data mining, della micro-targettizzazione pubblicitaria, della valutazione e della profilazione sulle piattaforme digitali. Che sia occupata, disoccupata, inoccupata, la forza lavoro deve essere attiva nella battaglia per la crescita del capitale umano. E, se non lo è, deve essere attivata con tecniche come l’alternanza scuola lavoro o con le politiche attive del lavoro. Studenti, lavoratori, disoccupati: siamo pensati come veicoli del capitale, non siamo soggetti di un progetto di vita, capaci di affermare un diritto all’esistenza. Ci dicono di combattere contro la stagnazione secolare e di dare il microscopico contributo alla ripresa di un’economia inchiodata a percentuali da prefisso telefonico dove vigono le leggi dell’iper-precariato, del sotto-salario e del lavoro volontario.




Partecipare è obbligatorio in un’economia dai cicli sempre più brevi e feroci dove la forza lavoro è gestita come le scorte di un magazzino ed è mobilitata quando serve. Nella società della piena occupazione precaria questa è la vita che accomuna gli adolescenti agli ultra-cinquantenni. Nessuno può smettere di lavorare, soprattutto quando nessuno ha un posto di lavoro, né un contratto, per più di tre mesi. Il nuovo lavoro consiste nell’inviare curriculum, migliorare l’auto-profilazione digitale, pagare un master: attività a cui sono formati anche gli studenti delle superiori.

Con la retorica e la persuasione incarniamo allora il nostro capitale umano. A costo di diventare l’opposto: disumani. Nel capitale l’umano e il disumano coesistono in un permanente rovesciamento nell’opposto. L’uno senza l’altro non esistono quando si è formati all’auto-sfruttamento di noi stessi. Il superamento di questo dispositivo è necessario, ma non può prescindere dalla contemporanea comprensione della trasformazione antropologica di cui siamo il prodotto. Il processo coinvolge ogni aspetto della vita sociale, produttiva, percettiva, affettiva e discorsiva. Usa strategicamente un linguaggio ispirato alle idee di libertà, autonomia, benessere, bene comune e lo rovescia nelle pratiche del sacrificio e della depressione generalizzata. Non sempre è compreso il problema del rovesciamento dell’autonomia nel suo opposto di auto-sfruttamento, la caratteristica della politica contemporanea. Ed è difficile che lo sia, visto che questa politica è alimentata dalla nostra soggettività, protagonista della merce che siamo: capitale umano. Su questa soglia dove gli opposti coincidono, mentre l’umano è proiettato sul suo rovescio, è possibile scegliere altrimenti. Il capitale umano non è una soggettività postmoderna senza qualità, impero flessibile e vuoto dell’economico. È una forma reversibile del dominio a partire da un uso non proprietario della nostra facoltà più importante: la forza lavoro.

L’umanità non è composta solo da capitalisti, il mercato è sempre governato da qualcuno che cerca il profitto ai danni degli altri. Non tutti hanno accesso agli stessi capitali, non tutti possono diventare agenti efficienti del mercato. Le differenze di classe, di censo e di cittadinanza continuano a esistere. E non basta incarnare il proprio capitale umano per superarle. Bisogna attaccare il sogno di essere padroni, evacuare il Capitale dalle nostre vene e prendere congedo dall’umanità zombificata. Il sortilegio può essere interrotto.

Questo libro è un esercizio etico per prendere le distanze da ciò che siamo, aprendoci alle possibilità non ancora determinate dalle “verità” di qualcuno e imposte alla vita degli altri, ma presenti nel nostro vivere insieme. Pubblicato a mezzo secolo dal Sessantotto – l’anno della rivolta degli studenti e degli operai – il libro racconta la storia di un conflitto e la sua attualità. E mi chiedo: chi è, e cosa può diventare, lo studente: il gorilla ammaestrato al servizio di una piattaforma digitale; il cacciatore del lavoro, questa Bestia fantasma; il venditore di visibilità; il coscritto obbligato al lavoro di chi cerca lavori. Oppure?

Capitale disumano è parte di una filosofia della forza lavoro esposta nelle sue linee fondamentali in Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale. La scuola, l’università, il mercato del lavoro, il capitalismo digitale: questi sono alcuni campi nei quali è possibile creare una genealogia e comprendere la nostra attualità, partendo dai problemi di cui noi stessi siamo l’espressione. I libri possono essere letti insieme, in maniera intrecciata e sincopata, prima l’uno poi l’altro, e contemporaneamente. Altri ne potranno seguire, altri li hanno preceduti. Da una lettura combinata emerge la continuità tra il punto di vista dello studente e del docente con quello della forza lavoro in generale, una forza oscura ma vivente dentro e fuori di noi che l’abitiamo.

Estratto pubblicato su Lavoro Culturale

*** Roberto Ciccarelli, Capitale Disumano. La vita in alternanza scuola-lavoro (Manifestolibri)


martedì 13 febbraio 2018

IL REDDITO DI BASE E' UN DIRITTO

Giuseppe Bronzini

I due anni tra il 2015 ed il 2017 hanno conosciuto una vera e propria “esplosione” del tema del diritto (universale) ad un reddito di base, cioè della garanzia di una vita libera e dignitosa per tutti, per dirla in estrema sintesi.

Sulla querelle terminologica torneremo più avanti più analiticamente ma ci interessa in questa sede riassuntiva delle linee di sviluppo del Volume indagare il perché, nel volgere di un solo biennio, una proposta che suonava ai più come scandalosa ed irritante, lontana dalle dinamiche sociali e dai processi economici, in sostanza come una provocazione di ambienti accademici radicali o di movimenti sociali destinati al minoritarismo ed incapaci di trovare credibili alleanze, sia diventata il fulcro di un così intenso ed appassionante dibattito.

Come è stato osservato il reddito di base sembra diventare, in tendenza, un principio di organizzazione sociale (di rilevanza costituzionale ) intuitivo e irrinunciabile così come lo sono diventati, in altre epoche storiche, l’abolizione della schiavitù o il voto alle donne: il fondatore della rete internazionale ( diffusa in trenta paesi) del BIEN ( Basic income network) Philippe Van Parjis ha azzardato, in relazione a questo mutamento di clima (che sfortunatamente coinvolge l’Italia solo marginalmente) la battuta “ un giorno di domanderemo come abbiamo potuto vivere senza un reddito di base universale”.

E’ la centralità che il discorso sulla garanzia di un “ reddito di base” ha assunto nel confronto internazionale, che coinvolge non solo gli Autori che cercano una dimensione “emancipativa” nella trasformazione tecnologica in corso o ne denunciano i pericoli e le minacce, ma persino i “signori della rete” ed il World Economic Forum, così come importanti Istituzioni come il Parlamento europeo, Stati del vecchio continente o Paesi emergenti, che deve essere spiegata prima ancora di esaminare l’accettabilità di questa prospettiva, la sua concreta fattibilità ed il rapporto con la diversa misura , ma secondo la tesi di questo Volume, vicina per finalità ed ispirazione, del “ reddito minimo garantito”( d’ora in poi RMG) come protezione di chi versa concretamente in una situazione di bisogno.

giovedì 25 gennaio 2018

COSA PUO' UNA FORZA LAVORO



La forza lavoro è la facoltà regina: la facoltà delle facoltà. E' il risultato dell'attività congiunta, e contraddittoria, del giudizio e dell'immaginazione, della capacità e dell'intuizione. La sua base è: "Perseverare nel nostro essere" scrive Spinoza. 

La forza lavoro è la facoltà di produrre valori d'uso, non è solo una capacità di lavorare. E non è uno stato, una situazione acquisita e interamente realizzata nei fatti. E' un'attività in corso di effettuazione, sempre  alla prova, esposta di conseguenza all'incompletezza, allo sbrogliarsela e all'imbrogliarsi. 

C'è una potenza del produrre e del pensare nella forza lavoro. E' incarnata nei corpi, agita dalle menti, continuamente rimossa nel lavoro, incastrata nelle cose, fissata nella merce, sequestrata dall'algoritmo.  È quella potenza che chiama dall'interno e riappare in un mondo in pezzi sotto forma di istanti, affetti concentrati, possibilità date e non date.

Nell'errore, nell'alienazione, nell'intuizione, nel frammento o una anomalia, c'è un modo per uscire dal ristagno della vita.

Anche con la potenza, vera o immaginata, perduta o tradita, l'apertura della facoltà continua a percepirsi. Si rilancia, di ripresa in ripresa, di ripetizione in ripetizione di un atto meccanico e impersonale. In esso la potenza non si esaurisce mai. E' suscettibile di essere programmato in partenza fino a quando la vita inciampa in un ostacolo e inizia a interrogarsi su se stessa.

Il problema non è che cos'è il lavoro, ma cosa può questa forza lavoro. Come può il suo potere farsi forza?


*Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, in libreria dal 25 gennaio 2018. Su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

domenica 21 gennaio 2018

I ROBOT NON CRESCONO SUGLI ALBERI

Dicono che sulle piattaforme non si lavora, si passa il tempo per hobby.

Noi diciamo che le piattaforme mettono al lavoro la vita al di fuori del rapporto di lavoro e che questo è pur sempre un lavoro.

Dicono che la macchina-che-si-guida-da-sola è guidata da una app.

Noi diciamo che ha bisogno del lavoro di chi elabora miliardi di dati per distinguere un pedone da un semaforo o un caribù.

Dicono che grazie all'automazione il lavoro è finito.

Noi diciamo che il lavoro è sempre di più e lavoriamo sempre peggio.

Dicono che le persone non servono perché ci sono i robot.

Noi diciamo che dietro e nei robot ci sono intelligenze umane, individuali e collettive.

Dicono che la forza lavoro è destinata a scomparire.

Noi diciamo che i robot non crescono sugli alberi, ma sono prodotti della macchina combinata tra l'uomo e l'algoritmo.

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi). Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

venerdì 19 gennaio 2018

REDDITO (ANCHE) DA FACEBOOK



Loro dicono che è amicizia.

Noi diciamo che è lavoro non pagato.

Loro lo chiamano condivisione.

Noi lo chiamiamo furto.

Loro dicono che ogni mi piace, chat, tag o poke è un contatto

Noi diciamo che siamo trasformati in un profitto.

L’entusiasmo compulsivo generato dall’uso della piattaforma porta i suoi utenti a diventare involontari sostenitori del nuovo imperativo: il lavoro non pagato è un’attività naturale, inevitabile e persino appagante.

Siamo stati legati ai loro termini di servizio anche troppo a lungo: ora è il momento dei nostri termini.

Ottenere un reddito di base, anche da Facebook, significherebbe interrompere la riproduzione della condizione di lavoratori senza compenso.

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi). Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

mercoledì 17 gennaio 2018

LAVORETTI




Pur evocato come un miracolo, una dannazione, una redenzione, oggi il “lavoro” non indica un referente chiaro.

Anche chi dice - imbrogliando - che i gig workers non lavorano, ma giocano - fanno, appunto, un lavoretto - nei fatti riconosce l’esistenza di un lavoro.

Nell’espressione onnipresente gig economy il concetto di work - lavoro - non c’è.

Esiste un suo quasi sinonimo – in inglese gig significa lavoretto, ingaggio, prestazione e spettacolo - estraneo alla semantica che deriva da labor, ponos, e i moderni work, arbeit o travail.

La contraddizione è insuperabile nella lingua latina.

La plurisignificazione inglese allude al campo del lavoro, della retribuzione, del contratto, ma lo sposta verso la prestazione soggettiva, un'attività che si fa gioco, divertimento, hobby.

Se il lavoro è un hobby, allora non è un lavoro, si dice.

Anche se è un hobby, e non lo è, la sua attività produce un valore, produce relazioni, è il presupposto per creare servizi e beni, noi rispondiamo.