venerdì 23 giugno 2017

STEFANO RODOTA', RITRATTO DELLA VITA MULTIFORME


Addio al grande giurista Stefano Rodotà, scom­parso a 84 anni. Ritratto di un intellettuale politico costruito in anni di incontri, interviste e recensioni, scambi di libri e di film. Solidarietà e comunanze al centro di un progetto politico dove la vita è un movimento multiforme e la critica al "terribile diritto" può anche portare al diritto all'esistenza che ci riguarda tutti.

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Stefano Rodotà era un uomo presente. Con un messaggio, una telefonata, un gesto quando lo incontravi. Ha avuto quel dono raro di occuparsi degli incontri, legandoli fortemente a una prospettiva politica e intellettuale. Nelle interviste, che spesso mi ha concesso, avevamo creato un luogo d'incontro, un pensiero in presa diretta, che talvolta viene riservato a chi fa questo mestiere.

giovedì 5 gennaio 2017

I BUCANIERI DELLE FAKE NEWS


Roberto Ciccarelli

La "post-verità" è stata eletta a "parola dell'anno" dopo la vittoria di Trump alla Casa Bianca. Anche in Italia schiere di giornalisti, filologi, filosofi, massmediologi e politici parlano delle notizie false [Fake News] che altererebbe la "vera" natura della politica. Le più alte istituzioni invocano un intervento censorio, un controllo politico, una resipiscienza morale dei naviganti contro le notizie veicolate sulle piattaforme digitali. In risposta, Beppe Grillo (M5S) evoca giurie popolari contro i media tradizionali che condannano la rete. Facebook e  Google annunciano provvedimenti contro le bufale. Ciò di cui nessuno ancora parla è il motivo per cui le fake news si producono. E, soprattutto, chi le produce? Sono i freelance e gli operai delle fabbriche del click in tutto il mondo. Pur di guadagnare un reddito che altrove non c'è, i nuovi precari dell'era hi-tech sono diventati strumenti e attori consapevoli della produzione di notizie false, opportunismi digitali, narrazioni parallele, verosimili o infondate, non importa. Servono alla conquista del potere (degli altri), allacreazione del traffico sulle piattaforme da cui traggono il reddito.Ecco chi sono. Il racconto del quinto stato, la questione sociale nel capitalismo digitale. (pubblicata su Prismo).

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Hrithie Menon ha 15 anni e lavora come freelance. Frequenta la East View Secondary School di Singapore. La sua famiglia è ceto medio. Haridas, suo padre, ha fondato la Singapore Internet Marketing Academy. Sua madre, Shenthil, lavora nell'industria dei media locali. In futuro, Hrithie spera di sviluppare la sua passione per il software. Vorrebbe aiutare gli uomini di affari a rafforzare la loro cyber-sicurezza su wordpress. Al politecnico vuole studiare ingegneria informatica. Orgoglioso di lei, il padre dice: “Ha un incredibile talento nel sentire le tendenze online, ha orecchio, le sente”. È uno dei talenti che si acquistano in rete. Da nativa digitale “ho imparato da You Tube – dice Hrithie – Tutto è su Internet”.




Hrithie deve il suo incontro con Donald Trump al mercato online per servizi digitali: Fiverr. Durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, Hrithie Menon è stata reclutata su questa piattaforma dallo staff del candidato repubblicano per realizzare un presentazione online del programma destinato agli studenti. “È stato uno dei progetti più facili che ho realizzato – ha detto Hrithie – è uno dei tanti, ci ho messo due ore”. Per ogni task - o commessa – realizzata via Fiverr, Hrithie incassa più o meno 100 dollari e, fino ad oggi, ha guadagnato circa 2 mila dollari. Soldi che intende usare per un apparecchio dentale.

Quando ha risposto all'annuncio Hrithie non conosceva Trump. “Ho pensato che non fosse chissà quale affare”, racconta. Quando ha appreso dalla Tv che quel tizio con i capelli arancioni è diventato il 45esimo presidente degli Stati Uniti, Hrithie ha capito di avere preso parte a un evento storico a cui, nel suo piccolo, ha contribuito. Le sue slide sono state condivise dai coetanei americani e nei campus. Il suo portfolio di freelance ora è più ricco. Arriveranno altre commesse.


“Singapore ci ruba il lavoro”

In un comizio a Tampa in Florida il candidato razzista e xenofobo Trump ha denunciato Singapore come uno dei governi che “rubano” più posti di lavoro agli americani. In quello stesso momento il suo staff trovava Hrithie, proprio a Singapore, per realizzare un lavoro che molti studenti della sua età sono in grado di realizzare.

Il candidato populista tuona contro l'outsourcing delle altre imprese, ma la pratica per andare alla Casa Bianca, così come ha fatto per esternalizzare il lavoro per la linea di abbigliamento “Trump collection”. Senza contare che se Trump realizzasse uno dei suoi annunci elettorali – espellere 3 milioni di clandestini dagli Stati Uniti – è probabile che anche coetanei di Hrithie, e i loro genitori, potrebbero finire nella sua lista.

In questa vicenda non c’è un rapporto di causa ed effetto, né una condivisione degli obiettivi di Trump. Hrithie sostiene di non seguire la politica americana e va creduta: difficile credere che un’adolescente di Singapore tifi Trump. Lei ha risposto a un annuncio come fanno milioni di click-workers in tutto il mondo. Ha eseguito il lavoro, senza conoscere l’uso che ne sarebbe stato fatto. In realtà, non era difficile capirlo, ma il modo in cui è stata percepita questa attività è impolitico. Shenthil, la madre di Hrithie, ha detto: “È stato un grande momento per noi, pensare che il lavoro da freelance di mia figlia potesse produrre un simile spettacolo”.

Nella traduzione inglese la donna parla di “gig” che significa sia spettacolo che prestazione o “lavoretto”, uno di quelli offerti su piattaforme come Fiverr. Un cliente sembra valere come l’altro. Conta l’esecuzione del task, portare a termine la commessa che vale come le altre, o almeno così viene presentata. Avere un successo spettacolare per arricchire il curriculum. Il limite di questa mentalità “ va bene tutto, basta che paghi” è evidente. Trump, come imprenditore politico, l’ha usato per attrarre persone molto diverse che hanno visto nella sua campagna l’occasione per guadagnare un reddito.

martedì 22 novembre 2016

NAPOLI, UNA CITTA' ANCHE PER LAVORATORI AUTONOMI, FREELANCE, PRECARI

Peppe Allegri

La Coalizione 27 Febbraio – C27F composta da associazioni e movimenti che si occupano di lavoro autonomo, intermittente, precario e sottopagato – incontra il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e l'assessore al diritto alla città, alle politiche urbane, al paesaggio e ai beni comuni Carmine Piscopo. L'incontro si terrà giovedì 24 novembre, ore 18, a Napoli, presso l'ex Asilo Filangieri, in vico Giuseppe Maffei 4.

Le Carte del quinto stato

L'occasione è la presentazione della Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente, un testo scritto collettivamente dai molti soggetti della C27F che unisce le lotte per garantire dignità e diritti a figure del lavoro eterogenee: liberi professionisti, lavoratori autonomi iscritti alle Casse di previdenza degli Ordini o alla Gestione Separata INPS, parasubordinati, precari-e e intermittenti, soprattutto della retribuzione, ricercatori sempre più flessibili e temporanei, studenti al lavoro con i voucher, partite IVA con sempre meno commesse e fatture, etc.

Tutte e tutti accomunati dall’essere sostanzialmente privi di diritti sociali e previdenziali, spesso oggetto di iniquità fiscali, sempre più ricattati dal lavoro povero, con scarsa retribuzione, poche certezze nei pagamenti e praticamente nessun accesso ai servizi di Welfare. È il quinto stato, come lo abbiamo più volte raccontato e descritto in questi anni.

lunedì 14 novembre 2016

TWITTER E' IN CRISI, COMPRIAMOLO NOI!


Roberto Ciccarelli

Twitter chiude anche la sede italiana a Milano. A spasso sedici dipendenti compreso il country manager Salvatore Ippolito. Continua la campagna #WeAreTwitter: il social network può essere comprato dai suoi stessi utenti. Un'idea suggestiva, forse rischiosa, forse irrealizzabile, che potrebbe trasformarsi nel più incredibile esperimento di proprietà collettiva del XXI secolo. Pubblicato su PrismoMag


Twitter potrebbe dare un nuovo taglio al personale, e a Wall Street non lo vuole comprare nessuno. Lo scrittore e studioso Nathan Schneider ha allora avuto un’idea: noi siamo Twitter e come utenti possiamo comprarlo. Costruiamo la cooperativa di piattaforma digitale più grande al mondo. Certo, la proposta #WeAreTwitter potrebbe essere uno spottone per rilanciare le sorti, non rosee, dell’azienda co-fondata e diretta oggi da Jack Dorsey. Ma potrebbe anche essere l’esperimento più incredibile di proprietà collettiva del XXI secolo.

Comprare Twitter è un affare?
Aderirò a questo esperimento, quando partirà. Ma voglio fare un buon investimento, anche con pochi euro/dollari. E per questo ho studiato le carte economiche dell’azienda. Twitter, si diceva, ha dato una sforbiciata all’8 per cento della forza lavoro, 300 persone circa. Diciassette hanno perso il lavoro in Italia dov'è stata chiusa la filiale milanese. Altrettante ne sono state licenziate quando Dorsey ha ricominciato a fare l’amministratore delegato l’anno scorso. La compagnia ha nel frattempo assunto i banchieri di Goldman Sachs e Allen & Co per valutare l’opzione della vendita, ma le aziende che avevano espresso un interessamento all’acquisto – Salesforce, Walt Disney o Alphabet – si sono ritirate. Twitter ha perso il 40 per cento del suo valore nell’ultimo anno. Le perdite hanno reso più difficile pagare i suoi ingegneri con le stock option. Un problema per un’azienda della Silicon Valley, fondata sul pagamento in base al rendimento dell’innovazione su un mercato ipercompetitivo con i giganti Google o Facebook.

sabato 22 ottobre 2016

NON SOLO SMARTPHONE. DIETRO LE START UP C'E' LA FORZA LAVORO


Roberto Ciccarelli

Pubblicato sul blog facciamosinistra, in occasione delle prime due milioni di visite (auguri!), l'articolo racconta una recente scoperta italiana: il lavoro digitale su piattaforma. La protesta dei ciclofattorini di Foodora a Torino ci ha fatto scoprire l'economia dei servizi online gig economy e la sua differenza con la sharing economy. Accade la stessa cosa negli Usa, a Londra e in Francia. Fino a oggi si è pensato che le start up fosse degli imprenditori di se stessi. Dietro la App economy c'è la forza lavoro. 


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Le piattaforme dei servizi on-demand – la cosiddetta gig economy, l’economia dei «lavoretti» – stanno scoprendo l’esistenza dei lavoratori. Questa estate gli autisti di Uber in Inghilterra hanno portato l’azienda davanti al tribunale del lavoro, come i loro colleghi americani. I bikers di Deliveroo hanno protestato a Londra e Parigi contro il piano dell’azienda di spostarli da un pagamento a ora a un altro a consegna. Nella filiale italiana della tedesca Foodora a Torino, i fattorini in bicicletta hanno chiesto un contratto a part-time verticale, il riconoscimento di un salario minimo orario più il costo della consegna.

Come per gli autisti di Uber, anche sulle spalle dei riders grava il costo dell’attrezzatura con cui lavorano: nel primo caso le spese per la macchina e l’assicurazione sono a carico degli autisti, nel secondo i fattorini acquistano la bicicletta e pagano le spese dello smartphone. Se cadono, fanno un incidente o si ammalano, non sono coperti. Se non lavorano, non hanno un sussidio di disoccupazione. Se non rispondono a una chiamata, hanno una valutazione negativa dall’algoritmo e possono essere allontanati dalle zone dove c’è richiesta dei clienti, guadagnando ancora meno.

venerdì 7 ottobre 2016

RANKING E LOTTA DI CLASSE

Roberto Ciccarelli

La Californian Ideology e il sogno dell'automazione totale nascondono un segreto. E cioè che il lavoro non è finito: al contrario, è sempre di più. Solo che è talmente invisibile che a nessuno viene in mente che vada pagato.  Intervento alla tavola rotonda "Il lavoro nell'era dell'economia digitale" all'Internet Festival 2016 a Pisa. Pubblicato su Prismo

Un paio di settimane fa ho visto la puntata Il pianeta dei robot di Presa diretta, una delle poche trasmissioni Tv che fanno inchiesta in Italia. Bella trasmissione, e se siete interessati potete rivederla qui. Peccato che abbia accreditato la solita versione apocalittica della cosiddetta “ideologia californiana”.

Per Richard Barbrook e Andy Cameron, autori venti anni fa dell'omonimo libro, la Californian Ideology è quel mix di libero spirito hippie e zelo imprenditoriale yuppie su cui fonda l’intero immaginario della Silicon Valley. Questo amalgama degli opposti si rispecchia nella fede indiscussa nel potenziale emancipatorio delle nuove tecnologie dell’informazione, nella credenza che la robotica e l’automazione renderanno inutile la forza lavoro, e nella previsione che con la cancellazione di milioni di posti di lavoro (dai trasporti alla logistica, fino alla sanità e tutto il resto) non ci sarà modo di guadagnare da un’occupazione. A meno che non ci sia un reddito di base universale.

In questa miscela di cibernetica, economia liberista e controcultura libertaria, frutto della bizzarra fusione tra la cultura bohémienne di San Francisco e la nuova industria hi-tech, in effetti il reddito di base è un tema di discussione; per Andrew McAfee e Erik Brynjolfsson, autori de La nuova rivoluzione delle macchine, Google, Facebook, Apple e gli altri giganti dovrebbero inoltre pagare più tasse, argomento attualissimo anche in Europa dopo lo scontro tra la Commissione Ue e il governo irlandese sui maxi-sconti fiscali garantiti per anni alla Apple. Ma nel dibattito reale della Silicon Valley, le cose non stanno proprio così.

I “nuovi feudatari” della rete, accettano sì l’idea di un reddito base universale, ma a condizione che non sia la Silicon Valley a pagare il conto: è lo Stato che dovrebbe cancellare ogni forma di aiuto economico pubblico per convertire i fondi in assegni da dare direttamente ai privati. Nell’illusione di diventare un imprenditore tecnologico di successo, uno “startupperoe”, lo Stato diventa quindi l’erogatore di assegni guadagnati sulle piattaforme del capitalismo interconnesso: il welfare sarà il supporto sociale delle nuove agenzie di servizi online, e i diritti sociali verranno legati alla partecipazione del consumatore che produce informazione (prosumer) ai ritmi della macchina.

Prosegue su Prismo

lunedì 26 settembre 2016

LE PAROLE-TOFU DELLA NOSTRA VITA: INNOVAZIONE SOCIALE



Roberto Ciccarelli

L’innovazione sociale è come il tofu: insapore, sta bene con tutto: il dolce e il salato. Una definizione certa non esiste: è come la ricerca del Sacro Graal. Coloro che pensano di averlo trovato ne danno, immancabilmente, definizioni diverse. Ciò che oggi conta nell’innovazione sociale è il suo non detto: è necessario trovare nuovi strumenti per cambiare se stessi e la società. Pubblicato su Che Fare

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Il problema della definizione di questo concetto diventato un classico passepartout – o parola-baule – è molto interessante. Maurizio Busacca ne ha fornito una completa mappatura. L’approccio sociale all’innovazione non riguarda solo il settore nonprofit, è diventato mainstream e viene applicato, indifferentemente, sia per le politiche sull’innovazione tecnologica sia per quelle dell’organizzazione culturale. Si parla di “innovazione sociale” nel campo delle politiche giovanili e in quello dell’economia degli eventi. Senza contare che “socialmente innovativo” viene considerata anche la governance pubblica che favorisce la formazione di un pulviscolo territoriale di start up e imprese private. In generale “innovazione sociale” indica una branca delle teorie del management, della gestione di iniziative pubbliche e di promozione dell’imprenditorialità intesa sia nel senso proprio di azienda, sia in quello lato ed esistenziale di intrapresa individuale, collettiva o territoriale.

sabato 24 settembre 2016

CHOOSY, VIZIATELLI, NARCISISTI: GENITORI CREATIVI NEL #FERTILITYDAY


Roberto Ciccarelli

Le due campagne del Ministero della salute sul fertily day hanno rivelato l'orientamento della biopolitica di stato: la donna è considerata la "proprietaria di un corpo-sepolcro vuoto, improduttivo, non messo a valore, l’essere in debito con la società per non riuscire a contribuire all’esistenza di nuova forza lavoro per il mercato. Il governo ritiene che si tratti di un "errore di comunicazione", mentre è chiaro che si tratta di un problema politico: il  "mancato rispetto delle donne e stigmatizzazione nei confronti di chi non può avere o non vuole avere figli". La campagna: "Genitori giovani per essere creativi". Oggi in Italia nonsifanno figli perché i possibili genitori sarebbero impegnati a essere "creativi". Pubblicato su OperaViva 


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"Genitori giovani per essere creativi". Nella sua banalità imbarazzante uno degli slogan della campagna sul Fertility Day accredita la mentalità della classe creativa, soggetto pseudo-sociologico inventato da Richard Florida nel 2002 e obiettivo dell’operazione del ministero della Salute: oggi in Italia non si fanno figli perché i possibili genitori sono impegnati a essere "creativi".

“Classe creativa”

Il ministero, e i suoi “creativi”, alludono al profilo di un lavoratore elastico, sempre disponibile alle richieste dei suoi committenti, un soggetto che vive per lavorare e affermarsi nella carriera professionale intesa come un’attività creativa, appagante, auto-centrata. La «classe creativa» non include solo manager cosmopoliti, artisti, freelance o professionisti dell’immateriale, appartenenti a un ceto medio ricco e poliglotta nelle industrie dell’high tech o dell’intrattenimento. È un modello morale: per molti anni è stato usato per reinterpretare la condizione della precarietà. La precarietà è un’opportunità, va intesa come flessibilità, una condizione anche estetica, performativa. Mai intenderla come una questione giuridica o, peggio, sindacale. Che noia, che barba, che noia.

Lo slogan ha preso molto sul serio una delle fandonie che nutre la rappresentazione del lavoro indipendente, tra start up e auto-impresa: il creativo sa usare la precarietà, esistenziale e professionale, in maniera imprenditoriale, appartiene a uno strato culturale vasto che contiene diverse posizioni sociali economicamente disomogenee, in una società integrata senza classi. Salvo poi scoprire che tale «creatività» oggi è solo un’altra faccia dell’auto-sfruttamento, del lavoro gratuito o sottopagato, oltre che dell’alienazione del lavoro autonomo contemporaneo.


martedì 7 giugno 2016

5 MILIONI DI LAVORATORI AUTONOMI SENZA TUTELE: COSA FA IL PARLAMENTO?



Giuseppe Allegri

Annunciato, e poi sotterrato, si torna a parlare del "Jobs Act delle partite Iva". Una modesta proposta di tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale in chiaroscuro. Il 13 giugno è la scandenza della presentazione degli emendamenti al Senato, poi il testo passerà alla Camera. Cosa fare per le tutele e le garanzie del lavoro indipendente, il lavoro digitale e la sharing economy in Italia 

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giovedì 12 maggio 2016

CARTA (3.0) DEI DIRITTI E DEI PRINCIPI DEL LAVORO AUTONOMO E INDIPENDENTE


Il Jobs Act, che doveva essere l'angelo redentore dell'occupazione, ha fatto spendere al contribuente 6 miliardi di euro nel 2015 per produrre 100 mila nuovi posti di lavoro, più o meno gli stessi occupati del 2014. Annunciato come la svolta epocale per il lavoro autonomo, a distanza di mesi, il "Jobs act delle partite Iva" annunciato da Renzi sembra essere passato nel dimenticatoio Gli unici che continuano a creare, studiare e mobilitare in Italia sul lavoro sono i lavorat* autonomi della Coalizione 27 febbraio: la loro carta dei diritti è quanto di più avanzato è stato prodotto nella concezione del lavoro contemporaneo e per i suoi diritti. Diritti sociali universali, fisco, previdenza, studi professionali, sharing economy: sono alcuni dei capitoli di una carta dei diritti che restituisce ila complessità della condizione del quinto stato oggi: un patchwork di identità, status e potenzialità. La loro consultazione permanente sulla carta dei diritti è arrivata alla versione 3.0. Ecco il nuovo testo. I risultati verranno esposti sabato 21 maggio in un'assemblea a Esc alle 18, via dei Volsci a Roma.


mercoledì 11 maggio 2016

CHE FINE HA FATTO IL JOBS ACT DEL LAVORO AUTONOMO?


Lettera aperta della “Coalizione 27 febbraio”: proposta di assemblea


Siamo le lavoratrici e i lavoratori autonomi e precari della “Coalizione 27 Febbraio”.

Ci identifichiamo nel Quinto Stato: «… una condizione incarnata in una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente».

Ci siamo incontrati, poco più di un anno fa, per la prima volta a Roma, convinti che solo l’azione e le lotte congiunte di figure del lavoro eterogenee – connesse dalla intermittenza, dalla precarietà e dall’assenza di welfare – avrebbe potuto accendere i riflettori sulla nostra condizione, che è comune a milioni di donne e di uomini. Liberi professionisti, precari, lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata INPS, studenti, ricercatori a tempo, parasubordinati, accomunati dall’essere sostanzialmente privi di diritti sociali e previdenziali, o dal possederne in misura assai ridotta, abbiamo dato vita insieme a un movimento di idee e di lotte culminato nella produzione della Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente.

Questo movimento – fatto anche di manifestazioni pubbliche presso le istituzioni del welfare, dalla sede centrale INPS al Ministero del lavoro – ha generato una rinnovata attenzione dei media, nello scorso autunno, verso le rivendicazioni del lavoro autonomo e professionale. Nello stesso periodo, in coincidenza con la nascita della Carta della C27F, il Governo annunciava trionfalmente l’approvazione del cosiddetto Jobs Act del lavoro autonomo, un breve Disegno di Legge contente alcune norme interessanti in tema di certezza dei pagamenti, accesso ai Fondi europei, tutela della malattia, deducibilità fiscale delle spese di formazione, e molte norme sbagliate (vedi il Titolo II sul lavoro agile).

venerdì 6 maggio 2016

EMERGENZA CULTURA: BASTA OLIGARCHIE, BARONIE E IMPRENDITORI DI SE STESSI

Giuseppe Allegri

Emergenza cultura: si crede che bastino i fondi pubblici. Il bisogno di una rivoluzione contro il corporativismo e il mito del creativo in carriera. L'alternativa allo Stato non è il mercato, o viceversa. Oggi più che mai serve riscoprire  invenzione sociale, economica e istituzionale.

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In questi giorni è emergenza cultura, per la manifestazione del 7 maggio, ma è praticamente un'emergenza permanente.

Era di oltre dieci anni fa, inverno 2004, la lotta francese alla “guerra contro le intelligenze e la cultura”, che ebbe una vasta eco in tutta Europa e attraversò anche i precari movimenti dell'Onda studentesca e delle università italiane, le mobilitazione di precari-e delle grandi catene di distribuzione, come dei servizi alle persone (call center e non solo), per arrivare alle intermittenti dello spettacolo e del lavoro culturale che nei primi anni Dieci si ripresero teatri, spazi pubblici, sale cinematografiche in dismissione. Era la stagione delle mobilitazioni europee per affermare una nuova idea di società e di attività operose, che permettesse di sfuggire ai ricatti del lavoro povero, a partire dalla valorizzazione di conoscenze e saperi messi in condivisione.

sabato 30 aprile 2016

ANCHE I ROBOT VOGLIONO IL REDDITO DI BASE

Roberto Ciccarelli

A Zurigo succede qualcosa di incredibile: 100 robot sono scesi in piazza e tra le strade per ballare insieme a centinaia di sostenitori, e la protesta si svolgerà per richiedere l’introduzione di un reddito di base incondizionato. Il 5 giugno 2016, la Svizzera sarà il primo paese al mondo a tenere un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato. Il reddito di base è uno strumento utile per drenare risorse dalla bolla finanziaria in cui vive la nuova economia. Per applicarlo serve una cultura politica capace di ripensare la democrazia, lo Stato e, nel nostro caso, l’Unione Europea. Sempre che ce ne sia una alla fine della crisi. In tutto questo parlare di lavoro che cambia, una cosa è certa: la maledizione del lavoro salariato e la sua mancanza. Lavoreremo inutilmente tutta la vita, inseguendo un modello di lavoro in crisi, senza un reddito dignitoso, e nemmeno una pensione. Questa è la realtà, altro che innovazione.

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Al Forum di Davos 2016 i robot hanno fatto una proposta seria: il reddito di base per gli umani, a loro le incombenze del lavoro.

“Mentre noi faremo i lavori più faticosi, noiosi e ripetitivi, gli umani saranno liberi di creare, socializzare, inventare nuove attività utili per la società – hanno scritto in una dichiarazione - Molte persone hanno bisogno di un reddito. La nostra missione è fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è fornire alle persone un reddito di base incondizionato”.

“Abbiamo una cattiva coscienza. La gente ha paura di noi e ha paura del futuro - hanno aggiunto – E’ preoccupata perché perderà il posto di lavoro e quindi lo scopo della sua esistenza. In Europa vediamo che soprattutto i giovani non trovano lavoro, in Italia è il 40%. Prospettiva: Nessun futuro!”.

venerdì 22 aprile 2016

DON CHISCIOTTE E SANCHO PANZA: 400 ANNI CONTRO IL LAVORO GRATUITO

Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli

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Nel giorno in cui ricorre il quattrocentesimo anniversario della morte di Miguel de Cervantes, e a quattrocentouno anni dalla pubblicazione del secondo volume del Don Chisciotte, una breve anticipazione di un saggio che uscirà nel volume a cura di E. Armano e A. Murgia, Le reti del lavoro gratuito. Spazi urbani e nuove soggettività, ombre corte, 2016, che proprio al Cavaliere dalla trista figura e al suo scudiero è dedicato.
GA e RC
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Nell'epoca in cui si assiste a quella che potrebbe essere una trasformazione durevole della mentalità intorno al lavoro e al suo costante impoverimento retributivo, potrebbe risultare provocatorio andare a recuperare quella splendente lettura che è El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, a quattrocento anni dalla pubblicazione . E potrebbe anche sembrare del tutto azzardato, vista la mole di critica letteraria che si è confrontata con questo capolavoro della cultura occidentale. Per tacere dei secoli passati nelle trasformazioni delle forme del vivere in comune, delle relazioni sociali, dei rapporti di lavoro e produzione. Del resto don Chisciotte voleva essere fino in fondo inattuale già nella sua esistenza terrena-letteraria, all'assurda ricerca del sublime stile di vita dell'errante cavalleria, mentre l'Europa entrava nell'algido astrattismo razionalista.




Nelle pieghe delle mille umane, troppo umane, avventure narrate da Miguel de Cervantes troviamo, certo non a caso, l'universale condizione dell'essere umano nel suo perenne oscillare tra solitaria affermazione individuale di uno spirito libero, indomita perseveranza, muta condiscendenza alla subordinazione, urgenza di riparare tutti i torti, visionaria vocazione all'intrapresa individuale e collettiva, speranza in una qualche sicurezza, subìta propensione al lavoro salariato, aspirazione, sempre sofferta, all'indipendenza individuale e alla ricchezza comune.

La vita tra operoso sogno ad occhi aperti, volonterosa individualità, condivisa passione esistenziale, imprevedibile progettualità temporale, ieratica e sfaccendata erranza. Per giunta una vita condotta in due, cambiando continuamente i ruoli di maestro e discepolo, servo e padrone, sapiente e ignorante, cavaliere e scudiero, folle e saggio, stolto e intelligente, subordinato e freelance, ma per sempre da fratelli, ingegnosi e temibili, che condividono il proprio destino, nella sventura e nella gioia. Fino a che “l'opposizione dei due modelli è coronata dall'identificazione: insomma nella donchisciottizzazione di Sancho e, per paradosso, nella sancizzazione di don Chisciotte” . E una risata continua, che attraversa ogni pagina e corrode tutte le certezze.

Allora qui ci si limita a nominare una condizione, che proprio dal rapporto tra il Cavaliere dalla Trista Figura e il suo fido scudiero – don Chisciotte e Sancho Panza – arriva a noi. In un cortocircuito temporale che lega le forme di vita e di lavoro tra la rude, eppure paternalistica, materialità dei servigi nell'antico regime feudale e il pervasivo, astrattamente creativo, lavoro cognitivo al tempo del capitalismo finanziario.

Economia politica della promessa
Per la sua attività di scudiero il contadino Sancho Panza ricevette la solenne promessa del suo cavaliere errante:

Gli diceva, fra l'altro, don Chisciotte che si disponesse di buon animo a accompagnarlo, perché, chissà, poteva capitargli qualche avventura mercé la quale, in quattro e quattr'otto, poteva conquistare un'isola e lasciarci lui come governatore. Con queste e altre promesse del genere, Sancho Panza, poiché così si chiamava il contadino, lasciò sua moglie e i suoi figli e entrò scudiero del suo compaesano .

Ecco l'“economia politica della promessa” . E in prima battuta si promette “qualche avventura”, in virtù delle quali, in prospettiva, ottenere un'isola e, soprattutto, il suo governo. E a fare questa promessa è il visionario, cavaliere solitario, freelance per antonomasia, don Chisciotte, che così riesce ad arruolare Sancho Panza come suo scudiero.

È qui che si inaugura la più sottile, invasiva, eppure vitale e duratura relazione lavorativa: un rapporto di lavoro tra il datore-committente che in questo caso è l'esempio più fulgido dell'indipendente “lancia libera”, free-lance e il suo collaboratore, assistente, a tratti verboso, sempliciotto e impacciato consulente, altre goffo, testardo e pragmatico servitore.

Il nobile imprenditore di se stesso coinvolge il suo fidato assistente nell'impresa personale, eppure condivisa, di accedere all'errante cavalleria: l'uno come cavaliere armato di mal congegnata celata, scudo e lancia, l'altro come suo buon scudiero. La vera spinta propulsiva a mettersi insieme nell’intrapresa è riscattare le proprie, stanziali, misere esistenze, aprendosi al mondo, mettendosi in movimento per ripararne i torti e far parte dei cavalieri erranti e del loro seguito. L'obiettivo – la missione – di elevarsi a condizioni esistenziali altrimenti irraggiungibili è la molla che spinge all'azione e tiene uniti questi due ieratici fratelli, nella buona e nella cattiva sorte.





giovedì 21 aprile 2016

PENSIONI, LA BOMBA SOCIALE DEI PRECARI

A sinistra la segretaria della Cgil Susanna Camusso, a destra il presidente dell'Inps Tito Boeri
Roberto Ciccarelli

Le pensioni e il futuro. Camusso (Cgil) critica Boeri (Inps): «La previsione sulla generazione anni Ottanta costretta a lavorare fino a 75 anni rischia di far passare un messaggio pericoloso di sfiducia ai giovani». Come se non lo sapessero già. Nel 2032 il sistema contributivo andrà a regime al costo di milioni di esclusi senza tutele e una pensione dignitosa.

Per il presidente dell'Inps Tito Boeri la classe politica ha nascosto per vent'anni la situazione previdenziale agli italiani. In queste ore, finalmente, le poste invieranno l'estratto conto contributivo. La storia inizia nel 1995 con la riforma Dini. Nel 2010 Mastrapasqua, predecessore di Boeri, disse: "Se la rivelassimo, ci sarebbe un sommovimento sociale". Nel 2012 Mario Monti chiese a Elsa Fornero di sorvolare. Da oggi, forse, sarà più chiaro le diseguaglianze epocali prodotte dal sistema contributivo

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