venerdì 3 luglio 2015

FARE IL CONCORSONE RAI IN CAMBIO DI DUE SPICCI E PAGARE PER DIECI


Giovanna Ferrara

Vita da Freelance al Concorsone Rai che mette in palio 100 posti precari per 5 mila candidati. Racconto non consolatorio di un viaggio da Roma a Bastia Umbra per un Superenalotto tutto italiano
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Un cartello temporaneo – “Concorso Rai” – avverte chi arriva dalla statale E45 di imboccare l'uscita Assisi-Foligno. La direzione verso i "Cento posti per eventuali contratti a tempo determinato nelle sedi nazionali e regionali dell'azienda che fa informazione di Stato".

Orizzonti di gloria

E così la triste provincia umbra - vetrine con abiti da messa e sandali francescani, rettilinei che potrebbero essere visioni buone per i film decadenti dei fratelli Cohen - diventa per un giorno il capoluogo di un sogno più vicino alle sensazioni da ‘ultima spiaggia’ che alle pulsioni da ‘orizzonti di gloria’.

A rendere più allucinante e incredibile l'intera vicenda è che a sognarlo sono in tremila, età media oltre i quarant'anni. Tutti, presumibilmente e al netto di sindromi masochiste, sperano di strappare questa promessa di assunzione temporanea. Le vite professionali dalle quali provengono sono infatti ancora più instabili e precarie di quella che sognano di conquistare e che il concorso mette in palio.

giovedì 2 luglio 2015

GREFERENDUM, L' OCCASIONE PER UNA REPUBBLICA EUROPEA

Giuseppe Allegri

Il referendum in Grecia sull'austerità è contenuto nel programma elettorale di Syriza. E' loccasione per creare una nuova istituzione europea che spezzi i diktat del direttorio Merkel-Juncker-Draghi-Fmi, permetta una rinegoziazione dei debiti e apra gli spazi politici di una Repubblica europea.

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Che il processo di integrazione europea fosse entrato in una crisi strutturale divenne chiaro per lo meno dieci anni or sono, nella tarda primavera del 2005, con il doppio no referendario francese e olandese al Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa. L'Eurozona era entrata in funzione da tre anni e il grande allargamento a Est dell'Unione europea era avvenuto nel 2004, parallelo all'estensione della NATO. L'interregno europeo e mondiale post-1989 subiva un ulteriore giro a vuoto e la crisi istituzionale europea verbalizzava la scarsa coesione interna e capacità globale del vecchio Continente, con la coalizione dei volonterosi capitanata dagli USA di Bush e dal Regno Unito di Tony Blair già in Iraq dal 2003.

Ma la storia di Europa è la storia delle sue crisi. Senza risalire al pluri-secolare dibattito intorno alla Krisis, molto più modestamente, nella recente storia della costruzione europea le innovazioni istituzionali sono state spesso frutto di un inasprimento delle condizioni di crisi politiche, economiche e istituzionali, quasi si possa continuare a parlare delle occasioni costituenti nei periodi di crisi e della «fecondità delle crisi»[1].

domenica 21 giugno 2015

A LOR SIGNORI POCO CONVINTI DELL'UTILITA' DEL REDDITO MINIMO

Daniela Risi*


Ho quasi 58 anni, totalmente disoccupata da quattro, lavoro intermittente negli anni immediatamente precedenti. Sono sola e senza alcun reddito, tra pochi mesi sarò fuori di casa e mi aspetterebbe forse (ma non lo permetterò) una branda in una casa di accoglienza (proposta dei servizi sociali), unico e solo "sostegno" che mi è stato offerto. Sono iscritta al centro per l'impiego dal 2006 (inutilmente) e non ho mai smesso di cercare lavoro, forse con meno energia negli ultimi due anni (mi sono ammalata , il corpo ha ceduto,sono a pezzi), ma tanto non c'è differenza.

Non ho mai fatto la furba, mai rubato, mai chiesto nulla a nessuno. Ho fatto l'università, ho vissuto all'estero, mi sono reinventata mille volte, ho iniziato a lavorare a 23 anni. Sono una persona perbene, che si è presa di imbecille innumerevoli volte nella vita per non essere stata abbastanza furba, ma "essere furbi" a me è sempre parso bestemmia.

In questi ultimi anni di disoccupazione totale ho subìto le peggiori umiliazioni, e dire che ci tenevo tanto alla mia autonomia, alla mia dignità, ma ho dovuto lottare con le unghie e con i denti per i diritti che mi spettano come persona e cittadina, inutilmente: ho lottato per sopravvivere, letteralmente, ero e sono senza cibo, senza riscaldamento, senza scarpe, senza soldi per le medicine: non ho avuto nulla, e mi è stato detto (dai servizi sociali, non solo vox populi) che come disoccupata non avevo diritto a nulla, meglio sarebbe stato se fossi stata invalida, o ex tossicodipendente o ex carcerata o extracomunitaria.

venerdì 12 giugno 2015

IL LAVORO NON BASTA

Giuseppe Allegri

Il diritto a una esistenza libera nella fine della società salariale. Il libro di Chiara Saraceno, Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi (Feltrinelli)

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È un volume essenziale per questi tempi e provocatorio sin dal titolo quello di Chiara Saraceno: Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi (Feltrinelli , pp. 137, 15 euro). Essenziale, perché indaga la recrudescenza delle condizioni di povertà nel vecchio c ontinente, con la precisione chirurgica dei dati e con la forza argomentatrice dell’analisi sociale, ben piantata nelle forme di vita contemporanee. Provocatorio, perché si oppone con determinazione a quelle politiche pubbliche predominanti che riducono il Welfare a un Workfare oppressivo e vessatorio nei confronti di una società, italiana ed europea, sempre più attraversata dall’aumentata percezione individuale e collettiva di insicurezza economica e perciò impaurita.

giovedì 11 giugno 2015

I DANNATI DELL'EXPO

Roberto Ciccarelli

Storia dei volontari al grande evento, l'Esposizione Universale a Milano "Nutrire il pianeta, energia per la vita". Ma non per chi lavora, o aspira a lavorare retribuito. Il modello del precariato del futuro. Estratto dal libro "Economia politica della promessa" (Manifestolibri) - pubblicato su Sciopero Sociale

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Come fai a "nutrire il pianeta" se non paghi i volontari che lavorano all’Expo? La domanda l’ha posta un giovane professionista milanese nel corso di un animato forum che commentava la campagna #IoNonLavoroGratisPerExpo nell’ottobre 2014, quando decine di ragazze e ragazzi, giovanissimi, hanno posato davanti ad un obiettivo con lo slogan scritto con un pennarello blu su un A4.
Tra le centinaia di commenti è spuntato quello di una giovane avvocatessa che ha ammesso di ricevere solo un modesto rimborso spese in uno studio “con la scusa del tirocinio”: “Ma come si fa a lavorare gratis – si è chiesta - per una manifestazione a scopo di lucro?”. Il lavoro gratis, sottopagato, volontario è una questione che colpisce più di una generazione. Di più: è una questione strutturale del capitalismo contemporaneo. E’ il caso paradigmatico dei “volontari” dell’Expo a Milano che ha previsto l’impiego di 18500 volontari che si alterneranno per due settimane in piccoli gruppi per cinque ore al giorno. A loro sarà delegato il ruolo di accoglienza e di guida turistica per i 20 milioni di turisti attesi (o meglio auspicati) per la kermesse milanese.

A quasi due anni dal 23 luglio 2013, quando i sindacati confederali e di categoria (Cgil, Cisl e Uil) hanno firmato un accordo con Expo 2015 spa accettando di codificare per la prima volta nel diritto del lavoro italiano il ricorso al lavoro gratuito, oggi il volontariato all’Expo è diventato una ferita che molti sentono di avere subìto nella propria vita. È come se un accordo come tanti, siglato per assicurare un modesto aumento dell’occupazione diretta nel “grande evento” (195 stagisti, 300 contratti a termine, 340 apprendisti under 29 e 18.500 volontari) avesse ispirato un’autobiografia collettiva in un paese dove centinaia di migliaia di persone vivono sulla propria pelle le conseguenze di una realtà inconfessabile: lavorare gratis con la promessa di conquistare un lavoro qualsiasi.

Uno status necessario per dimostrare di fare qualcosa, piuttosto che niente. Meglio schiavi a termine che poveri senza prospettive. Questa è la logica sociale che i sindacati hanno accettato, interpretando un certo senso comune: “Lavorare gratis, oggi, non è questione di essere lecchini ma è sperare in una futura assunzione”. Questo assioma, scritto in un altro forum di discussione, è la regola d’oro che oggi spinge ad accettare l’inaccettabile. Non solo all’Expo, ma in ogni momento della vita di giovani, adulti e anche over 50.

sabato 6 giugno 2015

E TU, DI COSA TI OCCUPI?

Anacronista

"Anch'io voglio spegnere l'audio per godermi la mia strutturale inclassificabilità in santa guerra"

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Diciamo chiaramente che comincio a trovarmi in quella fase in cui alla domanda "cosa fai nella vita?" non sono più ammesse incertezze. Devi definire chiaramente chi sei, impacchettarti in una serie di definizioni esaustive, come attraverso dei tag, non dico che devi trasformarti in un brand ma secondo me, sotto sotto, sì. La sussunzione categoriale del chi sei non può più fare a meno della classificazione lavorativa.

Si comincia da: studi? lavori? Oggi persino alla Biblioteca nazionale (Roma) non mi hanno prestato un libro perché non potevo dimostrare la mia appartenenza a una casella; alle mie ripetute proteste è stato invocato Il Regolamento (Kafka, il mio pensiero è ora rivolto a te); ma il paradosso delle biblioteche con la loro corsa a ostacoli a danno della gente che, dopotutto, chiede solo questa cosa criminale che è il poter leggere, mentre deve perdere tempo a spiegare di non essere un delinquente, è materia per altro post.

martedì 2 giugno 2015

PRIVACY POLICY/ COOKIE POLICY

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martedì 26 maggio 2015

AAA CERCASI INTELLETTUALI SELF-BRAND PER IO S.P.A. DI SUCCESSO

ERWIN WURM, 1954
Roberto Ciccarelli

Ti senti in carriera? Misuri il tuo tempo di vita sulla lunghezza del Curriculum? Compulsi annunci su LinkedIn come un disperato. E sei stanco di lavorare gratis? O di fare l'imprenditore di te stesso? Per tutti gli altri dubbi, esistenziali o professionali, c'è il numero di Aut Aut 365/2015:  Intellettuali di se stessi. Lavori intellettuale in epoca neo liberale.   
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Pubblicato su Doppio Zero: L'emergenza delle nostre vite minuscole.

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1. Ancor prima di essere una figura sociale, ispirata a una declinazione specifica del soggetto neo-liberale (“imprenditore di se stesso, l’Io S.P.A.) l’intellettuale di se stesso è una forma di intuizione. È un atto rivolto verso il conoscente e non è orientato verso l’altro, un oggetto, il mondo. Nel suo caso il conoscere si incarna in una forma di intuizione spirituale il cui obiettivo è l’auto-riconoscimento in quanto soggetto agente dell’intuizione. Intuendo se stesso, il soggetto di colloca presso di sé. In una società popolata da Sé atomizzati, questo è il primo atto di cittadinanza. Nel suo piccolo, l’intellettuale di se stesso compie un atto comune a chiunque voglia partecipare al gioco della cittadinanza neo-liberale: per dimostrare di esistere deve affermare che il proprio Sé esiste ed è produttivo. L’auspicio di una prossimità assoluta all’origine della percezione più intima di un essere umano fonda un’ontologia dell’essere presso di sé. Tale ontologia si forma nei dintorni di quel luogo oscuro, ma cogente e pienamente operante, del Soggetto. Un Soggetto che continua ad essere il mistero del discorso pubblico e culturale, pur essendo stato pienamente decostruito dalla filosofia critica o dalla genealogia di Michel Foucault, dalla differenza di Jacques Derrida, dall’immanenza nel pensiero di Gilles Deleuze.

Questo Soggetto è oggi l’argomento preferito della filosofia della mente, così come delle declinazioni locali e postume del pensiero debole, analitico, giuridico o variamente ontologico, psicoanalitico e antropologico, infine di quello antagonista o della filosofia radicale, a tal punto da dominare in maniera inesausta l’orizzonte delle scienze umane, sociali, giuridiche – quelle che un tempo si chiamavano “scienze dello spirito” – e ancor più di quelle epistemologiche, scientifiche o applicative – le “scienze della natura”. Questa rinnovata centralità è stata travolta da un’impetuosa corrente neo-scientista ispirata a paradigmi deterministi e imprenditoriali, indirizzati dal mercato accademico e implementati dal sistema della valutazione delle pubblicazioni scientifiche. Il dispositivo ha rafforzato il mistero del Soggetto attribuendogli una trasparente familiarità domestica. Il Soggetto – e il suo risvolto più immediato: l’Io – rappresentano oggi il sostrato allusivo, ma non per questo meno falsamente “oggettivo”, di questo orientamento.

Si è così sviluppata una nuova attitudine nel lavoro intellettuale che ha creato – o rafforzato – un’attitudine iper-individualista e fondamentalmente corporativa nell’esercizio della professione della ricerca, come nelle attività classificabili come “letterarie”. Al di là del banale, intramontabile e auto-evidente imperativo capitalista applicato in questi campi – “si scrive per vendere e vende solo chi possiede lo status di scrittore di successo o di opinionista leader” – al centro di questa generale trasformazione c’è l’intellettuale di se stesso. Il protagonista indiscusso, la stella polare della cultura neo-imprenditoriale applicata alla valutazione della ricerca, il cosiddetto sistema-Anvur, come quello della scuola incarnato dall’auto-valutazione degli istituti o delle prove Invalsi. Il capitale (di pubblicazioni, di status, di relazioni) accumulato nel “portafoglio” dei titoli e dei meriti costituisce la ricchezza dell’impresa personale. La forma è il contenuto del Soggetto poiché tale accumulazione consiste nel percepirsi come imprenditori delle proprie capacità, buone pratiche o intuizioni.

sabato 16 maggio 2015

SERGIO BOLOGNA: DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI FREELANCE

Roberto Ciccarelli

Knowledge Workers. Dall’operaio massa al freelance (Asterios editore), Sergio Bologna ripercorre la traiettoria che dall’operaio massa ha portato ai freelance, al “lavoratore autonomo di seconda generazione” e al self-employed (auto-impiegato). Un pamphlet da leggere per capire di cosa parliamo quando parliamo di "coalizione sociale" - Da Alfabeta 

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Un saggio breve dove Sergio Bologna, poliedrica figura dell’operaismo italiano, storico del movimento operaio, freelance, attivista e fondatore di riviste d’avanguardia come Primo Maggio, riflette sul “post-operaismo”. Il “post” viene adottato perché il fondatore dell’operaismo Mario Tronti sostiene che l’operaismo si è concluso con la rivista “Classe operaia” già negli anni Sessanta. Bologna si attiene a questa distinzione.

Ciò che gli interessa è delineare una caratteristica specifica della storia degli intellettuali emersa nel Dopoguerra: la lotta contro il crocianesimo nell’accademia e il conformismo regnante sul mercato editoriale. Un’eccezione riconosciuta che continua a riscuotere l’interesse nelle nuove generazioni, non solo italiane.

giovedì 14 maggio 2015

UN LAVORO DA SCHIAVI NELL'ITALIA DEL JOBS ACT



Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli

Pubblichiamo la prefazione al libro di Antonio Musella "Nuovi schiavi. Il lavoro nell'Italia del Jobs Act (Round Robin): "Quando la terra si solleva". Inchiesta su Partite Iva, addetti alla logistica, metalmeccanici, stagionali, freelance in un paese che vive nell'ossessione dell'impiego e nella dannazione della sua mancanza.

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Un lavoro da schiavi. Schiavi al lavoro. In un paese che vive nell'ossessione del lavoro e nella dannazione della sua mancanza. È il terribile ritratto che emerge dal reportage di Antonio Musella che si fa d'un tratto collettivo, un libro d'inchiesta in profondità condotta negli anni in cui l'Italia ha scoperto di essere povera, mentre i suoi nuovi poveri sono costretti a cercare, o strappare, un lavoro servile.

Questo è l'aspetto principale della crisi: non c'è solo la distruzione di un milione di posti di lavoro dal 2008 a oggi, ma la continua creazione di lavori inutili, senza identità, pagati una miseria, o addirittura gratis, che nascono e muoiono in pochi mesi. Le continue riforme del lavoro, come un certo uso politico della tecnologia, hanno influito pesantemente nella creazione di un paradosso contemporaneo.

A differenza di quanto ci viene detto dall'alto, oggi non è il lavoro a mancare. Ciò che manca è il reddito. Tale mancanza viene sostituita da un eccesso di offerta di occupazioni parziali – o servili, appunto – utili a piegare chiunque all'etica di un lavoro salariato che non c'è e alla promessa che – un giorno – esisterà o verrà pagato. In questo mondo ossessivo, e svuotato, nascono i racconti presenti in questo libro. Vite solitarie, invisibili, senza tutele, né un welfare universale capace di sostenerle.

sabato 9 maggio 2015

MOLTI NOMI, NESSUN REDDITO

Giuseppe Allegri

Sono tre le proposte in parlamento, e molta la confusione prodotta dalle forze politiche sul reddito minimo o il reddito di cittadinanza. Questo non aiuta l'opinione pubblica a capire di cosa si parla. Ma alla base manca la volontà politica per una legge sul reddito minimo.

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In queste ultime settimane sembra di assistere a una primavera per il reddito garantito, minimo, di cittadinanza, di dignità, che dir si voglia. Qui in Italia, l'unico Paese della «vecchia Europa», insieme con la Grecia, che non ha questa misura universalistica nel proprio sistema di Welfare. E nonostante la stessa (fantomatica?) Europa ce lo chieda dal 1992, con la Raccomandazione 92/441/CEE.

Così oggi ci saranno i 19 chilometri di marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza, promossa dal Movimento 5 Stelle, in sostegno del loro progetto di legge, incardinato al Senato da qualche mese, insieme con la proposta sul reddito minimo garantito presentata da Sel. Mentre da giorni sul sito del leader pentastellare Beppe Grillo c'è una «marcia virtuale», sempre per il reddito di cittadinanza, che curiosamente riprende la grafica usata oramai un decennio fa per una MayDay parade. Verrebbe da scomodare Giambattista Vico e Friedrich Nietzsche, piuttosto che la tanto sbandierata innovazione creativa. O forse il Karl Marx della ripetizione della storia come farsa. Rischiando di sprofondare tutti nel ridicolo.

giovedì 30 aprile 2015

FREELANCE: IL PRIMO MAGGIO E' ANCHE LA NOSTRA FESTA

Sergio Bologna
La scelta di inaugurare l’EXPO a Milano il 1 maggio e di fare appello al lavoro gratuito sembra quasi voler distruggere uno dei simboli della civiltà occidentale. Il 1 maggio è la festa della dignità del lavoro, di donne e uomini che lavorano, da freelance, da dipendente, da intermittente, in condizione precaria. Tutti, senza distinzioni di contratto. Buon Primo Maggio - Pubblicato su Acta
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Per più di un secolo il 1 maggio è stato la festa del lavoro. Oggi non è più chiaro se sia ancora una festività o una giornata come le altre. La scelta di inaugurare l’EXPO a Milano il 1 maggio e di fare appello al lavoro gratuito sembra quasi voler intenzionalmente distruggere uno dei simboli della civiltà occidentale.
Il 1 maggio è stata la festa della dignità del lavoro. Era nata da un grande movimento per le otto ore, con scioperi di massa, soprattutto negli Stati Uniti, brutali repressioni poliziesche, impiccagioni d’innocenti accusati di aver fomentato violenze. Alla fine il movimento operaio l’aveva spuntata e certi diritti, certi principi, sono diventati patrimonio comune. Nel secondo dopoguerra era diventata una festa di pace, con manifestazioni gioiose, una festa che accomunava tutti coloro che vivevano di un salario. Poi, dagli Anni 80, il clima è cambiato e il 1 maggio ha rischiato di diventare un rito nostalgico, perché la forma di lavoro subordinato si stava sgretolando, perché le forme di resistenza sindacale del vecchio movimento operaio erano armi spuntate.

mercoledì 29 aprile 2015

L'ESPLOSIONE DELLA CLASSE ESPLOSIVA

Uno spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro del precariato. Ed è proprio attraverso la categoria concettuale del precariato, definita “classe esplosiva”, che si può comprendere il quinto stato e l'idea di politica come pratica delle coalizioni - da MicroMega

di Domenico Tambasco

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Uno spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro del precariato.

Così potremmo esordire, parafrasando il noto incipit del “Manifesto del Partito Comunista”[1], per definire con una sintomatica espressione il recente sviluppo di “coalizioni sociali” che traggono la loro origine direttamente dal mondo del lavoro.

È un fenomeno che risponde a dinamiche sociali articolate e profonde, di lungo momento, che solo uno sguardo superficiale può ridurre alla lista dei cartelli politico-elettorali; è il caso dunque di coglierne i profili, facendo riferimento a ciò che sta accadendo, negli ultimi mesi, proprio in Italia.

Incredibile a dirsi –forse memore di una tradizione movimentista che affonda le sue radici ai tempi della Rivoluzione Francese – una delle prime categorie a mobilitarsi è stata proprio quella degli avvocati che, a colpi di “selfie” recanti lo slogan “Io non mi cancello”, ha dato vita ad una diffusa protesta contro la propria Cassa di Previdenza Forense. Protesta che si è rivolta in particolare contro il sistema dei “minimi contributivi” che prescindono dal reddito del singolo professionista e, soprattutto, contro l’approvazione di una norma dello schema di decreto ministeriale[2] che prevederebbe la “regolarità contributiva” quale requisito di permanenza nell’ordine professionale. Il che vorrebbe dire, in poche parole, penalizzare oltre il 40% dei professionisti oggi iscritti all’albo che dichiarano redditi rientranti addirittura nella soglia di esenzione dal contributo unificato per le cause di lavoro (ovverosia redditi inferiori ai 32.000,00 euro)[3] e che, ciononostante, si vedono recapitare annualmente richieste di pagamento di contributi minimi che sfiorano i 4.000,00 euro.

La concretezza di un’inedita difficoltà in cui è coinvolta una professione tradizionalmente investita di prestigio sociale è espressa non solo dalle parole dei diretti interessati, che denunciano “gravi forme di sfruttamento” veicolate “dalla finzione della partita Iva”[4] ed il ribaltamento della tradizionale equazione democratica “lavorare per avere reddito” nell’assurdo postulato censitario “avere reddito per poter lavorare[5], ma anche da un’attenta analisi sociale del più generale fenomeno del cosiddetto Quinto Stato”, in cui si rileva come “i giovani avvocati che aspettano sulle scale dei tribunali di Napoli o Milano i migranti che hanno bisogno di rinnovare il permesso di soggiorno, e guadagnano quindici euro per ogni pratica, non vivono una condizione molto diversa dall’operaio in cassa integrazione oppure dal muratore disoccupato che lavora come piastrellista o falegname freelance”[6].

domenica 19 aprile 2015

INTELLETTUALE SELF-BRAND: QUANDO IL LAVORO E' MARKETING DI SE STESSI

Dario Gentili, Massimiliano Nicoli

Intellettuali di se stessi. Lavoro intellettuale in epoca neoliberale, il nuovo numero di Aut Aut, 365/2015, edito da Il Saggiatore

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Dopo un fascicolo monografico dedicato alla problematizzazione dell’insegnamento scolastico (La scuola impossibile, 358, 2013) e un altro dedicato alla critica dei dispositivi di valutazione della ricerca (All’indice. Critica della cultura della valutazione, 360, 2013), “aut aut” mette ora a tema la condizione del lavoro intellettuale in epoca neoliberale.

In questo campo, le categorie socio-politiche che organizzano gli spazi e i tempi delle professioni saltano, rendendo estremamente complessa l’impresa di mettere ordine tra figure del lavoro che proliferano, si ibridano, e molto spesso si incorporano in una o più persone contemporaneamente. La condizione del lavoro intellettuale emerge come stretta fra il desiderio di indipendenza e di cooperazione, di un buon lavoro e di una buona vita, da una parte, e il ricatto esistenziale, la sussunzione reale della vita imposti dall’appartenenza a un eterno esercito industriale di riserva, dall’altra.