Circa dieci anni fa, nell'autunno del 2002 Mondadori diede alle stampe un libretto curato da Franco Debenedetti, titolato Non basta dire no, con una serie di interventi di sinistri riformisti (il gioco di parole è sicuramente troppo facile) che se la prendevano con i NO della sinistra radicale (qui latitano anche i giochi di parole!) intorno alla “riforma del lavoro, soprattutto di quell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori che ne è il simbolo”. È “l'Italia a essere danneggiata rinviando il lavoro delle riforme”, sentenziava la quarta di copertina. È giù oltre duecento pagine di Tito Boeri, Pietro Ichino, Tiziano Treu e altri “riformisti”.
Ad essere scrupolosi avremmo dovuto osservare, già ai tempi, che una sostanziale riforma del lavoro il sinistro riformismo l'aveva già fatta: la legge 196/1997, “in materia di promozione dell'occupazione”! E ci aveva pensato Tiziano Treu, accanto alla riforma delle pensioni del Governo di Lamberto Dini, che creò quel vaso di Pandora (per l'INPS!) della Gestione Separata per i “lavoratori atipici” (i lavoratori si badi, non i lavori, semmai, ma neanche tanto). Un bell'uno-due che se da una parte ha istituzionalizzato la precarietà senza diritti (altro che flessibilità!), dall'altra ha creato una tabula rasa dei diritti sociali per oramai due generazione di lavoratrici e lavoratori intermittenti, flessibili, indipendenti, autonomi: precarizzati, in una parola. Quel Quinto Stato composto da oltre sei milioni di persone, di fatto escluso non solo dalla cittadinanza, ma dalla possibilità di avere una vita degna.
Con l'attuale, ennesima, riforma del lavoro Fornero, ma potremmo chiamarla Riforma Damiano-Treu, Relatori parlamentari della legge ed onnipresenti sinistri riformisti, camuffati nell'austero Governo delle larghe intese; anche se Damiano si offenderà dell'accostamento, poiché ci tiene a definirsi “laburista", quelle lavoratrici e lavoratori sono sprofondati in una condizione di Working Poor – nel caso in cui siano riusciti a mantenere il lavoro o la commessa – se non di povertà a rischio di esclusione sociale – nei casi sempre più comuni di sospensione, e/o assenza, del lavoro o della commessa – non avendo la possibilità di accedere ad alcun “ammortizzatore sociale”. Sono biografie individuali e collettive saccheggiate da questo Governo, ancor prima che dal capitalismo finanziario.
