martedì 30 ottobre 2018

DELLA POTENZA DEGLI STUDENTI




Roberto Ciccarelli

Alla fine degli anni Sessanta i situazionisti descrivevano la condizione dello studente in questo modo:
“Il suo - scrivevano - è un ruolo provvisorio che lo prepara al ruolo definitivo di elemento positivo e conservatore nel funzionamento del sistema consumistico. Quella dello studente è soltanto un’iniziazione che riproduce, magicamente, tutte le caratteristiche dell’iniziazione mitica: è totalmente staccata dalla realtà storica, individuale e sociale. Lo studente è un essere diviso tra una condizione presente e una condizione futura nettamente distinte, il cui limite sarà superato meccanicamente. La sua coscienza schizofrenica gli permette di isolarsi in una “società di iniziazione”, mistifica il suo avvenire e si incanta davanti all’unità mistica che gli offre un presente al riparo dalla storia”
Allo studente era contestato il desiderio di essere assimilato dal sistema, trovando una collocazione nel mondo dello sfruttamento come “bambino sottomesso”:
“Le esigenze del capitalismo moderno impongono alla maggior parte di loro la condizione di quadri subordinati (vale a dire l’equivalente dell’operaio qualificato del secolo scorso) . Di fronte al carattere miserabile di questo avvenire più o meno prossimo che lo “risarcirà” della vergognosa miseria del presente, lo studente preferisce volgersi alla sua situazione attuale e abbellirla di prestigi illusori. Ma anche questa compensazione é troppo miseranda perché possa aggrapparvisi: il futuro non si salverà dalla mediocrità inevitabile. Allora lo studente si rifugia in un presente irrealmente vissuto”.

lunedì 29 ottobre 2018

CAPITALE DISUMANO: QUANDO IL LAVORO E' CERCARE UN LAVORO



Roberto Ciccarelli


“Il mio lavoro era cercare lavoro - ha raccontato Elisabetta, 24 anni, di Taranto  - Guardavo ovunque, ma ho capito che su Facebook non si trovano offerte serie. Anche a me hanno proposto di fare la venditrice di prodotti di bellezza, ma prima mi hanno chiesto un investimento di 120 euro per un kit. Ovviamente ho rifiutato. Altri offrono posti da front office o da back office, e poi quando vai al colloquio scopri che è un posto da venditore o da venditrice porta a porta”.

La produzione di lavori accessori, occasionali, neo-servili è una caratteristica di un’economia terziarizzata. Tra queste attività emergono le occupazioni non necessarie o ridondanti nel campo della consulenza sulle risorse umane, del coordinamento delle relazioni, della strategia finanziaria, della certificazione delle prestazioni, nelle mansioni più esecutive. Sono attività che si collocano nell’interregno tra il lavoro produttivo e improduttivo, tra il lavoro necessario e non necessario, tanto nel campo dell’industria dei servizi poveri e della logistica quanto in quelli finanziari, imprenditoriali, delle relazioni pubbliche o della valutazione delle prestazioni dei lavoratori nel pubblico e nel privato.

Ossessionati dalla propaganda digitale che ammannisce le profezie sulla fine del lavoro, perseguitati dalle mitologie opposte del libero mercato o del posto fisso creato dallo stato-programmatore, sono stati in pochi ad accorgersi che oggi la piena occupazione esiste ed è quella che Douglas Coupland ha chiamato “lavori spazzatura” (Mc Jobs) e quella che David Graeber chiama oggi “lavori stronzata” (Bullshit Jobs). Questi lavori si svolgono nel back office delle organizzazioni d’impresa, negli indotti dei subfornitori, all’alba e al tramonto negli uffici, nell’ombra dove studenti, precari e inoccupati lavorano per rendere intelligenti gli algoritmi. Questi lavori sono “invisibili” e seguono il ritmo della fisarmonica: si gonfiano e si sgonfiano in base alla produzione on-demand o dell’opportunismo delle imprese facilitato dalle leggi esistenti. Oppure si svolgono alla luce del sole dove, come falene, i prestatori d’opera si affollano accanto ai lavoratori con contratto regolare, svolgono le stesse mansioni, ma scompaiono davanti agli occhi di tutti, quando devono apparire nel front office.

La dimensione del dispendio, dell’irrazionalità e dell’inefficienza economica si estende nelle attività regolata dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La produzione di mansioni inutili, meramente speculative o ornamentali, è una caratteristica della burocrazia pubblica come delle imprese private grandi e piccole. L’impegno della moderna organizzazione d’impresa, e del management delle risorse umane, è anche quello di diminuire l’inutilità e aumentare l’efficienza. Ma, come l’entropia, l’improduttività si moltiplica attraverso la proliferazione di un pluslavoro non retribuito che colonizza il tempo di vita e di lavoro degli assunti.

sabato 27 ottobre 2018

CAPITALE DISUMANO. LA VITA IN ALTERNANZA SCUOLA LAVORO


Siamo tutti in alternanza scuola lavoro. Non solo 1,5 milioni di studenti delle scuole superiori obbligati a partecipare a un nuovo esperimento sociale, il più grande nella storia della scuola italiana. Nella società della piena occupazione precaria siamo tutti in formazione continua perché vaghiamo nei gironi di chi cerca un lavoro e in questo ha trovato la sua occupazione. Nell’intermezzo tra l’uno e l’altro si moltiplicano le ingiunzioni a studiare, riqualificarci, inventarci un lavoro, imparare un altro mestiere, creare l’impresa di noi stessi, aumentare il nostro capitale umano. La vita attiva è colonizzata dall’alternanza tra un lavoretto e un contratto a termine, dell’intermittenza permanente tra il lavoro e il non lavoro. A un giro di giostra con un contratto da apprendista non segue un’assunzione, ma un altro lavoretto svolto insieme a un’attività che non permette di uscire dall’inoccupazione. E poi c’è sempre un’altra tappa nel mondo dell’iper-attività fine a se stessa. Siamo a caccia di un lavoro che si è smaterializzato. Siamo sulle tracce della Bestia inseguita dal franco cacciatore: “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai”.

La mobilitazione totale che spinse al fronte i soldati della prima guerra mondiale oggi si svolge sul fronte del mercato del lavoro: tutta la popolazione attiva deve essere mobilitata sul mercato del lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette. Gli studenti non sono soli. Ci sono anche i fratelli e le sorelle maggiori, i genitori precari, i parenti, i vicini e i lontani. Ogni loro fibra, tessuto, sinapsi sono messe al lavoro attraverso le tecnologie digitali del data mining, della micro-targettizzazione pubblicitaria, della valutazione e della profilazione sulle piattaforme digitali. Che sia occupata, disoccupata, inoccupata, la forza lavoro deve essere attiva nella battaglia per la crescita del capitale umano. E, se non lo è, deve essere attivata con tecniche come l’alternanza scuola lavoro o con le politiche attive del lavoro. Studenti, lavoratori, disoccupati: siamo pensati come veicoli del capitale, non siamo soggetti di un progetto di vita, capaci di affermare un diritto all’esistenza. Ci dicono di combattere contro la stagnazione secolare e di dare il microscopico contributo alla ripresa di un’economia inchiodata a percentuali da prefisso telefonico dove vigono le leggi dell’iper-precariato, del sotto-salario e del lavoro volontario.




Partecipare è obbligatorio in un’economia dai cicli sempre più brevi e feroci dove la forza lavoro è gestita come le scorte di un magazzino ed è mobilitata quando serve. Nella società della piena occupazione precaria questa è la vita che accomuna gli adolescenti agli ultra-cinquantenni. Nessuno può smettere di lavorare, soprattutto quando nessuno ha un posto di lavoro, né un contratto, per più di tre mesi. Il nuovo lavoro consiste nell’inviare curriculum, migliorare l’auto-profilazione digitale, pagare un master: attività a cui sono formati anche gli studenti delle superiori.

Con la retorica e la persuasione incarniamo allora il nostro capitale umano. A costo di diventare l’opposto: disumani. Nel capitale l’umano e il disumano coesistono in un permanente rovesciamento nell’opposto. L’uno senza l’altro non esistono quando si è formati all’auto-sfruttamento di noi stessi. Il superamento di questo dispositivo è necessario, ma non può prescindere dalla contemporanea comprensione della trasformazione antropologica di cui siamo il prodotto. Il processo coinvolge ogni aspetto della vita sociale, produttiva, percettiva, affettiva e discorsiva. Usa strategicamente un linguaggio ispirato alle idee di libertà, autonomia, benessere, bene comune e lo rovescia nelle pratiche del sacrificio e della depressione generalizzata. Non sempre è compreso il problema del rovesciamento dell’autonomia nel suo opposto di auto-sfruttamento, la caratteristica della politica contemporanea. Ed è difficile che lo sia, visto che questa politica è alimentata dalla nostra soggettività, protagonista della merce che siamo: capitale umano. Su questa soglia dove gli opposti coincidono, mentre l’umano è proiettato sul suo rovescio, è possibile scegliere altrimenti. Il capitale umano non è una soggettività postmoderna senza qualità, impero flessibile e vuoto dell’economico. È una forma reversibile del dominio a partire da un uso non proprietario della nostra facoltà più importante: la forza lavoro.

L’umanità non è composta solo da capitalisti, il mercato è sempre governato da qualcuno che cerca il profitto ai danni degli altri. Non tutti hanno accesso agli stessi capitali, non tutti possono diventare agenti efficienti del mercato. Le differenze di classe, di censo e di cittadinanza continuano a esistere. E non basta incarnare il proprio capitale umano per superarle. Bisogna attaccare il sogno di essere padroni, evacuare il Capitale dalle nostre vene e prendere congedo dall’umanità zombificata. Il sortilegio può essere interrotto.

Questo libro è un esercizio etico per prendere le distanze da ciò che siamo, aprendoci alle possibilità non ancora determinate dalle “verità” di qualcuno e imposte alla vita degli altri, ma presenti nel nostro vivere insieme. Pubblicato a mezzo secolo dal Sessantotto – l’anno della rivolta degli studenti e degli operai – il libro racconta la storia di un conflitto e la sua attualità. E mi chiedo: chi è, e cosa può diventare, lo studente: il gorilla ammaestrato al servizio di una piattaforma digitale; il cacciatore del lavoro, questa Bestia fantasma; il venditore di visibilità; il coscritto obbligato al lavoro di chi cerca lavori. Oppure?

Capitale disumano è parte di una filosofia della forza lavoro esposta nelle sue linee fondamentali in Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale. La scuola, l’università, il mercato del lavoro, il capitalismo digitale: questi sono alcuni campi nei quali è possibile creare una genealogia e comprendere la nostra attualità, partendo dai problemi di cui noi stessi siamo l’espressione. I libri possono essere letti insieme, in maniera intrecciata e sincopata, prima l’uno poi l’altro, e contemporaneamente. Altri ne potranno seguire, altri li hanno preceduti. Da una lettura combinata emerge la continuità tra il punto di vista dello studente e del docente con quello della forza lavoro in generale, una forza oscura ma vivente dentro e fuori di noi che l’abitiamo.

Estratto pubblicato su Lavoro Culturale

*** Roberto Ciccarelli, Capitale Disumano. La vita in alternanza scuola-lavoro (Manifestolibri)


martedì 13 febbraio 2018

IL REDDITO DI BASE E' UN DIRITTO

Giuseppe Bronzini

I due anni tra il 2015 ed il 2017 hanno conosciuto una vera e propria “esplosione” del tema del diritto (universale) ad un reddito di base, cioè della garanzia di una vita libera e dignitosa per tutti, per dirla in estrema sintesi.

Sulla querelle terminologica torneremo più avanti più analiticamente ma ci interessa in questa sede riassuntiva delle linee di sviluppo del Volume indagare il perché, nel volgere di un solo biennio, una proposta che suonava ai più come scandalosa ed irritante, lontana dalle dinamiche sociali e dai processi economici, in sostanza come una provocazione di ambienti accademici radicali o di movimenti sociali destinati al minoritarismo ed incapaci di trovare credibili alleanze, sia diventata il fulcro di un così intenso ed appassionante dibattito.

Come è stato osservato il reddito di base sembra diventare, in tendenza, un principio di organizzazione sociale (di rilevanza costituzionale ) intuitivo e irrinunciabile così come lo sono diventati, in altre epoche storiche, l’abolizione della schiavitù o il voto alle donne: il fondatore della rete internazionale ( diffusa in trenta paesi) del BIEN ( Basic income network) Philippe Van Parjis ha azzardato, in relazione a questo mutamento di clima (che sfortunatamente coinvolge l’Italia solo marginalmente) la battuta “ un giorno di domanderemo come abbiamo potuto vivere senza un reddito di base universale”.

E’ la centralità che il discorso sulla garanzia di un “ reddito di base” ha assunto nel confronto internazionale, che coinvolge non solo gli Autori che cercano una dimensione “emancipativa” nella trasformazione tecnologica in corso o ne denunciano i pericoli e le minacce, ma persino i “signori della rete” ed il World Economic Forum, così come importanti Istituzioni come il Parlamento europeo, Stati del vecchio continente o Paesi emergenti, che deve essere spiegata prima ancora di esaminare l’accettabilità di questa prospettiva, la sua concreta fattibilità ed il rapporto con la diversa misura , ma secondo la tesi di questo Volume, vicina per finalità ed ispirazione, del “ reddito minimo garantito”( d’ora in poi RMG) come protezione di chi versa concretamente in una situazione di bisogno.

giovedì 25 gennaio 2018

COSA PUO' UNA FORZA LAVORO



La forza lavoro è la facoltà regina: la facoltà delle facoltà. E' il risultato dell'attività congiunta, e contraddittoria, del giudizio e dell'immaginazione, della capacità e dell'intuizione. La sua base è: "Perseverare nel nostro essere" scrive Spinoza. 

La forza lavoro è la facoltà di produrre valori d'uso, non è solo una capacità di lavorare. E non è uno stato, una situazione acquisita e interamente realizzata nei fatti. E' un'attività in corso di effettuazione, sempre  alla prova, esposta di conseguenza all'incompletezza, allo sbrogliarsela e all'imbrogliarsi. 

C'è una potenza del produrre e del pensare nella forza lavoro. E' incarnata nei corpi, agita dalle menti, continuamente rimossa nel lavoro, incastrata nelle cose, fissata nella merce, sequestrata dall'algoritmo.  È quella potenza che chiama dall'interno e riappare in un mondo in pezzi sotto forma di istanti, affetti concentrati, possibilità date e non date.

Nell'errore, nell'alienazione, nell'intuizione, nel frammento o una anomalia, c'è un modo per uscire dal ristagno della vita.

Anche con la potenza, vera o immaginata, perduta o tradita, l'apertura della facoltà continua a percepirsi. Si rilancia, di ripresa in ripresa, di ripetizione in ripetizione di un atto meccanico e impersonale. In esso la potenza non si esaurisce mai. E' suscettibile di essere programmato in partenza fino a quando la vita inciampa in un ostacolo e inizia a interrogarsi su se stessa.

Il problema non è che cos'è il lavoro, ma cosa può questa forza lavoro. Come può il suo potere farsi forza?


*Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, in libreria dal 25 gennaio 2018. Su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

domenica 21 gennaio 2018

I ROBOT NON CRESCONO SUGLI ALBERI

Dicono che sulle piattaforme non si lavora, si passa il tempo per hobby.

Noi diciamo che le piattaforme mettono al lavoro la vita al di fuori del rapporto di lavoro e che questo è pur sempre un lavoro.

Dicono che la macchina-che-si-guida-da-sola è guidata da una app.

Noi diciamo che ha bisogno del lavoro di chi elabora miliardi di dati per distinguere un pedone da un semaforo o un caribù.

Dicono che grazie all'automazione il lavoro è finito.

Noi diciamo che il lavoro è sempre di più e lavoriamo sempre peggio.

Dicono che le persone non servono perché ci sono i robot.

Noi diciamo che dietro e nei robot ci sono intelligenze umane, individuali e collettive.

Dicono che la forza lavoro è destinata a scomparire.

Noi diciamo che i robot non crescono sugli alberi, ma sono prodotti della macchina combinata tra l'uomo e l'algoritmo.

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi). Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

venerdì 19 gennaio 2018

REDDITO (ANCHE) DA FACEBOOK



Loro dicono che è amicizia.

Noi diciamo che è lavoro non pagato.

Loro lo chiamano condivisione.

Noi lo chiamiamo furto.

Loro dicono che ogni mi piace, chat, tag o poke è un contatto

Noi diciamo che siamo trasformati in un profitto.

L’entusiasmo compulsivo generato dall’uso della piattaforma porta i suoi utenti a diventare involontari sostenitori del nuovo imperativo: il lavoro non pagato è un’attività naturale, inevitabile e persino appagante.

Siamo stati legati ai loro termini di servizio anche troppo a lungo: ora è il momento dei nostri termini.

Ottenere un reddito di base, anche da Facebook, significherebbe interrompere la riproduzione della condizione di lavoratori senza compenso.

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi). Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

mercoledì 17 gennaio 2018

LAVORETTI




Pur evocato come un miracolo, una dannazione, una redenzione, oggi il “lavoro” non indica un referente chiaro.

Anche chi dice - imbrogliando - che i gig workers non lavorano, ma giocano - fanno, appunto, un lavoretto - nei fatti riconosce l’esistenza di un lavoro.

Nell’espressione onnipresente gig economy il concetto di work - lavoro - non c’è.

Esiste un suo quasi sinonimo – in inglese gig significa lavoretto, ingaggio, prestazione e spettacolo - estraneo alla semantica che deriva da labor, ponos, e i moderni work, arbeit o travail.

La contraddizione è insuperabile nella lingua latina.

La plurisignificazione inglese allude al campo del lavoro, della retribuzione, del contratto, ma lo sposta verso la prestazione soggettiva, un'attività che si fa gioco, divertimento, hobby.

Se il lavoro è un hobby, allora non è un lavoro, si dice.

Anche se è un hobby, e non lo è, la sua attività produce un valore, produce relazioni, è il presupposto per creare servizi e beni, noi rispondiamo.

mercoledì 10 gennaio 2018

FORZA LAVORO. IL LATO OSCURO DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE



Siamo noi il cuore dell’algoritmo, ma restiamo nel lato oscuro. Ora si tratta di aprire questo scrigno. La domanda non è che cos’è il lavoro, ma la più concreta, e potente: cosa può oggi una forza lavoro?

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi Editore. Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile qui

giovedì 14 dicembre 2017

14/12/2010: LA MATTINA ANDAVAMO A PIAZZA DEL POPOLO


Roberto Ciccarelli 

Ricapito su una mia piccola cronaca emozionale del 14 dicembre 2010: piazza del popolo, Roma. Il movimento contro la riforma universitaria Gelmini, il culmine di due anni di mobilitazione potente, iniziata nella scuola, un movimento sul quale si sono innestati molti altri movimenti. C'è una vibrazione profonda, non dovuta allo scrivente ma a quanto aveva sentito di potente quel giorno, al termine di due anni in cui avevo seguito, coltivato, spinto quel movimento che si addensò tra il 2010 e il 2011. Il giorno dopo ricordo che mi chiamò mio padre in una telefonata sconvolgente: "L'ho letto mi hai fatto piangere. E' la tua storia, è la storia di tutti voi ragazzi". Non ero io, papà, che poi ragazzo non lo ero già più allora. Eravamo noi, tutti insieme. Lo scrissi sanguinante per una manganellata ricevuta perché, in sospensione e quasi in sogno, camminavo in quella piazza prendendo assurdamente appunti. Ogni tanto mi stringe il cuore perché da allora poche volte ho sentito, e scritto, quella potenza. Ma quella potenza è qui e piango ogni volta che sfugge.

***

È stato un singulto. Un urlo strozzato che ha tradito lo sconcerto, e la sorpresa, di vedere il blindato della Finanza prendere fuoco, insieme all'Alfa abbandonata sul marciapiede di via del Babbuino. Veniva dalle retrovie dei ragazzi incordonati dietro le balaustre che separano la fontana dell'obelisco dall'arena lastricata in piazza del Popolo, oppure da quelli assiepati in alto sulle rampe che portano al Pincio. La voce era quella di almeno diecimila ragazze (in maggioranza) e poi ragazzi, tutti giovanissimi vestiti con tinte scure, molti caschi al braccio, foulard al collo grondanti acqua e limone, occhi lucidi per le decine di lacrimogeni esplosi per ore nel Tridente.

Hanno osservato per più di un'ora la scena tumultuosa di inedita durezza per la storia recente della Capitale. In questo esatto momento è accaduto qualcosa che non si era ancora visto, e nemmeno immaginato fino ad oggi. La scena delle fiamme che mangiano le carcasse d'acciaio, il lancio di segnali stradali, assi di legno, sanpietrini, poi la prima carica della polizia respinta in un corpo a corpo con 500 rioters bardati e coperti ha spinto la folla pacifica dei ventenni, o poco più, ad una risposta corale. In quel suono c'era indignazione, rabbia, orrore. E ci sono stati molti applausi.
Un gesto che dovrà essere compreso a fondo nei prossimi mesi. La sensazione circolata in pochi istanti, tra un andare e venire delle cariche, prima dell'ultima violentissima lanciata dalle gimcane dei blindati dei carabinieri e della finanza, è che si è rotto il velo di una finzione. Nella sospensione di un attimo, nell'emissione di questo suono lungo e gutturale, è emersa la radicale separazione, l'intima estraneità, di una generazione in piazza, quella nata tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta dal resto di una società che dolorosamente ignora cosa sta incubando la sua crisi. Per questo la scena degli scontri bisognava osservarla con le spalle girate rispetto al palcoscenico. In questi momenti bisogna allungare lo sguardo, e andare oltre l'estetica, pur grave, dello scontro. È possibile così ricongiungere discorsi, e comportamenti, che vediamo circolare da molti mesi in Italia. Nelle università, ad esempio, che lottano sempre più intensamente contro l'approvazione del disegno di legge Gelmini, che si presume sia ormai prossimo. E nelle scuole, già rimodulate dalla riforma, che rappresentano in questo momento la mappa in tempo reale di una generazione privata di futuro.

mercoledì 13 dicembre 2017

IT'S STILL DAY ONE/ E' ANCORA IL PRIMO GIORNO (DI UNA VITA)


IT'S STILL DAY ONE/ E' ANCORA IL PRIMO GIORNO (DI UNA VITA). "E ci ritroviamo oggi esausti, ma non disperati né impotenti, a pensare che per trasformare la nostra condizione di forzati del lavoro su di sé sia necessario ascoltare le voci di quei lavoratori indipendenti francesi italiani inglesi tedeschi americani che già nel XIX secolo si sono organizzati in cooperative e società di mutuo soccorso per sottrarre la loro vita alla presa del lavoro come vocazione, prestazione, morale. Sono loro, insieme ai tanti altri che hanno spezzato la continuità della storia del lavoro nel XX secolo - e non Jeff Bezos di Amazon - che sembrano sussurrarci in un orecchio: EHI, SI', IT'S STILL DAY ONE"

(It's still day one. Dall'imprenditore di sé alla start up esistenziale. Massimiliano Nicoli e Luca Paltrinieri su Aut Aut, 376/2017: Fantasmi Neoliberali)

lunedì 11 dicembre 2017

LAPO BERTI, COMPAGNO E MAESTRO






Giuseppe Allegri

Ricordo di Lapo Berti, compagno e maestro.

Abbiamo conosciuto personalmente Lapo Berti negli anni Zero della crisi globale. Poi, dalla tarda primavera del 2011, il nostro comune “quartier generale”, dove incontrarci e progettare mille e uno piani di nuova immaginazione sociale, era il Teatro Valle Occupato e i baretti delle vie adiacenti. Ma Lapo lo avevamo letto nei tempi precedenti, come uno tra i nostri fratelli maggiori. Maestro nel trasmetterci la consapevolezza di poter tenere insieme l'intransigente analisi critica del reale con la possibilità di trasformarlo quotidianamente questo reale.

Per questo seguimmo da vicino e collaborammo al progetto Lib 21 per la qualità della vita. Perché anche lì si provavano a sperimentare le coordinate di un mondo a venire, partendo da uno stretto legame con il lascito delle migliori sperimentazioni tentate nel segno dell'emancipazione individuale e collettiva. Così ci ritrovammo con Lapo in particolare sull'urgenza di pensare i luoghi sociali, cittadini, politici, culturali del Quinto stato che andavamo mappando tra coworking che nascevano, spazi pubblici abbandonati e restituiti a nuova vita insieme con quelle rovine nelle metropoli e nelle piccole e grandi città del “bel Paese” rigenerate da collettività che già affermavano una nuova idea di cittadinanza sociale.

PROFESSIONE RIVOLUZIONARIA


Asja Lacis: professione rivoluzionaria. Capitai quasi per caso, nel suo libro/autobiografia politica, in un rigattiere. Seguivo una traccia che mi arrivava da Walter Benjamin, probabilmente, e i suoi piccoli drammi radiofonici per bambini. Regista, attrice, artista totale, teorica del teatro e della rivoluzione Asja influì sia su Brecht che su Benjamin. Creò il teatro proletario per i bambini a Mosca, in quegli anni di incredibile vivacità artistica e liberazione sociale: i primi anni Venti. La sua idea era semplice, come la rivoluzione: il teatro attiva la vita, spinge virtuosamente l'individuo a sporgersi oltre se stesso, a sbilanciarsi. Non è osservazione passiva, né interpretazione, ma messa in gioco radicale, sperimentazione, slancio. Si comincia da bambini, con i bambini. Perché il comunismo è una messa al mondo, una generazione continua, come bambini che apprendono, di nuovo, e sempre diversamente, a fare e pensare insieme.In teatro. Una passione intellettuale, estetica, sentimentale per questa donna della rivoluzione. Asja Lacis, professione rivoluzionaria: un nome grande, e profondo, come un continente

Roberto Ciccarelli

domenica 10 dicembre 2017

LA RAGAZZA CON IL PUGNO



Splendi, sotto una specie di eternità, di quella forza che si chiama felicità, e che noi chiamiamo politica. Quando in un individuo si incarna una potenza collettiva ha il tuo volto. Questa è la storia di una foto dove, 43 anni dopo lo scatto, il soggetto rappresentato e il fotografo si incontrano. Lei è Giovanna Crescenzi, lui Toni Thorimbert, uno dei fotografi di Lotta Continua, poi fotografo di moda a Milano dagli anni Ottanta. Lei ha mostrato per anni a sua figlia questa foto, perché rivela la felicità di ragazza. "Splendi di questa stessa felicità, figlia mia" immagino le abbia detto. Per lui questa foto vale una vita, che non rinnega e che è prossima e possibile, in una foto, oltre il tempo, nel nostro tempo. Siamo alla Palazzina Liberty di Milano nel 1974,il giorno della vittoria dei NO al referendum sull'abrogazione della legge sul divorzio. Questa foto è stata prima pubblicata da Lotta Continua e poi nel tempo in tanti altri giornali e esposta in varie mostre e occasioni.