giovedì 25 marzo 2021

Per Gianni Ferrara, “europeo scontento”, in Memoriam


Peppe Allegri

È oramai oltre un mese che il Professor Ferrara, Gianni Ferrara (1929-2021), tra i grandi maestri del diritto pubblico e costituzionale del lungo secondo Novecento italiano ed europeo (non devo certo dirlo io), ci ha lasciati, ed è ancora faticoso pensare che non sentiremo più la sua voce profonda, il suo sorridere spesso caustico, il suo rimbrotto continuo contro le ingiustizie del tempo presente, seppure fosse già da un po’ che non riuscivo ad incrociarlo personalmente. Per questo, un poco a fatica e in ritardo, vorrei ricordarlo, sicuramente in modo troppo egoistico, lo premetto, per non lasciar sfuggire dalla mia memoria quella sua presenza “irrequieta”, come l’ha giustamente definita Gaetano Azzariti nelle poche parole che siamo riusciti a scambiarci alla notizia della morte del Professore. 



Perché per me l’incontro con Gianni Ferrara avviene nel periodo forse più bello di ciascuna formazione, a ridosso tra università e dottorato, nel trambusto dei miei venti e passa anni e dello scorcio dei secondi anni Novanta del Novecento, da provinciale da poco giunto a Roma. In quegli anni era uscito Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno (SugarCo, 1992), forse uno dei più bei libri di Antonio Negri (per lo meno insieme a Lenta ginestra. Saggio sull’ontologia di Leopardi, SugarCo, 1987, stesso editore e sottotitolo simile), che avevo avidamente letto e commentato con l’altro grande maestro Angel Antonio Cervati. 


E in uno dei molteplici incontri nei corridoi dell’allora Istituto di diritto pubblico della facoltà di Giurisprudenza di Sapienza di Roma incrociai il Professor Ferrara che alla vista del libro, che portavo sempre sottobraccio tipo breviario – o “catechismo per un costituzionalista (sedicente, anche rivoluzionario, sempre sedicente) in erba”, una sorta di ossimoro vivente – mi fermò e mi persi, io imbranato, impreparato epperò entusiasta, nel suo racconto dell’incontro e del confronto con Negri, a partire dal loro comune concorso sassarese, «bandito nel 1965 e conclusosi nel 1967 per la Dottrina dello Stato con l’individuazione della terna Antonio Negri, Gianni Ferrara, Antonio Pigliaru [la commissione era composta da Giorgio Balladore Pallieri (1905-1980), Giuseppe Cuomo, Giuseppe Ferrari (1912-1999), Giuseppe Guarino, Enrico Opocher (1914-2004)]», come ha sapientemente ricostruito Fulco Lanchester nel suo coinvolgente Ricordo di un “partigiano” della Costituzione, Forum di Quaderni Costituzionali Rassegna, 1/2021. E ritornavano anche qui i Maestri: Enrico Opocher per Negri, Giuseppe Guarino (1922-2020) per loro due, Ferrara e anche Negri direi, come ho provato a raccontare in Giuseppe Guarino riformatore radicale e disincantato. 


Diritto costituzionale vivente e materialismo costituzionale?


Fu quello l’inizio di continui consigli, mòniti e spesso rimbrotti che cominciarono con il tenere un po’ a freno “il giovane negriano” (così mi definiva) che in parte ero e che poi culmineranno nel re-incontro comune con Negri che avemmo nell’allora libreria de il manifesto, nella sede storica di via Tomacelli (un tempo di Mondo Operaio, come ricordavano entrambi nella comune formazione socialista), quando lo stesso Professore padovano, dopo il ritorno in Italia, in carcere per scontare la pena rimanente frutto amaro del celebre e contestato processo denominato 7 aprile, poté cominciare ad uscire durante il giorno e un pomeriggio del passaggio di Millennio ci raggiunse in una presentazione lì organizzata, con scambi di ricordi tra chi non si vedeva da oltre un ventennio. Perché l’altro punto di contatto con il Professor Ferrara fu proprio il manifesto dove anche lì si formò una sorta di gioco delle parti, soprattutto intorno all’evoluzione della questione europea, del processo di integrazione continentale e dell’evolversi – per me – dei nuovi movimenti sociali globali, in particolare in Europa, a fronte dell’involuzione – per il Professor Ferrara – di un’effervescenza sociale che riteneva si perdesse dietro a interpretazioni e “derive post-moderne” e troppo attente alla giurisprudenza invece che alla sacrosanta “lotta per il diritto e per la Costituzione”. 


Così, con la voce roca e spesso oltremodo sarcastica, ecco il Professor Ferrara con quell’«e tu Allegri mi stai diventando europeista, con questa esaltazione degli spazi dei movimenti in Europa: ma quali spazi, quali movimenti e, soprattutto, quale Europa?». Effettivamente una cesura che mai fui in grado di recuperare e che comportò molti mancati dialoghi, ripensandoci anche ora, a vent’anni dall’adozione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE (dicembre 2000, a Nizza), forse troppo semplicisticamente polarizzati in una ricostruzione non del tutto veritiera tra “euroentusiasti” ed “europessimisti”, quando avrei dovuto meglio intendere l’esistenza di storici conflitti costituzionali e democratici nei diversi livelli di governo che avrebbero dovuto spingerci a contrastare insieme la lettura dello spazio continentale solo nella sua svilente dimensione economicistica, come veniva proposto dal dibattito pubblico dominante. Il diritto costituzionale vivente contro la dismal science, la scienza triste? Un interrogativo tuttora aperto. 


E qui emerge uno dei grandi insegnamenti del Professor Ferrara, quello di porre le sue riflessioni nella prospettiva storica, piuttosto che appiattendole sulla cronaca, rendendole perciò “inattuali” – come ha giustamente osservato Gaetano Azzariti (L’appassionato avversario della letteratura rosa dei colleghi giuristi, in il manifesto, 23.02.2021) – quindi anche estremamente potenti nella capacità di fondare, a partire dal passato, un materialismo costituzionale, ammesso sia possibile definirlo così, dirompente sul presente. Così questo ci portò a una discussione intorno al formidabile Michael Kohlhaas (1810) di Heinrich von Kleist, riletto sempre sotto il consiglio di Cervati e da poco visto in una magistrale rilettura teatrale di Marco Baliani, e poi a proposito del classico libro di Rudolf Jehring, La lotta per il diritto (1872), nella versione Laterza sempre con l’avvertenza di Benedetto Croce (del 1935, che io avevo nella splendida edizione del 1960, introdotta da Pietro Piovani), che cita il Kohlaas, quindi il caveat crociano datato nei tremendi tempi del 1934, «abbiamo pensato di ripresentare ai lettori italiani lo scritto di Jhering, sembrandoci utilissimo a rinvigorire la coscienza del diritto, assai sconvolta e depressa generalmente nel mondo odierno», e il passaggio che mi permise di aprire con il Professore, purtroppo solo parzialmente, il capitolo su Napoli, città nella quale si era formato, tra il liceo e l’università. 


Le lotte per il diritto, i diritti, la Costituzione  


Quel capitolo fu condiviso da me con Gianluca Bascherini, con il quale venivamo apostrofati dal Professor Ferrara come «quei due nemici del popolo in combutta» (toh, Ibsen!), per un nostro misto di sconclusionato movimentismo diffuso, una certa approssimativa propensione al passeggio nei corridoi dell’Istituto e nelle viuzze della città universitaria, quindi una permanente occupazione della saletta fotocopiatrice del già ricordato Istituto di diritto pubblico, nostra casamatta, “fortezza Bastiani”, finestra sul mondo del costituzionalismo, prospicente alle scale dove fumare e vaneggiare sulle fotocopie appena fatte di testi ingialliti, polverosi epperò scintillanti di Romagnosi, Compagnoni, Casanova, Palma, Brunialti e la sua Biblioteca di scienze politiche, quindi Vincenzo Cuoco e i “giacobini napoletani”, Vincenzio Russo, Mario Pagano e la nostra amata Eleonora de Fonseca Pimentel. 


E proprio studiando e leggendo Cuoco, cosa che avevamo intrapreso sotto la sapiente guida del Professor Cervati, scrivemmo con Gianluca l’articolo che dedicammo al Professor Ferrara negli Scritti in suo onore, per esplicitare quel suo insegnamento a intendere la storia costituzionale e del costituzionalismo come una bussola insostituibile per orientarsi nelle trasformazioni istituzionali, politiche e sociali che viviamo. Per stare nei conflitti, appunto, nelle lotte per il diritto, i diritti e la Costituzione, come spesso mi è capitato di ricordare anche a occasionali studenti e studentesse, proprio citando gli insegnamenti di Gianni Ferrara.


Napoli 1799 e Campania Felix


E l’altra cosa, l’ultima, che in quegli anni rimase sospesa con il Professore, fu intorno agli effetti successivi al 1799 napoletano, a quell’esperienza al contempo entusiasmante di sperimentazione istituzionale e di brutale repressione di un’intera generazione da parte della reazione sanfedista, e alle poche parole che ci scambiammo intorno a L’armonia perduta (1986) di Raffaele La Capria che in realtà io scoprivo in quegli anni entusiasmandomi (nella versione Rizzoli del 1999) e che mi sembrava toccasse un tema forse troppo caro a Gianni Ferrara, intorno a Napoli, dove arrivò dalla provincia e dalla quale andò via già a metà degli anni Cinquanta. 


Epperò questa frase che La Capria riferiva a sé stesso, in L’armonia perduta, nell’interrogare il modo per guardare la realtà, a partire da quella napoletana, ho sempre pensato che avrei voluto leggerla e commentarla con il Professore, a proposito del Professor Ferrara, “europeo scontento”, ironico e critico, certo non borghese napoletano, ma di origini provinciali (la dura Terra di lavoro, che però fu Campania felix), come il meglio di questo Belpaese, anche nelle città, e alla cui memoria trascrivo qui, con molto rammarico da parte mia per non aver approfittato di una condivisione in vita: 


«per afferrarla [la realtà ndr] ci voleva un altro sguardo, che partisse dal basso e non dall’alto, decentrato e non paternalistico, ironico e non scettico, critico e non patetico: lo sguardo di un borghese napoletano, che fosse anche un “europeo scontento” (e tale mi ritenevo), a quel livello di coscienza e di cultura, insomma, e con quelle esigenze».

mercoledì 6 maggio 2020

OGGI E' UN DESIDERIO


Il nostro sostegno alla libreria Stendhal, la libreria francese di Roma. Il nostro sostegno a tutte le librerie indipendenti in Italia, in difficoltà per la crisi da Covid 19, l'impero di Amazon, le norme confuse incomplete e insufficienti. La libreria Stendhal ha lanciato una campagna partecipativa: 

Invitiamo a sostenerla >>> qui <<<

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Nel centro chiuso, deserto e cancellato di Roma, queste strade sono piene della paura per un virus che si trasmette con il respiro e il contatto. Queste strade sono una prigione interiore.

Sono ancora un clandestino tra queste pareti mentali dove ho associato, come in un’allucinazione, i turisti con i politici che lavorano al Senato che si trova a Palazzo Madama, vicino alla libreria Stendhal. I politici sono fisicamente diversi dai turisti. Aspirano a una presenza ontologicamente distante. Ma i due, insieme, vanno e vengono. I politici camminano a mezzo metro da terra, con i tacchi alti, o con un cappotto da mille euro. Si muovono in piccoli gruppi. Parlano al telefono. A volte sono inseguiti dagli operai del circo dei media, quelli con le telecamere, costretti a cercare una dichiarazione inutile per riempire cinque secondi di telegiornale e guadagnarsi il cottimo giornaliero.

Da questo sentimento di oppressione, ho trovato rifugio nella libreria Stendhal. Da quando ho perso il Teatro Valle occupato, una vera e propria fortezza dell'immaginario politico a trecento metri dal Senato, la libreria Stendhal è diventata il mio Fuori dove conduco la lotta contro questa società di spettri. In questo Fuori, trovo una lingua che non mi è più estranea.

martedì 28 aprile 2020

LA FASE UNICA CON ALTRI MEZZI





Qualche idea raccolta in giorni di "Webinar". A "Produci confinati e crepa" si potrebbe aggiungere l'alternativa: Organizzare. Sarà difficile scuotere dalle fondamenta il miserabile individualismo capitalista, la fase agonizzante di un lungo periodo di egemonia. Ma già ora è possibile vivere un altro ethos.

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La contraddizione tra l’obbligo del profitto dei pochi e la protezione della vita dei molti contro il ritorno del contagio da Covid 19 strangola chi ha creato la retorica della “fase due” il 4 maggio, ma oggi si trova a gestire una fase uno con altri mezzi: tornare a produrre e aumentare i contagi e dunque anche le vittime: il 18 maggio, 1 giugno e altre date saranno scandite fino alla fine del virus, il vaccino, tra uno o due anni. Dicono.

«Una fase per volta, ora pensiamo alla fase due. Alla fase 3 si arriverà se ci fossero contagi zero», ma «dobbiamo aspettare una terapia risolutiva o il vaccino, ed è difficile comprendere quando» ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 26 aprile - Saremo pronti a intervenire tempestivamente laddove la curva dovesse diventare critica. Ci aspetta una sfida difficile».

In questa prospettiva, dice Conte, tanto più si tornerà a lavorare, tanto più cresceranno i contagi. Convivere con il virus, "in tutta sicurezza" significa questo.

La contraddizione tra forza lavoro e capitale assume una caratteristica tanatopolitica: si mettono in conto i morti pur di mantenere in vita una produzione che non potrà che peggiorare. La violenza sociale di questa contraddizione sarà subita dai lavoratori, dai loro familiari, in generale da chi per vivere deve lavorare sempre di più e sempre peggio.

Vittime di un virus falsamente rappresentato come “esogeno”, prodotto del sistema che lo ha creato e, soprattutto, diffuso con gli aerei e le catene globali del valore, ad esempio.

Dicono che non c’è rimedio a questo contraddizione, se non un rifiuto generalizzato: la vita prima del capitale, la vita contro il capitale. Questo è il tempo della solidarietà, della cooperazione, della rivoluzione: per i bambini, per i genitori, per gli anziani, per chi lavora e chi non lavora.

Con ogni probabilità non ci sarà. Mentre è probabile che assisteremo a una reazione a catena di crisi economiche, sociali e politiche progressive e sovrapposte.

Meno attenzione, e sarà così a lungo, riscuote un altro tipo di vittime che aumenteranno tra chi sarà escluso, discriminato, penalizzato dal welfare una volta aumentata la disoccupazione ,raddoppiata la povertà, sviluppata la repressione.

Questo DOPPIO AVVITAMENTO DELLA CRISI è un aspetto costituente della depressione economico-sociale che seguirà al primo periodo del CORONA CAPITALISMO.

«Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi» nella cittadinanza virale

lunedì 20 aprile 2020

CITTADINANZA VIRALE


Roberto Ciccarelli

La cittadinanza virale. Questa condizione non risponde a un potere assoluto che decide su un’«eccezione permanente», né a un «grande fratello» digitale, ma alla necessità di includere e non respingere l’assolutamente estraneo, confliggendo sulle prassi del governo di sé e degli altri. E' una dimensione etico-politicaincomprensibile nei discorsi del soluzionismo tecnologico, delle teosofie della fine del mondo o nelle teorie sull’eccezione. E' qui che si afferma l’alternativa in cui vivremo: da un lato, possiamo essere incastrati in un potere autoritario; dall’altro lato, possiamo praticare una solidarietà potente

GIUSEPPE GUARINO: RIFORMATORE RADICALE E DISINCANTATO


Giuseppe Allegri

Mancherà quello sguardo ironico, sorridente, schietto e al contempo sornione, che caratterizzava il modo di fare del grande maestro del diritto pubblico Giuseppe Guarino, classe 1922, nato a Napoli e una vita che ha attraversato il Novecento ed oltre e che se n’è andata proprio l’altra notte. Per noi studenti, e quindi dottorandi e ricercatori in formazione, tra Scienze Politiche e Giurisprudenza, nel passaggio della crisi repubblicana degli anni Novanta della Sapienza di Roma, era una presenza costante, anche nella pausa parlamentare governativa, tra lezioni, convegni, seminari, letture, scritture, commenti. Un altro grande, antico maestro di indipendenza che se ne va, come è stato per Mario Galizia qualche anno fa.

domenica 12 aprile 2020

STAI A CASA



Stai a casa, vai a lavorare.

Stai a casa, la minaccia è in casa, non è solo dietro la porta.

Stai a casa, c'è il rider che porta la spesa, non ha né contratto né tutele, si chiama con la App.

Staia casa, raggiungete le librerie.

Stai a casa, riaprire in una pandemia significa fare morire le persone.

Stai a casa, esci con il cane.

Stai a casa, il 60% delle imprese in Veneto sono aperte con l'autocertificazione.

Stai a casa, le imprese non riaprono almeno fino al 3 maggio, tranne quelle essenziali, anche in Lombardia.

Stai a casa, il "dopo" arriva dopo il 3 maggio.

Stai a casa, il dopo arriverà  tra sei mesi, un anno, due anni con il vaccino.

Stai a casa, domani si può richiudere tutto.

Stai a casa, è colpa dei runner.

Stai a casa, anche in cinque in cinquanta metri quadri. Gli sfratti sono sospesi, non lavorate, non è previsto un contributo straordinario all'affitto.

Stai a casa, ci sono le casse integrazioni, non al 100% del salario. Nessuno resterà indietro, perderai dal 20 al 50% del salario.

Stai a casa, la Lombardia anticipa la cassa integrazione. La Lombardia non può pagare gli ammortizzatori sociali.

Stai a casa, avrete un bonus di 600(800) euro se siete iscritti alla gestione separata Inps. Se siete iscritti a una cassa del lavoro autonomo ordinistico, e il vostro lavoro vi porta a versare contributi anche in altre casse, non avrete il bonus.

Stai a casa, ci sarà un "reddito di emergenza". non l'estensione senza vincoli del reddito di cittadinanza. Nessuno deve restare indietro, ma non riconosciamo il diritto all'esistenza di tutti, né la remunerazione del lavoro che facciamo gratis per le piattaforme digitali con le quali il Ministero dell'Istruzione ha siglato un protocollo.

Stai a casa, pensiamo alla privacy. I dati vanno alle piattaforme in una pandemia, lo avete fatto fino ad oggi normalmente.

Stai a casa, o ti autodenunci come "in nero", o non farai dopo più l'unico lavoro che ti concede questo sistema. Dopo arriveranno i controlli, perché ora nessuno deve restare indietro.

Stai  a casa, nessuno resterà indietro. Dopo non avrai un ammortizzatore sociale universale, l'unico capace di non frammentare una società già frammentata.

Stai a casa, i pensionati non avranno un reddito di emergenza. La maggioranza vive con la pensione minima. Anche con meno dei 600 euro destinati agli autonomi. Nessuno sarà lasciato indietro.

Stai a casa, dopo non ci sarà l'unico sostegno universale a tempo che è stato riconosciuto per l'emergenza.

Stai a casa, fare domanda, non fare domanda.

La moltiplicazione di segnali contraddittori sull'apertura e sulla chiusura, sulla stasi e sul flusso, produce un effetto permanente di doppio legame [double bind] che diventerà man mano insostenibile. Da un lato mina l'autorità di chi detiene il potere; dall'altro lato alimenta la ragione stessa di un potere che deve sciogliere i paradossi che produce.

Ingiunzioni paradossali: al lasciare passare segue un controllare, e viceversa. Com'era prima sarà soprattutto dopo: un'intensificazione di un continuo stato di emergenza in nuove forme.

Questa fissità mobile, l'immobilità impaziente di una circolazione selettiva e revocabile. Dopo ci sarà un'altra emergenza e sarà una battaglia riconoscere quale emergenza sociale ed economica viene prima in una nuova cittadinanza virale.

Il dopo è adesso.

(Roberto Ciccarelli)


mercoledì 1 aprile 2020

DIRITTO DI ESISTENZA



Roberto Ciccarelli

Vedere cosa sta accadendo sul sito Inps stamattina per la gara a chi si aggiudica prima il bonus da 600 euro istituito per contenere gli effetti del coronavirus sul lavoro e la vita economica. 100 domande al secondo. E sono solo gli iscritti alla gestione separata e quelli autonomi delle casse professionali.

La racconteranno come la corsa ai forni, come la solita disorganizzazione o improvvisazione tecnologica, e quant'altro. L'accesso è difficile, il modo in cui tutto questo è stato organizzato assurdo e fuorviante. Non è un click day, ma è un click day. Ci sono le risorse, ma sono limitate e scadono. Ma le rifinanzieremo.

Proviamo ora a riflettere sulla questione generale posta da questa situazione emergenziale che sta rivelando la tragica verità di molte cose. Tra queste, la necessità di quanto sia urgente, e non rinviabile, un intervento strutturale, incondizionato, universale di reddito di base. tra chi sta dentro e fuori il lavoro, chi non lo avrà mai e chi lo strapperà disperatamente per essere pagato peggio e umiliato- Umiliato anche quando gli viene riconosciuto un bonus, un "reddito di emergenza" che poi, scomparirà. E tornerà a fare la vita miserabile di sempre. Perché sarà tornata la "normalità". Quanta verità di classe, di odio di classe, emerge in questa idea di emergenza. Oggi la vedete dalle partite Iva, domani lo vedrete da un altro segmento ancora più ampio del Quinto Stato, quando farete il click day per chi non ha la partita Iva o un contratto da parasubordinato. E forse nemmeno la possibilità di fare un Spid, un Pin, un accesso per una firma elettronica. Questa è la miseria prodotta in questi anni lunghissimi, di abbandono, quando le vostre menti non sono state nemmeno sfiorate dall'idea che già oggi, ed è troppo tardi, è come minimo necessario un reddito di base incondizionato e un sistema universale di ammortizzatori sociali. Come minimo è necessario un sistema di progressività sociale e redistribuzione politica capace di tutelare la salute, la casa, l'istruzione, la connessione, la cooperazione e la vita in comune.

COME MINIMO.

APRITE subito queste barriere di status, di casta, di contribuzione, di dipendenza, di autonomia, di partite iva, di impossibilità, di precariato, di lavoro nero, di morti di fame, di bianchi, di neri, di pin, di spid, di corse al pane, di pauperismi e miserabilismi, di gestioni separate, di disoccupati, di siti ingolfati, di carrozzoni di disperati, di maledizioni.

Vogliamo vivere. Diritto all'esistenza.

venerdì 27 marzo 2020

GUERRA?




Roberto Ciccarelli

"Nuove alleanze" e freni d'emergenza. Memoir di idee e politiche dopo il primo mese di emergenza da coronavirus. 

“Guerra”, metafora e realtà. Usata in maniera universale: guerra economica, guerra contro il virus, guerra sanitaria. Mi colpisce il ricorso all’idea della “mobilitazione generale”, o “totale”, evocata mentre 3 miliardi di persone in tutto il mondo sono costrette a restare a casa, dunque impossibilitate a “mobilitarsi”.

Mobilitazione. Ci si mobilita stando fermi, si agisce rinchiudendosi ed evitandosi a tempo finora indeterminato. A differenza della seconda guerra mondiale, l’orizzonte simbolico evocato in maniera impropria da tutti, non si tratta di mobilitare il pubblico e il privato verso la produzione di armi, in un’economia del sostentamento.

È proprio il contrario: "si tratta di come gestire la realtà della smobilitazione nazionale per fermare la diffusione del virus"dice Duncan Weldon, storico dell’economia in un’intervista sul Financial Times del 27 marzo a Jonathan Ford.

Nel libro del 1940, How to Pay for the War, l'economista John Maynard Keynes spiegava l’imperativo della mobilitazione in questo modo: "la produzione bellica della Gran Bretagna [dovrebbe essere] grande quanto sappiamo organizzare", lasciando solo un "residuo definitivo disponibile per il consumo civile". Ciò significava che lo Stato doveva fare la parte del leone nella produzione bellica e prendere misure come l'aumento delle tasse per ridurre la domanda dei consumatori. Questi passi erano necessari a causa del forte aumento dei redditi delle famiglie - il prodotto della piena occupazione in tempo di guerra. Questo, si temeva, potrebbe indurre i produttori a deviare la capacità di produrre beni di consumo: "Non possiamo permettere che una semplice questione di denaro nelle tasche del pubblico abbia un'influenza significativa sulla quantità che ci è permesso di consumare", ha osservato Keynes.



Oggi ci troviamo nella situazione opposta.

I governi chiudono, più o meno, le attività “inessenziali” che in una vera guerra sarebbero attive, o riconvertite alla produzione di armi, oppure garantite per sostenere la popolazione. La maggior parte delle attività di vendita al dettaglio, se non ha chiuso, si troverà a chiudere, così come accade a molte aziende che rallentano volontariamente la produzione a causa della diminuzione della domanda dei loro prodotti o del desiderio di prevenire l'infezione. Al di fuori di alcuni settori, come quello alimentare, la domanda dei consumatori è in calo.

giovedì 12 dicembre 2019

ANDARE A SCUOLA E IMPARARE IL LAVORO DI CHI CERCA UN LAVORO


Edoardo Puglielli

Pubblichiamo il testo che Edoardo Puglielli sta usando per le sue conferenze e incontri  sulle ideologie contemporanee dei sistemi formativi e dell'insegnamento. L'autore dice che è ispirato alla lettura dei libri di Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro (Manifestolibri) e Forza lavoro. II lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi. Lo ringraziamo per la generosità. Non si tratta di avere paura, bisogna trovare nuovi strumenti. Co-spiriamo, respiriamo insieme.


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mercoledì 11 dicembre 2019

LAVORO, E ANCORA LAVORO. MA PARLIAMO PRIMA DI LIBERTA' E AUTONOMIA



Giuseppe Allegri

Che ci sia, o non ci sia, cambia la stagione, il discorso è: lavoro, lavoro, lavoro. Si interviene sempre con scarsissima efficacia e lungimiranza sul rompicapo. E alla fine ci si ritrova al punto di partenza. La rivista Luoghi Comuni n. 3-4/2019, diretta da Andrea Ranieri, edita da Castevelcchi, propone un passo in avanti: per parlare di "lavoro" è necessario partire dall'autonomia e la libertà della forza lavoro. Se un lavoro non la garantisce, e non è nemmeno pensato a partire da questo, parliamo di una cultura politica che mira alla gestione del governo in nome del potere esistente e non all'esercizio del potere dei senza potere. Un'indicazione che viene dalle ultime opere di Bruno Trentin. E non solo. Ne parla Giuseppe Allegri nel saggio pubblicato sulla rivista con il titolo "Cooperazione sociale, garanzie di base e innovazione istituzionale, finalmente?"

giovedì 10 ottobre 2019

IL CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA E LA LOTTA PER IL DIRITTO AL FUTURO


Roberto Ciccarelli*

Shoshana Zuboff ha scritto un libro importante di filosofia politica e critica dell’economia politica digitale: Il capitalismo della sorveglianza: il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri (Luiss). Così è stato tradotto il titolo originale più politico: The Age of Surveillance Capitalism. The fight for a human future at the new frontier of power (L’epoca del capitalismo di sorveglianza: la lotta per un futuro umano sulla nuova frontiera del potere). È un libro necessario che racconta la storia terribile e urgente di cui siamo protagonisti e offre strumenti contro il nuovo potere. Qui propongo una guida al libro in edizione americana e una lettura critica delle sue cinque tesi principali.

0. Che cos’è il capitalismo della sorveglianza

1. Un nuovo ordine economico che configura l'esperienza umana come una materia prima gratuita per pratiche commerciali nascoste di estrazione, predizione e vendita;
2. una logica economica parassita nella quale la produzione delle merci e dei servizi è subordinata a una nuova architettura globale della trasformazione comportamentale degli individui e delle masse;
3. una minaccia significativa alla natura umana nel XXI secolo così come il capitalismo industriale è stato per il mondo naturale nel XIX e XX secolo;
4. una violenta mutazione del capitalismo caratterizzata da una concentrazione della ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti nella storia umana; (...);
5. l’origine di un nuovo potere strumentale che afferma il dominio sulla società e presenta una sfida impegnativa alla democrazia di mercato (corsivo mio); (...)”. (p.1).

martedì 8 ottobre 2019

ACQUA IN BOCCA! LO STRANO CASO DI UN LIBRO AUTOREFERENZIALE SUL QUINTO STATO

Giuseppe Allegri

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Una piccola storia sul grande mondo della cultura in Italia. L'abitudine a non citare è un discutibile costume accademico e di potere editoriale. Trascurabile, anche perché le ricerche continuano e esplorano territori sempre più avanzati. Un problema che non si pone per le consorterie di intellettuali di se stessi, mediatizzati di ogni genere e prime firme assortite. Anche perché, quando si parla del quinto stato, cioè la nostra condizione, sono altre le priorità. Ma noi ci preoccupiamo lo stesso per chi scrive e soprattutto per chi legge libri singolari che possono stancare e alla fine creare un rigetto di problemi che invece sono importanti. A proposito del libro "La società del quinto stato" di Maurizio Ferrera pubblicato da Laterza. [La furia dei cervelli]

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Nell’estate del 2018 il professore Maurizio Ferrera scrisse su La Lettura (il numero 346) del Corriere della Sera un problematico intervento sul precariato del Quinto Stato.

Quel Quinto stato, inteso anche come una condizione vissuta da milioni di persone di fatto escluse dalla cittadinanza sociale del nostro Bel Paese, che con Roberto Ciccarelli abbiamo indagato agli inizi degli anni Dieci con La furia dei cervelli (2011) e con Il quinto stato (2013), risalendo ad una sua genealogia nei fondamenti della modernità, poiché l’espressione-condizione di Quinto stato si era affacciata nei periodi più turbolenti delle vicissitudini europee, per certi versi già nel Seicento inglese e nel secondo Settecento francese, ma in particolar modo con i movimenti operai e contadini dal 1848 europeo, quindi con la rivendicazione di cittadinanza da parte delle donne nel primo Novecento, fino al quinto stato dei netizen nel mondo digitale del cyberspace.

Ad inizio di quest’anno mi capitò di scrivere una e-mail allo stesso Maurizio Ferrera, poiché avevo letto alcuni suoi interventi sulla questione sociale europea e la possibile, auspicabile, integrazione politica e sociale, e non solo monetaria e bancaria, del vecchio Continente che mi era capitato di citare in diverse occasioni. E così gli dissi che avrei voluto inviargli una copia dei nostri libri. Tenuto anche conto del fatto che era in programmazione il suo libro sul Quinto stato e dai suoi precedenti interventi mi pare ignorasse i nostri, certo assai ignorabili, scritti. Soprattutto avrei voluto fargli avere il mio libro sul reddito di base che era uscito da poco (Il reddito di base nell’era digitale), poiché avevo utilizzato una sua citazione messa in epigrafe del capitolo finale, questa, un po’ per potenziare l’utopia concreta del reddito di base, come prescrizione eticamente cogente e realizzabile:

“Quasi prigionieri delle istituzioni in cui accade di nascere, troppo spesso tendiamo a considerare moralmente tollerabili anche le più grottesche iniquità solo per il fatto che esistono, mentre liquidiamo sbrigativamente prescrizioni eticamente cogenti solo per il fatto che non ci sembrano realizzabili” (da Le trappole del Welfare, 1998).

Ovviamente il professor Ferrera non mi ha mai risposto.

sabato 20 luglio 2019

LOTTA DI CLASSE CONTRO POPULISMO 2.0



Populismo, lotta di classe, una nuova idea di internazionalismo, la piattaforma come pratica politica non solo come interfaccia tecnologica, la critica delle teorie del capitale umano e la filosofia della forza lavoro. Sono alcuni dei temi di una conversazione sulle alternative, e le contraddizioni, della politica nel 2019 in un'intervista  pubblicata nel numero 166 di giugno 2019 della rivista di Engramma, dedicato a Adriano Olivetti: il disegno della vita e comunità dell'intelligenza. Con i contributi, tra gli altri, di Giuseppe Allegri (qui il suo testo), Marco Assennato, Sergio Bologna Aldo Bonomi, Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, Alberto Magnaghi, Michela Maguolo, Nicolas Martino, Michele Pacifico, Emilio Renzi, Alberto Saibene. (Roberto Ciccarelli)

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Engramma: Come va interpretata l’idea di “comunità” olivettiana rispetto al dibattito attorno al conflitto tra società e comunità che costituiva sino a poco tempo fa il fronte tra politiche di sinistra e politiche di destra?

Roberto Ciccarelli: L’idea che non si possa parlare più di “politiche di sinistra” e “di destra” è ispirata a una rappresentazione populista della politica. Il populismo è la parodia della lotta di classe di cui è stata sancita la fine dopo gli anni Settanta del XX secolo. Com’è stato abbondantemente dimostrato da eventi storici ed economici di prim’ordine negli ultimi 40 anni, questo è falso. La lotta di classe non è finita, la stanno facendo solo i padroni e i loro servi. Gli sfruttati, i vulnerabili, i poveri, i deboli, i confusi hanno smesso di farla perché hanno creduto che non esiste più lotta di classe. Il populismo è l’illusione di avere recuperato una parvenza di conflitto, ma di segno completamente diverso dall’antagonismo di classe, di sesso o di razza. 

Esistono complicate filosofie trascendentali  sulla “ragione populista”, alla Ernesto Laclau, che abbondano anche in una sinistra sensibile al canto della metafisica. Il “popolo” sarebbe il risultato di un conflitto discorsivo mediato dall’istanza autoritaria di un leader in una campagna elettorale permanente. La politica “oltre la destra e la sinistra” coincide con le strategie di marketing che strumentalizzano ogni istanza e definiscono la politica in un paradosso permanente di una democrazia che coincide con istanze paternalistiche e autoritarie. 

La “comunità”, intesa come “sociale”, viene smaterializzata in uno spazio discorsivo-elettorale, la politica diventa una questione di simboli e slogan. Chi ritiene che la politica oggi coincida con il populismo 2.0 - da destra, come da sinistra - non fa altro che aggiornare la teoria della società dello spettacolo. L’astrazione vertiginosa del “popolo” - un soggetto definito in base alla misteriosa idea della “pienezza assente” - è simile a quella del capitale: un processo il cui soggetto è la propria astrazione. Il populismo è la forma iperpolitica di questa astrazione. 

Queste teorie legittimano quello che in Italia è stato sdoganato in politica dal Movimento Cinque Stelle: l’idea che il populismo sia “oltre la destra e la sinistra”. In realtà la ragione populista cancella la classe a favore della totalità fittizia di “popolo” e, così facendo, legittima la rimozione della centralità della forza lavoro, intesa sia come facoltà di produrre il valore d’uso che come capacità di lavoro, antagonista al capitale. Il conflitto di classe è sostituito da quello tra l’appartenenza ad una comunità originaria nazionale contrapposta a un potere anonimo globale. 

Il conflitto molecolare tra forza lavoro e capitale è stato così ribaltato nella polarizzazione molare tra soggetti autosufficienti che confluiscono misteriosamente in un’unità linguistica definita “popolo”. Si dà così per scontato che all’interno del popolo regni l’amicizia, e non esista un’ostilità politica ed economica. Il conflitto viene proiettato fuori dalla “comunità” degli autoctoni, contro i migranti e gli allogeni. 

Nella “comunità” i diversi dovrebbero riconoscersi in un accordo garantito da un capitalismo benefattore, capace di riconoscere i meriti di ciascuno, mentre all’esterno vige uno stato di natura in cui si scatena l’ostilità contro gli altri popoli in una competizione tra mercati e sovranità contrapposte, contro masse di migranti che insidiano la presupposta autenticità naturale di un popolo - il mito del nativismo protetto dagli eserciti e dalle polizie sulle frontiere dello Stato. Si afferma così l’idea di una comunità fondata sulla proprietà e sulla protezione dei confini psichici, fisici, patrimoniali. È questa idea che si trova, tanto a sinistra quanto a destra, oggi. 

Rispetto a questi problemi, l’idea di comunità di Olivetti ci permette perlomeno di ragionare in contrappunto. Se intendiamo la sua “comunità” come la costituzione civile fondata sull’auto-governo dei territori, il buon governo delle città, le reti delle istituzioni di prossimità, un ripensamento dei “corpi intermedi”, allora possiamo istruire un discorso diverso dal “populismo” forgiato nei concetti di sovranità, nazione e proprietà. Credo tuttavia che questo discorso sia ancora molto preliminare rispetto a un ripensamento di una politica anti-capitalistica e costituente. Considerata la situazione attuale sarebbe comunque uno scarto rispetto alla miseria in cui ci troviamo. 

mercoledì 17 luglio 2019

LA SOCIETA' DEL QUINTO STATO: SULL'EREDITA' DI ADRIANO OLIVETTI





Giuseppe Allegri

Viviamo ne Il Quinto Stato, privo di un riconoscimento di cittadinanza di quel ceto medio dell’antico Terzo Stato e delle classi operose del moderno Quarto Stato, ora siamo tutti sospesi tra lavori neo-servili, precarietà e disoccupazione attiva nell’impoverimento progressivo. La società del quinto stato si forma nella dimensione locale in una prospettiva di rete federata continentale, in un'interlocuzione produttiva con le funzioni pubbliche locali, prendendosi cura di soggetti, territori, ambiente. Il racconto, e la genealogia, di Peppe Allegri sul numero 166 di giugno 2019 de La rivista di Engramma dedicata a Adriano Olivetti: il disegno della vita e comunità dell'intelligenza, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino. Il testo è una risposta alle puntuali domande ;formulate da Ilaria Bussoni, Michela Maguolo, Nicolas Martino e Roberto Masiero sulla “attualità/inattualità” sul lascito culturale dell’ingegnere e umanista di Ivrea.

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Per un nuovo federalismo costituente


La crisi della società contemporanea non nasce secondo noi dalla macchina, ma dal persistere, in un mondo profondamente mutato, di strutture politiche inadeguate.

Adriano Olivetti, L’ordine politico delle Comunità, 1945

In questi brevi appunti vorrei solo accennare ad una possibile rilettura dell’eredità olivettiana, mettendo in relazione il profilo politico-istituzionale di un radicale federalismo costituente che attraversa il pensiero e la pratica sociale del fondatore delle Edizioni di Comunità, con la consapevolezza della centralità del lavoro della cultura e della conoscenza nei processi di socializzazione di quel capitalismo cognitivo che proprio nei primi decenni del secondo dopoguerra si preparava a fornire le basi per le innovazioni tecnologiche e digitali che tuttora viviamo e nelle quali l’impresa Olivetti era immersa, da protagonista.

domenica 23 giugno 2019

LOTTE DI CLASSE E RESISTENZE NEL CAPITALISMO DIGITALE



Roberto Ciccarelli

Un'inchiesta sul lavoro digitale negli Stati Uniti che si sviluppa su tre assi: la lotta per il salario, le tutele sociali e l'organizzazione del lavoro e sul posto di lavoro; la composizione sociale della forza lavoro in generale, e i suoi rapporti con quella occupata nel capitalismo delle piattaforme; la composizione politica della forza lavoro, a partire dai tentativi di alleanza con i segmenti della classe operaia, con le associazioni e i movimenti contro la gentrificazione degli spazi urbani e quelle all'interno delle mega-aziende contro la precarietà.  Dopo la pubblicazione su Che fare, sono usciti su Notes from Below le riflessioni convergenti della conferenza LogOut!. Le inchieste vanno lette insieme a un articolo pubblicato sul quotidiano francese Liberation sulla conferenza "Microwork Platforms" tenuta a Parigi e alla ricerca del laboratorio DipLab sul microlavoro digitale in Francia. Tre inchieste convergenti su diversi settori del lavoro digitale nel mondo, un'inchiesta permanente globale che sta aprendo nuovi orizzonti nella comprensione della forza lavoro oggi 


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