Visualizzazione post con etichetta caporalato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta caporalato. Mostra tutti i post

sabato 24 agosto 2013

YVAN SAGNET: DI VITTORIO E' RINATO IN CAMERUN, VITA DI UN SINDACALISTA DI STRADA

«Sono un sindacalista di strada più che di ufficio. Cerchiamo di andare incontro alle persone e interveniamo nei luoghi di lavoro e dove alloggiano». Così si definisce Yvan Sagnet, nato in Camerun 28 anni fa, laureato al Politecnico di Torino. Due anni fa Yvan è stato uno dei portavoce dello sciopero dei braccianti africani di Nardò partito da un campo organizzato dalle associazioni Finis terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva. Da giugno lavora nel coordinamento migranti della Flai-Cgil Puglia e gira nelle campagne pugliesi a bordo di un camper. La sua storia di community organizer l'ha raccontata nel libro Ama il tuo sogno (Fandango). «È un modello che stiamo reinventando giorno dopo giorno. Di Vittorio faceva così e organizzava il lavoro nelle campagne. Diciamo così: cerchiamo di riportare alla luce un modello che abbiamo perso».

I DANNATI NEI GHETTI DELLA CAPITANATA

Viaggio nei ghetti della Capitanata pugliese, dove vivono almeno 20mila braccianti africani. È l'impero dell'oro rosso, dove il caporalato è legge e la prostituzione low-cost. 


***



Non ci sono spuntoni, ringhiere, garitte o guardiani. A venticinque chilometri da Rignano Garganico, a tredici da Foggia, a due dal cadavere industriale dell’ex zuccherificio Eridania, il campo di lavoro che i migranti chiamano «grand ghettò» non è protetto nemmeno dal filo spinato. All'alba milleduecento nigeriani, senegalesi, burkinabé, ghanesi, ivoriani e maliani, vengono usati dai caporali come attrezzi umani. Al tramonto vengono deposti nel paniere della forza-lavoro disponibile pronta ad un nuovo uso. Sono i dannati delle olive e delle angurie, degli ortaggi e delle patate. E poi dell'oro rosso: il pomodoro.

Sodoma e Gomorra
Il grande ghetto di Rignano sorge in una steppa rovente solcata da trattori, falciatrici e Tir che sfrecciano a grande velocità. È una prigione a cielo aperto dove le barriere sono trasparenti, ma esistono. Crescono nell'anima di chi è irregolare, o clandestino, e vive nei cento e più tuguri di plastica, legno e cartone che formano la bidonville. Sono rifugi asfissianti, piantati a cinquecento metri da un cespuglio di pale eoliche, giganti a tre denti che mulinano pensieri imperturbabili. Il ghetto è il prodotto di un'ingegnosa opera di auto-costruzione. Prima si costruisce lo scheletro con assi di legno, spesso lavorati dai resti degli ulivi secolari che vegliano tra le zolle grasse. Il cartone viene preso nelle discariche di Foggia, la plastica rimediata dai ferramenta. L'affitto per chi arriva è tra i 25 e i 35 euro pagati a chi abita il ghetto in tutte le stagioni e non sa dove andare.