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mercoledì 6 marzo 2013

A QUESTA NOSTRA, MALEDETTA GENERAZIONE: LA SINISTRA ITALIAN THEORY


Giuseppe Allegri

Premetto che sono di parte. Il libro di Dario Gentili, Italian Theory. Dall'operaismo alla biopolitica (Il Mulino, 2012, pp. 246, € 20) è “il” libro che avrei voluto leggere durante la mia prima “formazione”, sotto i banchi nella aule decrepite del mio ginnasio di provincia, in alcune, infinite ore di ozio e immobilismo al quale ci assoggettavano, per fortuna rari e rare, professori e professoresse persi nella loro immobile nevrastenia da compromesso storico.

Perciò, per me, il libro di Gentili è probabilmente il più godibile e formidabile repertorio di libri ed autori del pensiero filosofico-politico italiano di questo ultimo trentennio-quarantennio. Lo confesso: è il libro che avrei voluto scrivere, ad avere una qualche capacità!

Si parte dal “ritorno a Marx”, contro Hegel e tutte le dialettiche totalitarie, dell'eretico Galvano Della Volpe, emarginato a Messina dal PCI del Migliore togliattismo e dei suoi fedelissimi eredi. Si passa quindi al primo e secondo “operaismo”: il soggetto antagonista nel Mario Tronti del seminale Operai e capitale (1966) e il Marx oltre Marx di Antonio Negri, dopo esser passato per la critica luddista dello “Stato dei partiti” (1964: quando la Prima Repubblica era ai suoi, compromissori, albori) e per il celebre Frammento sulle macchine dei Grundrisse marxiani. Quindi Massimo Cacciari e il pensiero negativo, con Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo che insieme aprono sulla crisi dei marxismi e ci conducono al “pensiero debole”. Giacomo Marramao che tenta la deleuziana “sintesi disgiuntiva” dell'universalismo della differenza, soprattutto la centralità del pensiero della differenza sessuale, dallo Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, in poi. Per chiudere con Roberto Esposito e Giorgio Agamben sospesi tra biopotere e biopolitica, oltre l'impolitico.

giovedì 6 settembre 2012

AUTONOMI E FREELANCE: IL DILEMMA DEL TOPO NEL FORMAGGIO

“Topi nel formaggio”, “individui servili” e “culturalmente rozzi”, protagonisti di “pratiche non di rado sgradevoli e perfino ripugnanti della nostra vita pubblica”. Sono alcune delle espressioni usate negli anni Settanta da Paolo Sylos Labini a proposito della crescita esponenziale di una nuova forza-lavoro, il lavoro indipendente che non rientrava nel modello produttivo della grande fabbrica, in quello del lavoro salariato e, in generale, del lavoro dipendente. Da allora ne è passato di tempo ma, per la sua strutturale complessità, il lavoro indipendente resta ancora oggi un'anomalia rispetto al governo delle relazioni produttive e alle politiche del lavoro.

Il processo di formazione del lavoro indipendente ha un carattere globale e non può essere limitato alle valli bergamasche, alle province del Veneto o ai distretti industriali. E’ stato un fenomeno metropolitano che ha investito per un ventennio le scuole e le università, tracimando dagli angusti, e probabilmente inesistenti confini della “piccola borghesia”, a quelli dei comportamenti di massa, dell’immaginazione simbolica e degli stili di vita della popolazione più giovane e acculturata e avrebbe, più tardi, inciso sulla mentalità della forza lavoro qualificata, intellettuale e professionale che Sergio Bologna e Andrea Fumagalli definirono, nel 1997, "lavoro autonomo di seconda generazione". Negli ultimi quindici anni si è consolidato un lavoro orientato alle funzioni cognitive e delle relazioni sociali. Oggi questa situazione riguarda i giovani tra i 25 e i 34 anni che hanno aperto la partita Iva nelle attività professionali, scientifiche e tecniche (cioè nel lavoro cognitivo autonomo) e, all'inizio del 2012, hanno superato per la prima volta quelle aperte nel settore tradizionale delle partite Iva, quello del commercio e dell'artigianato.