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venerdì 27 marzo 2020

GUERRA?




Roberto Ciccarelli

"Nuove alleanze" e freni d'emergenza. Memoir di idee e politiche dopo il primo mese di emergenza da coronavirus. 

“Guerra”, metafora e realtà. Usata in maniera universale: guerra economica, guerra contro il virus, guerra sanitaria. Mi colpisce il ricorso all’idea della “mobilitazione generale”, o “totale”, evocata mentre 3 miliardi di persone in tutto il mondo sono costrette a restare a casa, dunque impossibilitate a “mobilitarsi”.

Mobilitazione. Ci si mobilita stando fermi, si agisce rinchiudendosi ed evitandosi a tempo finora indeterminato. A differenza della seconda guerra mondiale, l’orizzonte simbolico evocato in maniera impropria da tutti, non si tratta di mobilitare il pubblico e il privato verso la produzione di armi, in un’economia del sostentamento.

È proprio il contrario: "si tratta di come gestire la realtà della smobilitazione nazionale per fermare la diffusione del virus"dice Duncan Weldon, storico dell’economia in un’intervista sul Financial Times del 27 marzo a Jonathan Ford.

Nel libro del 1940, How to Pay for the War, l'economista John Maynard Keynes spiegava l’imperativo della mobilitazione in questo modo: "la produzione bellica della Gran Bretagna [dovrebbe essere] grande quanto sappiamo organizzare", lasciando solo un "residuo definitivo disponibile per il consumo civile". Ciò significava che lo Stato doveva fare la parte del leone nella produzione bellica e prendere misure come l'aumento delle tasse per ridurre la domanda dei consumatori. Questi passi erano necessari a causa del forte aumento dei redditi delle famiglie - il prodotto della piena occupazione in tempo di guerra. Questo, si temeva, potrebbe indurre i produttori a deviare la capacità di produrre beni di consumo: "Non possiamo permettere che una semplice questione di denaro nelle tasche del pubblico abbia un'influenza significativa sulla quantità che ci è permesso di consumare", ha osservato Keynes.



Oggi ci troviamo nella situazione opposta.

I governi chiudono, più o meno, le attività “inessenziali” che in una vera guerra sarebbero attive, o riconvertite alla produzione di armi, oppure garantite per sostenere la popolazione. La maggior parte delle attività di vendita al dettaglio, se non ha chiuso, si troverà a chiudere, così come accade a molte aziende che rallentano volontariamente la produzione a causa della diminuzione della domanda dei loro prodotti o del desiderio di prevenire l'infezione. Al di fuori di alcuni settori, come quello alimentare, la domanda dei consumatori è in calo.