Populismo, lotta di classe, una nuova idea di internazionalismo, la piattaforma come pratica politica non solo come interfaccia tecnologica, la critica delle teorie del capitale umano e la filosofia della forza lavoro. Sono alcuni dei temi di una conversazione sulle alternative, e le contraddizioni, della politica nel 2019 in un'intervista pubblicata nel numero 166 di giugno 2019 della rivista di Engramma, dedicato a Adriano Olivetti: il disegno della vita e comunità dell'intelligenza. Con i contributi, tra gli altri, di Giuseppe Allegri (qui il suo testo), Marco Assennato, Sergio Bologna Aldo Bonomi, Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, Alberto Magnaghi, Michela Maguolo, Nicolas Martino, Michele Pacifico, Emilio Renzi, Alberto Saibene. (Roberto Ciccarelli)
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Engramma: Come va interpretata l’idea di “comunità” olivettiana rispetto al dibattito attorno al conflitto tra società e comunità che costituiva sino a poco tempo fa il fronte tra politiche di sinistra e politiche di destra?
Roberto Ciccarelli: L’idea che non si possa parlare più di “politiche di sinistra” e “di destra” è ispirata a una rappresentazione populista della politica. Il populismo è la parodia della lotta di classe di cui è stata sancita la fine dopo gli anni Settanta del XX secolo. Com’è stato abbondantemente dimostrato da eventi storici ed economici di prim’ordine negli ultimi 40 anni, questo è falso. La lotta di classe non è finita, la stanno facendo solo i padroni e i loro servi. Gli sfruttati, i vulnerabili, i poveri, i deboli, i confusi hanno smesso di farla perché hanno creduto che non esiste più lotta di classe. Il populismo è l’illusione di avere recuperato una parvenza di conflitto, ma di segno completamente diverso dall’antagonismo di classe, di sesso o di razza.
Esistono complicate filosofie trascendentali sulla “ragione populista”, alla Ernesto Laclau, che abbondano anche in una sinistra sensibile al canto della metafisica. Il “popolo” sarebbe il risultato di un conflitto discorsivo mediato dall’istanza autoritaria di un leader in una campagna elettorale permanente. La politica “oltre la destra e la sinistra” coincide con le strategie di marketing che strumentalizzano ogni istanza e definiscono la politica in un paradosso permanente di una democrazia che coincide con istanze paternalistiche e autoritarie.
La “comunità”, intesa come “sociale”, viene smaterializzata in uno spazio discorsivo-elettorale, la politica diventa una questione di simboli e slogan. Chi ritiene che la politica oggi coincida con il populismo 2.0 - da destra, come da sinistra - non fa altro che aggiornare la teoria della società dello spettacolo. L’astrazione vertiginosa del “popolo” - un soggetto definito in base alla misteriosa idea della “pienezza assente” - è simile a quella del capitale: un processo il cui soggetto è la propria astrazione. Il populismo è la forma iperpolitica di questa astrazione.
Queste teorie legittimano quello che in Italia è stato sdoganato in politica dal Movimento Cinque Stelle: l’idea che il populismo sia “oltre la destra e la sinistra”. In realtà la ragione populista cancella la classe a favore della totalità fittizia di “popolo” e, così facendo, legittima la rimozione della centralità della forza lavoro, intesa sia come facoltà di produrre il valore d’uso che come capacità di lavoro, antagonista al capitale. Il conflitto di classe è sostituito da quello tra l’appartenenza ad una comunità originaria nazionale contrapposta a un potere anonimo globale.
Il conflitto molecolare tra forza lavoro e capitale è stato così ribaltato nella polarizzazione molare tra soggetti autosufficienti che confluiscono misteriosamente in un’unità linguistica definita “popolo”. Si dà così per scontato che all’interno del popolo regni l’amicizia, e non esista un’ostilità politica ed economica. Il conflitto viene proiettato fuori dalla “comunità” degli autoctoni, contro i migranti e gli allogeni.
Nella “comunità” i diversi dovrebbero riconoscersi in un accordo garantito da un capitalismo benefattore, capace di riconoscere i meriti di ciascuno, mentre all’esterno vige uno stato di natura in cui si scatena l’ostilità contro gli altri popoli in una competizione tra mercati e sovranità contrapposte, contro masse di migranti che insidiano la presupposta autenticità naturale di un popolo - il mito del nativismo protetto dagli eserciti e dalle polizie sulle frontiere dello Stato. Si afferma così l’idea di una comunità fondata sulla proprietà e sulla protezione dei confini psichici, fisici, patrimoniali. È questa idea che si trova, tanto a sinistra quanto a destra, oggi.
Rispetto a questi problemi, l’idea di comunità di Olivetti ci permette perlomeno di ragionare in contrappunto. Se intendiamo la sua “comunità” come la costituzione civile fondata sull’auto-governo dei territori, il buon governo delle città, le reti delle istituzioni di prossimità, un ripensamento dei “corpi intermedi”, allora possiamo istruire un discorso diverso dal “populismo” forgiato nei concetti di sovranità, nazione e proprietà. Credo tuttavia che questo discorso sia ancora molto preliminare rispetto a un ripensamento di una politica anti-capitalistica e costituente. Considerata la situazione attuale sarebbe comunque uno scarto rispetto alla miseria in cui ci troviamo.


