"Due morti sul lavoro, quella di
Matteo Armellini e di
Francesco Pinna, è un prezzo troppo alto per questi eventi [i concerti dal vivo]. Quando entrate in una piazza e tutto quello che vedete in attesa che la musica inizi sappiate che è costata una dura fatica a questi ragazzi che hanno partecipato a questi lavori, un lavoro molto rischioso come dimostrano i fatti. vorrei ricordare che il lavoro è dignità. vorrei una riflessione da parte degli amanti della musica, di tutti quelli che accorrono ai concerti e di tutti i fans di tutti gli artisti. agli artisti un appello particolare che si interessano alle modalità di lavoro di questi ragazzi. matteo non potrà tornare indietro ma che la sua morte abbia un senso per iniziare un discorso affinché questa categoria venga riconosciuta come tutte le altre categorie".
Mancavano pochi giorni al primo maggio, il giorno della festa del lavoro che i sindacati festeggiano in piazza San Giovanni a Roma, quando Paola Armellini, la madre di Matteo, il rigger deceduto allestendo il palco del concerto di Laura Pausini il 5 marzo scorso a Reggio Calabria, rivolgeva questo invito alla riflessione.
Una riflessione che in realtà non è mai iniziata, nonostante il moltiplicarsi di tavoli e incontri, le dichiarazioni di solidarietà e attenzione, salvo la constatazione dell'impotenza dell'ispettorato del lavoro, qualche disponibilità da parte delle organizzazioni datoriali a rivedere qualcosa in un sistema dove tutto continua come prima. E la categoria degli operai dello spettacolo continua a non essere riconosciuta come titolare di diritti e dignità professionale. The show must go on. Ma fino a quando?