Visualizzazione post con etichetta forconi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta forconi. Mostra tutti i post

martedì 31 dicembre 2013

MICROCOSMI ITALIANI NEL PAESE DEI FORCONI


Aldo Bonomi

Dai territori s’avanza uno strano conflitto. Senza luoghi idealtipici, la fabbrica, il quartiere, senza un mestiere, una professione, una classe egemone. Senza rappresentanze codificate e riconosciute. Molecolare, diffuso. Più da rondò e casello autostradale che da manifestazione tumultuosa che attraversa il centro delle città. A bassa intensità. Se si escludono quelli che vogliono cavalcare la piazza nella logica sterile dei violenti senza popolo, a cui non par vero di vedere un popolo. Ma ad alta intensità interrogante per la crisi della politica e della rappresentanza. Sono i forconi. Io li definisco il popolo del NON PIU. Che non ce la fa più.

So che la parola popolo è una parola impegnativa per definire una moltitudine: la massa priva del sistema ordinatorio delle classi a cui eravamo abituati. Quindi capisco chi si è affrettato sbrigativamente a definirli populismo. Togliendo loro anche la dignità di essere un magma dove ribolle la questione sociale. Il disagio sociale di una crisi che una metafora radicale vede come l’1% di salvati e il 99% di sommersi. O più banalmente l’apparire nel 2013 dei costi sociali di una crisi che nel suo non finire scava nel profondo della composizione sociale e produttiva del paese. 

giovedì 19 dicembre 2013

LA SOLITUDINE DEI FORCONI NELLA «ROMA METICCIA»

Roma, piazza dell'Esquilino, ore 17
18 dicembre 2013
foto ansa 

Il con­fronto tra i for­coni in piazza del Popolo e quella dei movi­menti dei migranti e per la casa all’Esquilino è stato un viag­gio nel tempo.

La prima piazza era sospesa tra ciò che ha per­duto e ciò che non è mai esi­stito: la «sovra­nità mone­ta­ria», la lira che «valeva la metà ma durava il dop­pio», la sen­sa­zione pre­ca­ria di stare nel motore di un capi­ta­li­smo che a quel tempo fun­zio­nava ancora, la nostal­gia di una comu­nità nazio­nale oggi espro­priata dal «signo­rag­gio ban­ca­rio» e dall’euro («una forma di schia­vi­smo inven­tata negli Stati Uniti nel 1928» è stato detto). 

L’insistenza era sul tri­co­lore “che non è di destra né di sini­stra”, men­tre qual­cun altro scan­diva un’idea chiara: “l’Italia è un popolo, un destino, una nazione”. I toni del pou­ja­di­smo all’italiana sono gli stessi della «Grande pro­le­ta­ria si è mossa» di Gio­vanni Pascoli.

mercoledì 11 dicembre 2013

IL FORCONE POUJADISTA

Foto da @captblicero
Dieci associazioni dell'autotrasporto (su 11) negano la partecipazione alla "rivoluzione del 9 dicembre". "Quando scioperiamo noi il paese si ferma davvero" dicono padroncini, imprenditori, lavoratori autonomi che avevano lanciato la data del 9 dicembre ma poi, a seguito di un accordo con il governo, l'hanno ritirata.


Il lavoro autonomo organizzato nella logistica su gomma non fa parte dell'agitazione, contrariamente a quanto si legge sui giornali e in rete. Ai "forconi" viene a mancare (ma semplicemente non ci sono mai state) le partite IVA organizzate in un segmento del quinto stato. Ci sono mobilitazioni minoritarie nel lavoro agricolo, in particolare nei settori che soffrono l'industrializzazione, esclusi o penalizzati dai fondi europei o regionali a sostegno dell'agricoltura, nel Lazio e in un paio regioni del nord ovest.

Si spiega così la presenza dei trattori ma non dei tir in strada. La Sicilia dei famosi forconi tace, tranne qualche agitazione a Catania. Le corporazioni organizzate, con le loro rappresentanze, dunque si sottraggono alla lotta per il ritorno alla "sovranità popolare" identificata alla "sovranità monetaria", i principali obiettivi della presunta "rivoluzione".