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venerdì 28 dicembre 2012
A FIRENZE L'UNIVERSITA' RICONOSCE IL DIRITTO DI ESSERE MADRI
A un anno di distanza dalla nostra denuncia – affiancata dalle pressioni del Coordinamento nazionale Precari Università (Cpu), dell’ex Comitato Pari Opportunità, delle rappresentanze sindacali Flc-Cgil – il Senato Accademico dell'università di Firenze ha abrogato la norma discriminatoria sulla sospensione degli assegni di ricerca in caso di maternità delle ricercatrici.
Per gli assegni di ricerca “cofinanziati” (oggi i più diffusi), il regolamento prevedeva che l’integrazione dell’indenità Inps per la sospensione obbligatoria per maternità fosse a carico del dipartimento, ovvero del docente responsabile della ricerca. Si veniva così a creare, nel migliore dei casi, il diretto controllo del (o della) docente sulla vita biologica della assegnista, sempre che la scelta del prof – per evitare noie – non ricadesse direttamente su un ricercatore uomo che non crea problemi nella continuità dell’iter di ricerca, tantomeno ulteriori aggravi monetari.
martedì 27 marzo 2012
VUOI FARE IL RICERCATORE? PAGA!
- Il lavoro intellettuale in Italia lo pagano i ricercatori, di tasca propria. Leggere il rapporto presentato oggi nella sala Nassirya al Senato dall’Associazione dei dottorandi Italiani (Adi) è una discesa nella realtà del paradosso italiano: la ricerca, già oggi, la si fa solo pagando le tasse sui dottorati senza borsa (almeno 2 mila euro all’anno, da moltiplicare per tre).Questa anomalia è esplosa tra il 2009 e il 2012, tanto che oggi un posto bandito su tre è privo di reddito. La scomparsa del 25,9% delle borse è solo l’anticipazione del futuro. Durante il prossimo ciclo triennale di dottorato, i dati aumenteranno, complice il progressivo, e inesorabile, definaziamento del sistema universitario. Nei 23 atenei più rappresentativi del paese (quelli che bandiscono almeno 100 borse), fra il 2009 e il 2012 il numero dei dottorati è sceso da 5701 a 4112, crescono i finanziamenti privati.
Per il fisico Francesco Vitucci, segretario nazionale Adi, i dati «mostrano chiaramente come il sistema universitario si stia ridimensionando nel suo complesso: diminuiscono i posti di dottorato, diminuisce anche il personale strutturato ma soprattutto decine di migliaia di precari vengono espulsi ogni anno a cause del blocco del turn-over». «Per far fronte a questa vera e propria ecatombe - ha spiegato - alcune università hanno cominciato ad aumentare il numero di dottorati senza borsa e i dipartimenti che possono attingere a fondi esterni si rifugiano nell'utilizzo di contratti precari della peggior specie, che erano e rimarranno esclusi da qualsiasi tutela di welfare (ASPI, mini ASPI ecc.)»
domenica 27 novembre 2011
La selezione biopolitica nella ricerca italiana
Ilaria Agostini e Roberto Ciccarelli
Quando la ricerca la fanno gli uomini e non le donne in età fertile. Su 59.914 ricercatori precari, le donne sono 31.286. Non hanno tutele per la maternità e al loro lavoro non verranno riconosciuti i diritti previdenziali. E' lo stesso destino riservato alle professioniste autonome, a partita Iva, alle contrattiste precarie.
All’università di Firenze le donne che lavorano con un assegno di ricerca cofinanziato, e desiderano avere un figlio, dovranno aspettare che il loro «tutor» – di solito maschio e professore ordinario – si impegni a reperire i fondi per l’integrazione dell’indennità corrisposta dall’Inps. Altrimenti l’assegno di ricerca non può partire e le ricercatrici non riceveranno 22.816,91 euro lordi (soglia minima annuale) né 25.177 euro (soglia massima fissata arbitrariamente dall’ateneo, assente invece nella legge Gelmini).
Medioevo italiano
La legge Gelmini, per la prima volta da quando sono stati istituiti gli assegni di ricerca 14 anni fa, ha riconosciuto il diritto alla continuità di reddito durante la maternità. Ma, in fase di attuazione della legge, a Firenze questo diritto è stato stravolto in base alla discrezionalità che la stessa Gelmini ha attribuito agli atenei. Se, da un lato, questo paradosso minaccia la neutralizzazione di una delle poche innovazioni prodotte dalla riforma, dall’altro lato rispecchia la sistematica discriminazione di genere che vige nell’università e, più in generale, nella società della conoscenza in Italia. Le ricercatrici precarie condividono il destino riservato alle professioniste autonome, a partita Iva, alle contrattiste precarie. In tutti questi casi i congedi parentali sono stati introdotti dalla legge, ma non sono ancora applicati. Per le lavoratrici «indipendenti» gli importi sono largamente inferiori rispetto alle dipendenti: tre mesi nel primo anno di vita del bambino, contro i 6 mesi entro il terzo anno di vita del bambino previsto per le dipendenti. In quesi casi, la discriminazione è doppia perché viene effettuata all’interno dello stesso genere, cioè tra le dipendenti e le precarie, i cui congedi parentali sono legati a redditi molti bassi e discontinui.
Selezione biopolitica
Una rapida incursione sul sito del Miur è sufficiente per confermare l’entità di questa doppia discriminazione di genere e infra-genere. Nel 2010, su un totale di 59.914 ricercatori precari, le donne erano 31.286, e hanno i contratti meno tutelati che di solito vengono offerti ai neo-laureati. Raggiungono il 61,5% tra i contrattisti specializzandi in medicina e ricevono il 56% delle oltre 6 mila borse di studio che non hanno nemmeno la copertura previdenziale. La «gavetta» è di solito molto lunga e verrà certamente allungata dai tagli alla ricerca imposti a tutto il settore. In queste condizioni il ricercatore-uomo ha sicuramente maggiori possibilità di avanzamento (e quindi di arruolamento) della sua «antagonista» donna. Lo confermano i dati sui «ricercatori a tempo determinato», l’unica figura rappresentata negli organi accademici, con diritto alle ferie e al sussidio di disoccupazione. Sulle 792 unità esistenti in Italia, solo il 39,5% è donna. Anche tra i 32.341 docenti a contratto, figura controversa, spesso malpagata e che spesso lavora gratis in cambio del titolo di professore, gli uomini sono il 61,6%. La doppia discriminazione diventa esclusione biopolitica tra i docenti di ruolo under 40 anni dove le donne sono il 42,7%. Invece tra gli ordinari della stessa età la percentuale crolla al 23,3%. In Italia possono fare ricerca gli uomini e non le donne in età fertile. Altro che merito, quello che conta nell’università è la biologia.
mercoledì 23 novembre 2011
Diritto alla maternità? Lo decide il barone
Medioevo italiano e selezione biopolitica. Accade all'università di Firenze dove le ricercatrici precarie avranno diritto alla tutela della maternità solo se il docente di riferimento troverà i fondi necessari.Roberto CiccarelliNel medioevo italiano non è, forse, più tempo del detto biblico: “Partorirai con dolore”, ma le donne che lavorano precariamente all'università dovranno affrontare una maledizione più sottile. Se hanno deciso di avere un figlio, dovranno attendere che il loro barone trovi i soldi per finanziare l'indennità che il diritto del lavoro prevede per tutte le lavoratrici dipendenti, ma non per quelle indipendenti o freelance. Solo la buona volontà del maschio, professore ordinario, la sua disponibilità finanziaria, o ancora i contatti che ha nel mondo delle imprese o con qualche collega disposto a stornare migliaia di euro, garantirà alle ricercatrici la tutela della loro maternità. È quello che accade nell'ateneo di Firenze dove le donne che lavorano con un assegno di ricerca cofinanziato dovranno aspettare che il loro “tutor” - di solito maschio e professore ordinario – individui le risorse per finanziare l’integrazione dell’indennità corrisposta dall’Inps in caso di congedo di maternità. Un assegno di ricerca costa al dipartimento (ossia al professore che reperisce i fondi) da un minimo di 22.816,91 euro a un massimo di 25.177 euro lordi (soglia arbitrariamente fissata dal regolamento adottato dall'ateneo fiorentino, ma assente nella legge Gelmini).Nella circolare dell'ateneo fiorentino – si legge in un comunicato del Coordinamento dei Precari dell'Università (Cpu) e della Flc-Cgil Firenze - non viene specificato se l'indennità varierà a seconda dell’anzianità contributiva della titolare dell’assegno o se corrisponderà a due o cinque mensilità (come stabilito dall'Inps per le indipendenti). Quello che è certo è che i costi del welfare, anziché gravare sulle casse di Ateneo sono rimessi al singolo responsabile della ricerca, alla sua capacità di procacciare fondi, cioè al “maschio” . In questo modo si intende far pagare alla donna che decide di fare un figlio un rischio che invece dovrebbe essere un diritto tutelato.Le ricercatrici fiorentine affrontano così lo stesso destino riservato alle professioniste autonome, a partita Iva, alle contrattiste e alle donne che lavorano in nero o sottopagate. In realtà I congedi parentali per le collaboratrici sono stati introdotti dalla legge, ma non ancora applicati. In ogni caso sono largamente inferiori a quelli contemplati per le dipendenti: 3 mesi nel primo anno di vita del bambino, contro i 6 mesi entro il terzo anno di vita del bambino previsti per le dipendenti (o ancor di più se il reddito del richiedente non superi di due volte e mezzo l’importo del trattamento minimo pensionistico). Nel sistema biopolitico del welfare italiano non è prevista alcuna copertura previdenziale per i congedi parentali delle "collaboratrici", delle "assegniste" o, più in generale, di tutte le donne che non hanno un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.Questo problema era stato chiaramente affrontato dalla riforma Gelmini che aveva straordinariamente inserito il diritto alla continuità di reddito nel periodo di astensione obbligatoria per maternità delle assegniste (comma 6 dell’art. 22, legge n. 240/2010). La si potrebbe definire una conquista visto che mai dal 1997 ad oggi, anno in cui è stato istituito l'assegno di ricerca, utile cuscinetto per assorbire i ricercatori eccedenti, disoccupati, intermittenti o impossibilitati a rientrare nel circuito accademico "ufficiale", l'università italiana si è posta questo problema.L'orientamento dell'ateneo fiorentino, oltre a rivelare l'ampia discrezionalità che la legge Gelmini affida ai dipartimenti, e in particolare ai baroni nella scelta dei criteri della selezione, conferma la realtà della società della conoscenza italiana: possono fare ricerca solo gli uomini, ma non le donne in età fertile. Nessuno dei due sarà comunque titolare di un diritto alla maternità o alla paternità. Salvo nei casi in cui il loro barone troverà qualche spicciolo.
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