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martedì 8 dicembre 2015

UN LIBRO, L’OMEGA 3 E BRUNO VESPA. LETTERA A UN EDITORE CHE MACERA IL QUINTO STATO

LaRouge

*** Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo ***



Caro signor editore Ponte alle Grazie,

l’anno scorso ho comprato un vostro romanzo dal titolo accattivante e riottoso, a pagina 16 avevo già trovato una decina di refusi.

Ero seccata, avevo pensato di scrivere un’email di protesta ma poi ho desistito: lavoro come grafica editoriale per alcune case editrici e ho pensato immediatamente a come ci lavoro. E’ stato naturale, quindi, pensare che l’editing e la correzione di bozze - ammesso che teniate ancora distinti questi due passaggi - probabilmente li avete affidati a qualche studio esterno o a qualche redattore freelance pagandoli due lire e chiedendo di consegnare un giorno per l’altro.

All’inizio di quest’anno grazie a una serie di fortunate coincidenze e virtuose connessioni, che niente avevano a che vedere col vostro ufficio stampa, mi sono ritrovata a cercare e finalmente acquistare, “Il quinto stato”. La ricerca è stata complicata, l’ho dovuto ordinare.

Già durante la lettura delle prime pagine pensavo: “ci sto dentro”. In questo caso non è espressione giovanilista, ma significa proprio: “io sto dentro a tutto questo che viene descritto e ne faccio parte”.

Alla fine di quest’anno scopro che il libro è andato al macero.

lunedì 9 novembre 2015

IL QUINTO STATO: LETTERA ALL'EDITORE CHE MACERA UN LIBRO

Tiziana Drago

Caro editore Ponte alle Grazie,

il destino de Il Quinto Stato (il macero!) porta tutti noi sulla soglia di una verità insieme semplice e intollerabile: l’immiserimento culturale e civile divora ogni piega della società italiana. Non c’è rifugio, non c’è ritorno, non c’è approdo.

Già da tempo il narcisismo livoroso della nostra intellettualità più o meno di sinistra tiene ben al riparo dalla scoperta degli abissi delle condizioni materiali e lascia affiorare una trama esclusiva di nobili disagi e ludici disimpegni, di egoismi e interessi individuali (o di gruppi e corporazioni) e agili cinismi.

Paccottiglia editoriale, per lo più. E comunque l’esercizio di un privilegio: quello di chi, sia pur renitente e non senza apprezzabili tormenti, sta dalla parte delle apparenze sempre più rarefatte e immateriali del dominio.

Ciononostante, continua ad apparirmi paradossale e insensato che la mancanza di alternative alle ferree leggi del sistema (immagino sia questa la ragione) possa essere il lasciapassare all’appiattimento politico-culturale, all’azzeramento del conflitto, alla rincorsa dei modelli proposti dal mercato editoriale.

lunedì 6 gennaio 2014

CHE COSA È IL QUINTO STATO. LEGGENDO UN LIBRO DI GIUSEPPE ALLEGRI E ROBERTO CICCARELLI


Damiano Palano su TYSM - Un saggio critico su Il Quinto Stato - 

"Riecheggiando il vecchio pamphlet rivoluzionario dell’abate Sieyes, Allegri e Ciccarelli si propongono innanzitutto di definire cosa sia il Quinto Stato, e dunque di delinearne in modo chiaro il perimetro. E, da questo punto di vista, il criterio che tiene insieme elementi diversi non è tanto il tipo di lavoro effettivamente svolto, ma soprattutto la condizione di ‘apolidia’, ossia il fatto che a determinati lavoratori non siano riconosciuti alcuni diritti sociali fondamentali. Per questo nell’alveo del Quinto Stato confluiscono tanto i lavoratori della conoscenza freelance, quanto il mondo dei lavoratori migranti, esclusi dai diritti di cittadinanza: «Il Quinto Stato è una condizione incarnata da una popolazione fluttuante, composta da lavoratori e lavoratrici indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente. La loro cittadinanza non è misurabile a partire dal possesso di un contratto di lavoro, né dall’appartenenza per nascita al territorio di uno Stato-nazione poiché per questi soggetti si presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e l’attività professionale, l’identità di classe, la comunità politica e lo Stato. Oggi sono stranieri o barbari tanto i nativi italiani, quanto i migranti. Entrambi appartengono alla comunità dei senza comunità. La loro è una cittadinanza senza Stato, poiché lo Stato non riconosce loro la cittadinanza»[14]. In sostanza, il fatto di svolgere un’attività lavorativa non è una condizione sufficiente per accedere alla garanzia dei diritti, e così i membri del Quinto Stato, non avendo un contratto di subordinazione a tempo indeterminato, rimangono «cittadini dimezzati», peraltro estranei alle rappresentanze politiche, sindacali, imprenditoriali".

CONTINUA la lettura su TYSM

lunedì 14 ottobre 2013

APOLIDI, INDIPENDENTI, MIGRANTI: IL QUINTO STATO DA DECODIFICARE

Aldo Bonomi

Emerge la crisi del cosmopolitismo umanitario e il modo di percepirci come comunità. Dal mutualismo al coworking fino all'esperienza di Olivetti, i riferimenti necessari a definire la nuova realtà del Quinto Stato

***

La tragedia di Lampedusa chiede sospensione ai microcosmi che parlano solo di imprese e territori. 
Anche se la resilienza dell'isola di Lampedusa merita di essere raccontata come caso emblematico di capacità di adattarsi e lottare in solitudine di fronte all'evento epocale delle migrazioni dei "dannati della terra". Che non sono solo i migranti nel mercato del lavoro globale, ma richiedenti asilo, come ha evidenziato il Presidente della Repubblica. 

Una moltitudine di apolidi prodotti dalla geopolitica e dalla geoeconomia globale. Che scardina i cosmopolitismi del 900. Da quello degli stati-nazione, in transizione verso un'Europa che non c'è, a quello di classe, proletari di tutto il mondo unitevi, che si rovescia spesso nel suo opposto: il conflitto tra gli ultimi. Sino al fallimento di quello liberista della globalizzazione soft che ha liberalizzato la circolazione delle merci che si fa hard a fronte della circolazione degli uomini. Si sente solo la voce del cosmopolitismo religioso che fa riferimento all'uomo ed urla VERGOGNA. Gad Lerner, su Repubblica, ha scritto che la crisi del cosmopolitismo umanitario ci riporta ad interrogarci sul nostro percepirci come comunità di uomini. 

lunedì 7 ottobre 2013

IL QUINTO STATO OLTRE I BASTIONI DELLA SINISTRA (E DELLA CRISI)

Roberto Esposito 

Se il primo problema che affligge la sinistra italiana, impedendole di vincere i confronti elettorali anche nelle circostanze più favorevoli, è la mancanza di coraggio, il secondo è una forte carenza culturale. L’incapacità di abbandonare vecchie categorie interpretative, di rinnovare il proprio linguaggio concettuale, di cogliere le mutazioni sociali che connotano il nostro tempo. 

Una di queste è sicuramente l’emergenza di quello che Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli denominano Il quinto statoin un libro omonimo appena edito da Ponte alle Grazie. In verità non si tratta di un termine nuovo. Già usato negli anni Sessanta come titolo di un volume da Wolfgang Kraus, nel 1970 lo scrittore Ferdinando Camon aveva così intitolato un romanzo, comparso con la prefazione di Pasolini.

martedì 24 settembre 2013

CHE COS'E' IL QUINTO STATO?


Giuseppe Allegri-Roberto Ciccarelli,
Il Quinto Stato
Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno otto milioni di italiani ai quali non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. La stessa condizione interessa almeno cinque milioni di cittadini stranieri che inoltre subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.

Il Quinto Stato è una condizione incarnata in una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente. La loro cittadinanza non è misurabile a partire dal possesso di un contratto di lavoro, né dall’appartenenza per nascita al territorio di uno Stato-nazione poiché per questi soggetti si presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e l’attività professionale, l’identità di classe, la comunità politica e lo Stato. Oggi sono stranieri o barbari tanto i nativi italiani, quanto i migranti. Entrambi appartengono alla comunità dei senza comunità. La loro è una cittadinanza senza Stato, poiché lo Stato non riconosce loro la cittadinanza.

In questo mondo, non basta lavorare per essere riconosciuti come lavoratori. E non basta affermare di essere cittadini di uno Stato per essere riconosciuti titolari dei diritti sociali, previdenziali, civili. La cittadinanza è stata limitata al possesso di un bene residuale, intermittente, e sempre meno retribuito: il contratto di lavoro. Anche quando ha la fortuna di possederlo, il cittadino-lavoratore viene sezionato in una lunga serie di identità parziali.

Si parla, ad esempio, di lavoratori precari, atipici, parasubordinati o con partita IVA i quali, pur potendo dimostrare di partecipare alla politeia, restano cittadini dimezzati perché non godono di un contratto di subordinazione e a tempo indeterminato. Altrettanto complicata è la condizione di chi vive nell’emisfero dell’impresa, oggi travolta della crisi economica iniziata nel 2008. È proprio la zona grigia tra il lavoro e l’impresa a costituire uno dei tratti caratteristici del Quinto Stato.

giovedì 19 settembre 2013

OGGI ESCE IL QUINTO STATO, CON UNA DEDICA COLLETTIVA

Giuseppe Allegri-Roberto Ciccarelli,
Il Quinto Stato

Un libro è un collettivo di voci. Non c'è solo chi scrive, l'"autore", e dall'altra parte il "pubblico" che - bontà sua - acquista e legge. Il Quinto Stato che esce oggi in libreria e in E-book è una partitura. Se risulterà stonata, sarà responsabilità dei soli autori, come sempre. Ma chi ha scritto ha cercato di accordare la sua voce con chi parla. Chi parla potrebbe riconoscersi su quest'onda. 

In questo libro troverete ponti temporali nel passato e verso il futuro. Quelli che collegano l'arte di Piranesi con le fughe sul posto di Diogene il cinico, la rivolta di Eleonora Pimentel de Fonseca a Napoli nel 1799 con lo spirito di associazione dei coworking e del FabLab. Le intuizioni del “quartario” Luciano Bianciardi con la Manchester/Madchester dei “quintari”, del situazionista Tony Wilson e dei Joy Division.

mercoledì 26 settembre 2012

CAROFIGLIO-OSTUNI: UNA FURIOSA PROPOSTA DI MEDIAZIONE


Solitamente, quando si vuole fare la morale sulla libertà di parola, si cita, spesso a sproposito, Voltaire, oppure si firmano appelli di intellettuali: spesso l'una cosa non esclude l'altra. Anche nel caso in questione ambedue sono accadute. 

Per l'oramai nota querelle che oppone l'ex magistrato, attuale senatore e scrittore barese Gianrico Carofiglio, ricorrente in giudizio con richiesta di risarcimento danni di 50 mila euro contro l'editor e poeta romano Vincenzo Ostuni, ci viene invece da citare Roland Barthes (a sua volta richiamato da Ostuni proprio nella frase incriminata), mentre introduce i romanzi e racconti di Voltaire:

Insomma ciò che ci divide da Voltaire è forse il fatto che egli è stato uno scrittore felice. […] Tutto era spettacolo nelle sue battaglie: il nome dell'avversario, sempre ridicolo; la dottrina combattuta, ridotta a una proposizione (l'ironia voltairiana è sempre la denuncia di una sproporzione); il moltiplicarsi dei colpi, scagliati in tutte le direzioni, al punto da far pensare a un gioco, il che dispensa da ogni rispetto e da ogni pietà”. (Roland Barthes, L'ultimo degli scrittori felici, in Id., Saggi critici, Einaudi, 1972, p. 55)

Ovviamente Ostuni non è Roland Barthes, tantomeno Voltaire. E Carofiglio ha tutto il diritto di sentirsi dispiaciuto per il lapidario e offensivo commento di Ostuni. Eppure, in questa inutile citazione in giudizio, quello che manca è anche solo un briciolo di giocosa felicità, che la “letteratura” e la sua critica dovrebbero dispensare a piene mani ai lettori, appassionati od occasionali che siano. Questo a dir poco superfluo e sicuramente minaccioso ricorso alla giustizia riparatrice è un ennesimo segnale della tristezza di questi insopportabili tempi di passioni tristi, rancori e risentimenti