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lunedì 29 ottobre 2018

CAPITALE DISUMANO: QUANDO IL LAVORO E' CERCARE UN LAVORO



Roberto Ciccarelli


“Il mio lavoro era cercare lavoro - ha raccontato Elisabetta, 24 anni, di Taranto  - Guardavo ovunque, ma ho capito che su Facebook non si trovano offerte serie. Anche a me hanno proposto di fare la venditrice di prodotti di bellezza, ma prima mi hanno chiesto un investimento di 120 euro per un kit. Ovviamente ho rifiutato. Altri offrono posti da front office o da back office, e poi quando vai al colloquio scopri che è un posto da venditore o da venditrice porta a porta”.

La produzione di lavori accessori, occasionali, neo-servili è una caratteristica di un’economia terziarizzata. Tra queste attività emergono le occupazioni non necessarie o ridondanti nel campo della consulenza sulle risorse umane, del coordinamento delle relazioni, della strategia finanziaria, della certificazione delle prestazioni, nelle mansioni più esecutive. Sono attività che si collocano nell’interregno tra il lavoro produttivo e improduttivo, tra il lavoro necessario e non necessario, tanto nel campo dell’industria dei servizi poveri e della logistica quanto in quelli finanziari, imprenditoriali, delle relazioni pubbliche o della valutazione delle prestazioni dei lavoratori nel pubblico e nel privato.

Ossessionati dalla propaganda digitale che ammannisce le profezie sulla fine del lavoro, perseguitati dalle mitologie opposte del libero mercato o del posto fisso creato dallo stato-programmatore, sono stati in pochi ad accorgersi che oggi la piena occupazione esiste ed è quella che Douglas Coupland ha chiamato “lavori spazzatura” (Mc Jobs) e quella che David Graeber chiama oggi “lavori stronzata” (Bullshit Jobs). Questi lavori si svolgono nel back office delle organizzazioni d’impresa, negli indotti dei subfornitori, all’alba e al tramonto negli uffici, nell’ombra dove studenti, precari e inoccupati lavorano per rendere intelligenti gli algoritmi. Questi lavori sono “invisibili” e seguono il ritmo della fisarmonica: si gonfiano e si sgonfiano in base alla produzione on-demand o dell’opportunismo delle imprese facilitato dalle leggi esistenti. Oppure si svolgono alla luce del sole dove, come falene, i prestatori d’opera si affollano accanto ai lavoratori con contratto regolare, svolgono le stesse mansioni, ma scompaiono davanti agli occhi di tutti, quando devono apparire nel front office.

La dimensione del dispendio, dell’irrazionalità e dell’inefficienza economica si estende nelle attività regolata dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La produzione di mansioni inutili, meramente speculative o ornamentali, è una caratteristica della burocrazia pubblica come delle imprese private grandi e piccole. L’impegno della moderna organizzazione d’impresa, e del management delle risorse umane, è anche quello di diminuire l’inutilità e aumentare l’efficienza. Ma, come l’entropia, l’improduttività si moltiplica attraverso la proliferazione di un pluslavoro non retribuito che colonizza il tempo di vita e di lavoro degli assunti.

sabato 24 settembre 2016

CHOOSY, VIZIATELLI, NARCISISTI: GENITORI CREATIVI NEL #FERTILITYDAY


Roberto Ciccarelli

Le due campagne del Ministero della salute sul fertily day hanno rivelato l'orientamento della biopolitica di stato: la donna è considerata la "proprietaria di un corpo-sepolcro vuoto, improduttivo, non messo a valore, l’essere in debito con la società per non riuscire a contribuire all’esistenza di nuova forza lavoro per il mercato. Il governo ritiene che si tratti di un "errore di comunicazione", mentre è chiaro che si tratta di un problema politico: il  "mancato rispetto delle donne e stigmatizzazione nei confronti di chi non può avere o non vuole avere figli". La campagna: "Genitori giovani per essere creativi". Oggi in Italia nonsifanno figli perché i possibili genitori sarebbero impegnati a essere "creativi". Pubblicato su OperaViva 


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"Genitori giovani per essere creativi". Nella sua banalità imbarazzante uno degli slogan della campagna sul Fertility Day accredita la mentalità della classe creativa, soggetto pseudo-sociologico inventato da Richard Florida nel 2002 e obiettivo dell’operazione del ministero della Salute: oggi in Italia non si fanno figli perché i possibili genitori sono impegnati a essere "creativi".

“Classe creativa”

Il ministero, e i suoi “creativi”, alludono al profilo di un lavoratore elastico, sempre disponibile alle richieste dei suoi committenti, un soggetto che vive per lavorare e affermarsi nella carriera professionale intesa come un’attività creativa, appagante, auto-centrata. La «classe creativa» non include solo manager cosmopoliti, artisti, freelance o professionisti dell’immateriale, appartenenti a un ceto medio ricco e poliglotta nelle industrie dell’high tech o dell’intrattenimento. È un modello morale: per molti anni è stato usato per reinterpretare la condizione della precarietà. La precarietà è un’opportunità, va intesa come flessibilità, una condizione anche estetica, performativa. Mai intenderla come una questione giuridica o, peggio, sindacale. Che noia, che barba, che noia.

Lo slogan ha preso molto sul serio una delle fandonie che nutre la rappresentazione del lavoro indipendente, tra start up e auto-impresa: il creativo sa usare la precarietà, esistenziale e professionale, in maniera imprenditoriale, appartiene a uno strato culturale vasto che contiene diverse posizioni sociali economicamente disomogenee, in una società integrata senza classi. Salvo poi scoprire che tale «creatività» oggi è solo un’altra faccia dell’auto-sfruttamento, del lavoro gratuito o sottopagato, oltre che dell’alienazione del lavoro autonomo contemporaneo.


giovedì 14 maggio 2015

UN LAVORO DA SCHIAVI NELL'ITALIA DEL JOBS ACT



Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli

Pubblichiamo la prefazione al libro di Antonio Musella "Nuovi schiavi. Il lavoro nell'Italia del Jobs Act (Round Robin): "Quando la terra si solleva". Inchiesta su Partite Iva, addetti alla logistica, metalmeccanici, stagionali, freelance in un paese che vive nell'ossessione dell'impiego e nella dannazione della sua mancanza.

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Un lavoro da schiavi. Schiavi al lavoro. In un paese che vive nell'ossessione del lavoro e nella dannazione della sua mancanza. È il terribile ritratto che emerge dal reportage di Antonio Musella che si fa d'un tratto collettivo, un libro d'inchiesta in profondità condotta negli anni in cui l'Italia ha scoperto di essere povera, mentre i suoi nuovi poveri sono costretti a cercare, o strappare, un lavoro servile.

Questo è l'aspetto principale della crisi: non c'è solo la distruzione di un milione di posti di lavoro dal 2008 a oggi, ma la continua creazione di lavori inutili, senza identità, pagati una miseria, o addirittura gratis, che nascono e muoiono in pochi mesi. Le continue riforme del lavoro, come un certo uso politico della tecnologia, hanno influito pesantemente nella creazione di un paradosso contemporaneo.

A differenza di quanto ci viene detto dall'alto, oggi non è il lavoro a mancare. Ciò che manca è il reddito. Tale mancanza viene sostituita da un eccesso di offerta di occupazioni parziali – o servili, appunto – utili a piegare chiunque all'etica di un lavoro salariato che non c'è e alla promessa che – un giorno – esisterà o verrà pagato. In questo mondo ossessivo, e svuotato, nascono i racconti presenti in questo libro. Vite solitarie, invisibili, senza tutele, né un welfare universale capace di sostenerle.

domenica 22 febbraio 2015

LA VITA AGRA(TIS)

Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli

Precario, a tempo indeterminato, free lance, autogestito, autoprodotto. Ricattabile, flessibile, sfruttato. A volte semplicemente gratuito. Imprigionato nel caporalato, mascherato, interinale. Confuso con i tempi di vita, isolato e sempre meno sindacalizzato. Il lavoro è cambiato per tutti. E cerca un nuovo futuro dov’è protagonista il quinto stato. Questo è il progetto dei racconti del lavoro invisibile

Pubblicato su Lavoro Culturale

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Il lavoro non è finito. È diventato infinitamente più povero. Si sopravvive con l'odiosa sensazione di essere al lavoro per altri, raramente per sé, mentre il reddito è inconsistente e aleatorio. La vita è messa al lavoro: gratuitamente. C’è tuttavia un aspetto che passa inosservato: anche quando si è inoccupati o disoccupati, oggi si produce ricchezza.

E’ la condizione del quinto stato al centro del progetto di racconti del lavoro invisibile. Per invisibile qui s'intende “impercepibile per la legge” e “indecifrabile ai codici del mercato”. Questo lavoro che ha distrutto i vecchi perimetri, colonizzando la vita, è “invisibile” perché mette in discussione con una radicalità mai vista l'antica partizione tra diritto pubblico (sul quale è concepito il lavoro subordinato) e il diritto privato (sul quale è concepito il lavoro autonomo).

Risultato: cresce una “zona grigia” dove vengono meno i confini tra la subordinazione salariale e l'impresa, come quelli tra Stato e mercato. Anche l'immagine di un soggetto generale del lavoro – ad esempio la classe operaia – sfuma. Fu a questa teoria che un tempo vennero consegnate alcune chiavi del progetto di emancipazione della società alienata. La rivoluzione femminista, si legge in questo progetto, smascherò quanto poco universale, e molto escludente, ci fosse in queste convinzioni.

venerdì 14 novembre 2014

STRIKE! SCIOPERO SOCIALE PER UN'ALTRA IDEA DI LAVORO, CURA E VITA

Zerocalcare per #scioperosociale
Giuseppe Allegri

*** Strike! oggi è #scioperosociale x un'altra idea di lavoro, cura e vita, parafrasando il Jobs Act
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Come un mantra ossessivo e compulsivo, insieme con l'autunno, arriva a compimento l'ennesima riforma del mercato del lavoro, in Italia. Da vent'anni, sempre la stessa storia.


Il ventennio malefico della precarietà istituzionalizzata
E c'è sempre una coppia in ballo: oggi Poletti-Renzi. Ieri Treu-Damiano, relatori della l. 92/2012, meglio nota come Riforma del lavoro Fornero, dal titolo tristemente inadeguato: Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita. Visto che in oltre due anni crescerà solo la disoccupazione.

L'altro ieri c'era un'altra coppia ancora: sempre Tiziano Treu, questa volta in compagnia di Lamberto Dini Presidente del Consiglio (la primavera 1995 del Pacchetto Treu; poi la creazione della Gestione Separata INPS per Partite Iva non ordiniste e tutte le forme del lavoro intermittente, precario, flessibile; quindi la successiva l. 196/1997, Norme in materia di promozione dell'occupazione, nel senso di una sua sempre più precaria condizione).

Ne La furia dei cervelli (manifestolibri, 2011) abbiamo definito gli anni novanta di queste odiose riforme come la decade malefica.

martedì 11 novembre 2014

MA QUALE IDEA DELLA MATERNITA' SI E' FATTO RENZI?


Roberto Ciccarelli

Le neo-mamme rispondono a Renzi sugli 80 euro. "Freedom for Birth" Roma: la narrazione di Renzi sulla maternità è ispirata a un immaginario arretrato, discriminatorio e consumista.

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Gli 80 euro proposti dal presidente del Consiglio Matteo Renzi alle neo-mamme? Una proposta fuorviante e tossica secondo il gruppo di azione romano "Freedom for Birth". Secondo le madri, che sottolineano il loro essere anche professioniste, i genitori hanno bisogno di un Welfare: servizi funzionanti, reddito, casa, diritti, cittadinanza e dignità, investimenti pubblici per la promozione della salute e della prevenzione durante percorso nascita e nel periodo perinatale (il primo o i primi tre anni di vita). Tali investimento generano un vantaggio per le persone coinvolte in termini di salute e qualità della vita e un risparmio per le amministrazioni e per la società sostengono le neo-mamme.

domenica 26 ottobre 2014

LA VERITA', VI PREGO, PER MARTA PRECARIA DI 28 ANNI E IL SUO BAMBINO

Roberto Ciccarelli

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Camusso vs Renzi, Cgil vs Pd. La battaglia mediatica sul corpo di Marta, precaria, 28 anni, incinta. 

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Il personaggio dell'autunno 2014 è Marta. Lo ha inventato il presidente del Consiglio Matteo Renzi in questo video:

Marta ha preso forma quando la Cgil ha annunciato una manifestazione contro il governo e l'abolizione dell'articolo 18. Renzi l'ha usata per scaricare sui sindacati la responsabilità della precarietà di due generazioni. A suo dire, i suoi guai (senza reddito, tutele, welfare, maternità) sono responsabilità dei sindacati, e della Cgil.

Renzi ha calcato la mano per amore di polemica: rimuove la gravissime responsabilità anche del suo partito Pds-Ds-Pd nell'avere inventato la precarietà ed essersi rifiutato di accompagnarla con tutele minime. Del resto Camusso lo aveva associato alla Thatcher. Cosa spiacevole, a cui ha replicato con una menzogna: "Dov'eri, Camusso, quando il mio partito inventata e imponeva la precarietà'". Si parla della metà degli anni Novanta, il pacchetto Treu del 1997.

giovedì 9 ottobre 2014

SE NON HAI IL TORNIO, LA TUTA BLU, LA CAMICIA BIANCA NON SO CHI SEI



Roberto Ciccarelli
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Debunking Renzi&Cgil. Precario, non so chi sei. La scenetta di Crozza, la camicia bianca e la truffa del JobsAct. La "precarietà" non serve a descrivere cos'è il lavoro e nemmeno perché esistono i precari. Che non hanno voce. Se non quella degli altri.


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Crozza interpreta Camusso e Landini per dimostrare che la Cgil non ha MAI fatto nulla per i precari. Se non hai il tornio o la tua blu, NON SEI COME UN OPERAIO. Se sei un call center operator, un account per una start up, un web developer, allora sei nulla. Non sei un "lavoratore", o meglio un SALARIATO. Ed è inutile che ti rivolgi al sindacato, non sei degno della sua tessera. Non sei un cittadino. La Cgil (e tutti i sindacati) considerano il lavoro salariato come l'unica forma di attività riconoscibile e quindi remunerabile.

martedì 7 ottobre 2014

STUDENTI CHE DICONO NO ALLA FINANZA E ALLA PRECARIETA' TRA I BANCHI

I C del Liceo Classico Tasso di Roma per la campagna #entrainscena


Venerdì 10 ottobre in decine di migliaia in corteo contro il "patto educativo" del governo Renzi. Al centro delle polemiche: il sistema dalla valutazione e della punizione, la tentazione a mettere tutti in concorrenza, l'ingresso della finanza e dei privati nelle aule.




 

Venerdì 10 ottobre decine di migliaia di studenti medi manifesteranno nelle strade di almeno 80 città italiane contro la riforma della scuola e la legge delega sul Jobs Act proposti dal governo Renzi. Insieme a loro ci saranno i Cobas, che hanno dichiarato lo sciopero generale, i docenti precari, la Flc-Cgil. In rete la controffensiva degli studenti contro la scuola modello «Valutare e punire» proposta nele 136 pagine de «La buona scuola» dal presidente del Consiglio Renzi e dal ministro dell’Istruzione Giannini è iniziata da un paio di settimane. Prosegue a colpi di hashtag su twitter: #entrainscena e #10O sono quelli lanciati dall’Unione degli Studenti. «La grande bellezza siamo noi» rilancia la Rete degli Studenti. Mentre la rete «StudAut» ha iniziato a manifestare già il 3 ottobre scorso, sarà in piazza venerdì e tornerà a manifestare il 16 ottobre, prima giornata di sciopero sociale promossa da studenti medi e universitari, occupanti di case, facchini, precari, giovani.

In attesa delle prevedibili occupazioni, l’agenda prevede un altro appuntamento: venerdì 14 novembre, una giornata di «sciopero sociale» promossa da studenti, movimenti sociali e precari insieme ai sindacati di base. Quel giorno l’Usb ha annunciato 4 ore di sciopero, mentre farà uno sciopero generale venerdì 24 ottobre.

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Leggi: Per un'analisi della "Buona scuola" di Renzi-Giannini leggi: Il senso di Renzi per la patente a punti a scuola

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mercoledì 2 aprile 2014

IL LAVORO E' INTERMITTENTE, LA MIA VITA NO

Giuseppe Allegri

È un libro collettivo, polifonico e dissonante, questo Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro, curato da Sandra Burchi e Teresa Di Martino (Iacobelli editore, p. 225, 14,90 euro). Collettivo e polifonico perché presenta quasi una ventina di interventi di ricercatrici, studiose, attiviste, femministe intorno al nodo lavoro/non lavoro. Si parte con Carole Pateman e si giunge al collettivo romano Diversamente occupate, per prendere i due saggi di apertura e chiusura. Dissonante perché si situa volutamente fuori dal coro della retorica lavorista, familista e paternalista che ammorba l'aria del discorso pubblico appena si comincia a parlare di lavoro e della sua mancanza. Soprattutto dinanzi al recente Decreto Poletti-Renzi di definitiva precarizzazione delle forme del lavoro e in attesa della legge delega sul JobsAct

sabato 1 marzo 2014

CONTRO LA DISOCCUPAZIONE ARRIVA IL «NASPI», L'INDENNITA' CHE ESCLUDE 1/3 DEI SENZA LAVORO

«Naspi» è anche un idrante
Roberto Ciccarelli

Si chiama «Naspi» il sussidio con il quale il presidente del Consiglio Matteo Renzi intende tutelare poco più di 1 milione e 200 mila persone a rischio di disoccupazione. Novecentomila sono lavoratori dipendenti a termine, somministrati, interinali che attualmente godono dell'indennità di disoccupazione Aspi introdotta dalla riforma Fornero in scadenza nel 2016. Gli altri 300 mila sono collaboratori a progetto oggi esclusi da una misura riservata ai lavoratori subordinati, agli apprendisti, ai soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato, al «personale artistico» con rapporto di lavoro subordinato e ai dipendenti a tempo determinato della P.A.

Il prerequisito per ottenere il sussidio sarebbe quello di avere ricevuto una busta paga per almeno tre mesi . L'entità del sussidio oscillerà tra 1200 e 1100 per calare a 700 euro. Oggi, il disoccupato che ha lavorato 3 mesi nell'ultimo anno, ha diritto a percepire l'indennità per un mese e mezzo, incassando 930 euro. Un esempio, per capire di quale cifre si sta davvero parlando. Resterebbero fuori dal «Naspi» (un acronimo che dovrebbe significare «nuova Aspi», ma questa è solo una deduzione, anche perchè «Naspi» è anche il nome di un idrante) almeno 2 milioni di disoccupati (per l'Istat a gennaio 2014 erano 3,3 milioni), le altre forme di lavoro precario e intermittente, i lavoratori autonomi iscritti alla Gestione separata dell'Inps: 1,8 milioni di persone.


Almeno 4 milioni di persone, ma il numero è superiore se si considera le partite Iva iscritte ad altre gestioni previdenziali, resteranno senza tutele. Contrariamente a quanto scritto nella newsletter inviata agli iscritti Pd qualche settimana fa, il «Jobs Act» non istituirà un «sussidio universale» contro la disoccupazione, un salario minimo e nemmeno un reddito di base. Si parla invece di un sussidio condizionato alla partecipazione ad un corso di formazione e ad un'offerta di lavoro, vale a dire un regime di «workfare» ancora più penalizzante di quello prospettata in passato dal Pd o dal Movimento 5 Stelle con il suo vagheggiato «reddito di cittadinanza».

Dalle «indiscrezioni» sul «Jobs Act» apparse ieri su La Repubblica e La Stampa emerge infatti un particolare non secondario: il rifiuto di una seconda proposta di lavoro comporterà la perdita del sussidio. Quest’ultimo verrebbe differenziato in base allo status contrattuale del lavoratore, discriminando tra dipendenti e precari. Ai primi il «Naspi» verrà garantito fino a due anni (oggi dura 1 o 1 anno e mezzo); ai secondi, massimo per sei mesi. Molte restano le incertezze sui tempi della riforma dei centri dell'impiego che dovrebbero confluire in un'agenzia unica federale, ancora tutta da immaginare. Questa agenzia è necessaria per ridisegnare il sistema delle politiche attive il quale, a sua volta, dovrebbe erogare il «Naspi» e gestire il «workfare». Tutto questo ha bisogno di tempo. Un tempo che sembra mancare per una terapia «choc», così la immagina Renzi, contro la disoccupazione generale che ha raggiunto il 12,9%, mentre quella giovanile è arrivata al 42,4%.

Nelle intenzioni del responsabile economia Pd Filippo Taddei questa proposta amplierà la risicata platea dei beneficiari dell'Aspi a coloro che attualmente godono della cassa integrazione in deroga. Il «Naspi» dovrebbe essere finanziato anche con i soldi della Cig e della mobilità in deroga. Si dice che dovrebbe costare 1,6 miliardi di euro in più dei sussidi esistenti, a cui bisogna aggiungere i 3,6 miliardi di euro per la Cig (del 2013), per un totale di 8,8 miliardi. Il problema è che, ad oggi, 1,1 miliardi dei fondi per la Cig 2013 (su 3,6) mancano all'appello. Le regioni sono in allarme, ieri Cgil-Cisl-Uil hanno scritto al neo-ministro del lavoro Poletti invitandolo a trovarli. E ancora non si parla dei fondi per il 2014. Le stesse incertezze restano sulle risorse per il taglio al cuneo fiscale (10 miliardi di euro, sostiene Renzi) e sui proventi dalla spending review di Carlo Cottarelli da cui il Pd vorrebbe ottenere molto più dei 4 miliardi preventivati.

Un punto fermo resta il «contratto aperto» o «contratto di entrata senza rigidità», cioè senza articolo 18 in cambio di un indennizzo in caso di licenziamento, impropriamente definito dai renziani «contratto unico a tutela crescente». E poi c'è la «garanzia giovani», l'unico provvedimento certo che verrà erogato alle aziende e non ai neo-laureati. In ogni caso il governo presenterà il Jobs Act a Berlino il 17 marzo, in un vertice con la cancelliera tedesca Angela Merkel. È un fatto che chiarisce le priorità dell’esecutivo. Lo ha confermato ieri il ministro delle Infrastrutture Lupi (Ncd): con la riforma del lavoro in mano Renzi chiederà a Merkel maggiore flessibilità sul vincolo del 3% sul deficit/Pil. Uno scambio che oggi esclude milioni di persone.

venerdì 10 gennaio 2014

IL "JOBS ACT" DI RENZI: TRE EQUIVOCI, UN UNICO RICATTO


Giuseppe Allegri

Matteo Renzi ancora una volta smentisce se stesso. Dopo aver proclamato che avrebbe immediatamente previsto misure di tutela e garanzia per le persone logorate da sei anni di Grande Recessione presenta una bozza da “riformatore del mondo”. Come se avesse avanti decenni di tempo per far “ripartire il Paese”. Così presenta un indice assai pretenzioso del suo JobsAct: titolo anglofono, tutto attaccato e con una esse in più del previsto. Tu vuo' fa' l'americano?

Si inizia con «il Sistema»: dall'energia alla burocrazia. Si passa alla creazione di «nuovi posti di lavoro»: saranno più di un milione, per scavalcare la ventennale propaganda berlusconiana? Si arriva alle «regole». Una vera e propria riforma di sistema, appunto, una serie di piani quinquennali, se volessimo sorridere; o piangere. E la dimensione temporale è forse l'aspetto più critico di tutta l'impalcatura.

domenica 15 dicembre 2013

NON STUDIO, NON LAVORO: E' UNA QUESTIONE DI QUALITA' (ORGOGLIO NEET)

Tren­ta­quat­tro anni è un’età rispet­ta­bile. Jim Mor­ri­son era già morto, come Jimi Hen­drix, per non par­lare di per­sone più impor­tanti di loro. Alla stessa età, Mora­via aveva già scritto “Gli Indif­fe­renti” e Van Gogh ini­ziava a dipin­gere le sue tele più famose. In campi meno esem­plari, o “male­detti”, della reli­gione, del rock, della let­te­ra­tura o dell’arte, i tren­ta­quat­tro anni pos­sono segnare la nascita del primo o del secondo figlio, qual­cuno potrebbe pen­sare per­sino ai nipoti. In Ita­lia no. E non per­ché tutto que­sto non sia pos­si­bile, ma per­ché un’intera società è con­vinta che a 34 anni le donne e gli uomini siano ancora «gio­vani» e che non abbiano le stesse esi­genze – e i diritti – degli «adulti», desti­nati a vivere come eterni adolescenti.

venerdì 8 novembre 2013

PRECARI, APOLIDI IN TUTTA EUROPA

Un esercito di 9 milioni di «atipici», «mini-job», contratti a zero ore nella ricerca Accessor promossa dai sindacati europei (Inca-Cgil in Italia). Gli europei che emigrano nell’Ue subiscono una tripla discriminazione: redditi bassi, scarse tutele e perdita dei diritti in patria e all’estero. Ma il quinto stato, perchè è di questo di cui parliamo, è molto molto più ampio, e articolato

La precarietà ha compiuto vent’anni in Europa. Da limbo riservato ai giovani in attesa di una collocazione stabile è diventata la regola per tutti i rapporti di lavoro nel pubblico e nel privato. La trasformazione non è data solo dall’enorme numero di contratti precari, che resta singolarmente difficile da determinare, ma anche dalla sistematica erosione delle tutele sociali. Oggi in Europa i «McJobs» non danno diritto ad alcuna protezione previdenziale, mentre crolla la sicurezza sul posto di lavoro e gli stipendi sono sempre più bassi e discontinui.

venerdì 11 ottobre 2013

I NUOVI SCHIAVI DEI «MINI-JOB» IN GERMANIA

La creazione di 7,5 milioni di «mini job» dal 2002 a oggi in Germania è stata festeggiata come la prova di un sistema economico capace di produrre crescita e occupazione. I «mini job» sono lavori intermittenti, senza contributi o assicurazione contro malattia o infortuni, a 450 euro al mese, l'analogo dei «contratti a zero ore» in Inghilterra (si dice che siano 1 milione) o i contratti a termine italiani. Non riguardano solo i «giovani», ma i professionisti, i migranti di prima o seconda generazione, i dipendenti licenziati ultracinquantenni che non avrebbero probabilmente altro modo di rientrare sul «mercato del lavoro». In cambio di un lavoro qualsiasi, si negano i diritti fondamentali del welfare state, questa è una regola sancita a livello europeo. L'utilità macroeconomica dei «mini job» è determinante per riempire le casse degli istituti previdenziali con i contributi che non torneranno sotto forma di pensione a questo esercito di schiavi. E per dimostrare che l'economia produce «occupazione», una merce importantissima anche nel capitalismo finanziarizzato.

martedì 24 settembre 2013

CHE COS'E' IL QUINTO STATO?


Giuseppe Allegri-Roberto Ciccarelli,
Il Quinto Stato
Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno otto milioni di italiani ai quali non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. La stessa condizione interessa almeno cinque milioni di cittadini stranieri che inoltre subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.

Il Quinto Stato è una condizione incarnata in una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente. La loro cittadinanza non è misurabile a partire dal possesso di un contratto di lavoro, né dall’appartenenza per nascita al territorio di uno Stato-nazione poiché per questi soggetti si presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e l’attività professionale, l’identità di classe, la comunità politica e lo Stato. Oggi sono stranieri o barbari tanto i nativi italiani, quanto i migranti. Entrambi appartengono alla comunità dei senza comunità. La loro è una cittadinanza senza Stato, poiché lo Stato non riconosce loro la cittadinanza.

In questo mondo, non basta lavorare per essere riconosciuti come lavoratori. E non basta affermare di essere cittadini di uno Stato per essere riconosciuti titolari dei diritti sociali, previdenziali, civili. La cittadinanza è stata limitata al possesso di un bene residuale, intermittente, e sempre meno retribuito: il contratto di lavoro. Anche quando ha la fortuna di possederlo, il cittadino-lavoratore viene sezionato in una lunga serie di identità parziali.

Si parla, ad esempio, di lavoratori precari, atipici, parasubordinati o con partita IVA i quali, pur potendo dimostrare di partecipare alla politeia, restano cittadini dimezzati perché non godono di un contratto di subordinazione e a tempo indeterminato. Altrettanto complicata è la condizione di chi vive nell’emisfero dell’impresa, oggi travolta della crisi economica iniziata nel 2008. È proprio la zona grigia tra il lavoro e l’impresa a costituire uno dei tratti caratteristici del Quinto Stato.

mercoledì 24 luglio 2013

EXPO 2015: IN 18.500 LAVORERANNO GRATIS A MILANO

L'accordo sulla flessibilità del lavoro a termine e sugli stage per l'Expo 2015 - firmato ieri dai rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl, Uil, Filcams Cgil, Fisacat Cisl e UilTucs con l'amministrazione delegato di Expo 2015 Giuseppe Sala - prevede l'assunzione di 835 persone mediante contratto di apprendistato da 7 o 12 mesi. 340 giovani under 29 anni parteciperanno ad un percorso formativo rispettivamente di 70 e 120 ore per il conseguimento delle qualifiche di «operatore Grande Evento», «specialista grande Evento» o di «tecnico sistemi di gestione Grande Evento».

A partire dal 2014 verranno assunti altri 300 lavoratori per i ruoli di supporto e segreteria e 195 stagisti con un rimborso da 516 euro mensili. Una parte di queste assunzioni a termine, il 10%, verranno effettuate tra i lavoratori che si trovano in cassa integrazione straordinaria o in deroga, sono in mobilità o in disoccupazione. Con ogni probabilità, al termine dell'esposizione, torneranno ad essere tali. Il protocollo siglato dalle parti sociali prevede inoltre 18.500 volontari che dovranno alternarsi in «attività ausiliare» al ritmo di 475 per cinque ore al giorno nei sei mesi di durata dell'Expo.

martedì 16 luglio 2013

EXPO 2015: PRECARIETA' SI, MA CON GIUDIZIO


Immagine tratta da Milano Città Aperta
Quella dell’Expo 2015 è la trappola perfetta. Il grande evento che dovrebbe rilanciare l’immagine del «made in Italy» nel mondo, secondo le massime cariche dello Stato, potrebbe essere un gigantesco volano della precarietà. Almeno questo sperano le associazioni imprenditoriali come Confindustria, Abi, Rete Imprese Italia e l’alleanza delle cooperative, sostenute da Pdl e Scelta Civica, che hanno presentato un emendamento al «pacchetto lavoro» Letta-Giovannini in attesa di conversione al Senato. I sindacati si oppongono e hanno costretto il ministro del Lavoro Giovannini a rinviare a tutto affidandosi ad un "avviso comune" tra le parti sociali.

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lunedì 11 marzo 2013

FIGLI DELLA BOLLA FORMATIVA: LAUREATI, PRECARI E AL NERO

Bisogna rifinanziare scuola e università, premiare il “capitale umano”, accrescere il “valore aggiunto” della formazione delle persone. Troppe cose per una legislatura troppo breve. E per un governo che, se mai vedrà la luce, dovrà pensare a tagliare i rimborsi ai partiti e cambiare la legge elettorale. La storia di un paese vista dal XV rapporto Almalaurea

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