domenica 12 ottobre 2014

QUANDO L'FMI SCOPRE IL QUINTO STATO (DEI DISOCCUPATI)

Roberto Ciccarelli

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Christine Lagarde del Fondo monetario Internazionale al vertice di Washington : "I disoccupati sono il quinto stato al mondo". Ma la stima è approssimata per difetto. Ci sono anche i precari, i neet o i working poors, chi lavora in autonomia. E' in corso una trasformazione del rapporto con l'occupazione. La cultura delle istituzioni internazionali, come quelle dei sindacati, non permettono di comprenderla. E il quinto stato potrebbe avere anche un altro significato

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Il Fondo Monetario Internazionale scopre il quinto stato. Con questa espressione la direttrice Christine Lagarde intende in realtà i disoccupati: “Duecento milioni di persone nel mondo cercano un lavoro. Se i disoccupati formassero un paese, il loro sarebbe il quinto stato più grande al mondo”. Il quinto stato viene dunque inteso come una popolazione il cui numero è inferiore solo alla Cina, all’India e agli altri paesi maggiormente popolati del pianeta. Lagarde cita Dostoïevskij: “Privati di un lavoro significativo, donne e uomini perdono la ragione della loro esistenza”.

(Qui il discorso, in inglese. Qui il video, in inglese, tra il nono e il dodicesimo minuto)



PIU' GRANDE DELLA CINA

Una realtà impressionante. Ma approssimata per difetto. Perché dal conto M.me Lagarde ha escluso i precari, i lavoratori poveri, e intermittenti coloro che svolgono un’attività autonoma e non hanno alcuna tutela, e sono poveri messi al lavoro. Ci sono tutti coloro che, pur svolgendo un lavoro, non possono essere considerati occupati. Nei termini della teoria neoliberista sono occupabili, ma che non svolgono un lavoro “ufficiale”, né possono essere considerati “disoccupati”: cioè non possono dimostrare di avere cercato un lavoro negli ultimi tre mesi. Nè tanto meno di averlo trovato.

Lagarde suggerisce un mix di politiche sulla domanda e sull’offerta: rendere più “flessibile” l’occupazione, in modo tale da permettere l’aumento dei posti di lavoro, ma non dell’occupazione stabile. E poi una politica monetaria capace di ricreare (in laboratorio) le condizioni di crescita nell’economia reale. E’ la ricetta di tutte le istituzioni che compongono la cosiddetta “Troika”, una volta compreso che la crescita non ci sarà nei prossimi anni. E che, soprattutto, non produrrà occupazione stabile e dignitosa.

Il quinto stato più grande al mondo potrebbe insidiare così il primato cinese. Se non superarlo. Il quinto stato diventerà il primo stato, per popolazione. Lo è già.

NOI SIAMO IL QUINTO STATO

Scoraggiati. Neet. Inoccupati. Gente che fa altro, ma non si sa cosa. Forse vive di rendita, forse dei soldi dei nonni. O dei genitori. In altre parole: oggi si vive nell’informale, al di fuori del perimetro del lavoro salariato. Non si è dipendenti, né solo autonomi. Certo, anche precari, ma non solo. Siamo diversamente occupati. Questo spazio, al di fuori del perimetro, ha una forma. E diviene.

Chiamiamolo quinto stato. Ma il quinto stato è solo quello di cui parla M.me Lagarde?

No, il quinto stato è quello di Carol Pateman che ha parlato della condizione degli «esuli sociali involontari», che è quella delle donne, oggi allargata a tutti gli espulsi dal rapporto tra lavoratore e cittadino dotato di diritti. L’involontarietà di questo “esodo” si è nel frattempo strutturata, ed è diventata più chiara e consapevole. Oggi parliamo di un quinto stato, composto da singolarità incarnate e non solo da “cittadini” (il cosiddetto “terzo stato”) o da “lavoratori” (il cosiddetto “quarto stato”). Il quinto stato è la condizione universale di apolidia in patria in cui vivono i nativi ai quali non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. La stessa condizione interessa gli stranieri, regolari e non, che in più subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità nello Stato in cui vivono e lavorano.

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Guarda il video: Il Quinto Stato: precari, autonomi, freelance

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È una popolazione fluttuante che sperimenta la rapida intermittenza e precarietà delle occupazioni, intervallandola con anche lunghi periodi di non lavoro senza sussidi o tutele.

Il quinto stato è un movimento tra i lavori, tra un’occupazione e un’altra, caratterizzata da un’alta intermittenza del reddito. Un movimento simile a quello che porta a migrare alla ricerca di una collocazione lavorativa diversa, al fine di ottenere un’autonomia. Il movimento tra le occupazioni, come quello tra i Paesi può essere associato alla stessa ricerca dell’autonomia.

Non si nasce per lavorare, né per lavorare secondo un determinato contratto o mansione, così come non si nasce per abitare in un determinato Paese, seguendo le regole di una comunità, subendo o godendo delle condizioni economiche imposte in una congiuntura economica. E' giusto nascere, per essere autonomi.

NON E' UN PROBLEMA DI SOLI NUMERI

Ciò che Lagarde non dice è che il quinto stato è il prodotto di una trasformazione del lavoro e del modo di governare il lavoro. Il quinto stato è l’esito di un processo che intreccia deflazione salariale, crescita bassa o negativa, deregolamentazione contrattuale, assenza di tutele sociali e bassi salari. Quest’ultima tendenza è iniziata negli anni Settanta quando in Italia la quota dei salari sul reddito raggiunse il picco del 70%, per poi cadere nel 2000 di 14,61 punti percentuali. Tra i Paesi europei, solo l’Irlanda ha fatto peggio. L’andamento negativo è impressionante. Il crollo è avvenuto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, una tendenza che si registra anche in altri Paesi, ma non con la stessa intensità. Tra il 1991 e il 2000 la quota dei salari sul reddito è diminuita di 8,82 punti, di 3,23 nell’Eurozona con 12 Paesi, di 1,08 in Germania, di 2,15 punti in Francia, mentre è salita di 0,3% negli USA.

Il punto più interessante in questo fenomeno è che cresce nello stesso periodo la produttività oraria del lavoro. Se il numero delle ore lavorate diminuisce, insieme ai salari, il lavoro diventa allo stesso tempo più produttivo. L’Italia è il Paese europeo che paga meno i propri lavoratori ma li fa lavorare sempre di più. È la stessa dinamica che l’OCSE ha registrato in Grecia dove nel 2012 si sono registrate 2.034 ore per dipendente, quasi 300 in più rispetto alla media europea di 1.756. Questa situazione è esplosa durante la crisi: nel 2008 si lavorava per 1.950 ore, 1.997 nel 2009, 2.016 nel 2010. I salari invece diminuiscono: erano pari a 20.100 euro in media nel 2012 contro una media OCSE di 30.200 euro. Per quanto riguarda l’Italia può essere valutata in un ciclo medio, in corrispondenza con la ristrutturazione e razionalizzazione dell’economia e in particolare nel trentennio della crescita del terziario avanzato, quando il lavoro è diventato più produttivo, anche se sempre meno pagato, tutelato e sempre più a rischio precarietà e bassa innovazione.

Anche l’Italia è stata investita dalla trasformazione postfordista del lavoro - e della società - che ha fatto aumentare il valore del lavoro della conoscenza, e in generale del lavoro indipendente. Sin dalla fine degli anni Settanta questa trasformazione ha favorito la crescita delle piccole imprese e del lavoro autonomo, del capitalismo molecolare nei distretti industriali.

Questo processo non ha inciso né sul lato dell’innovazione tecnologica, né sulla redistribuzione del valore prodotto per diminuire la distanza tra salario e reddito, né per trasformare in maniera sostanziale la struttura produttiva. Anzi l’ha aumentata moltiplicando gli effetti della speculazione della new economy. Questa tendenza è stata amplificata nel primo ciclo quinquennale della crisi dove si è affermata una crescita deflattiva, o senza occupazione fissa.

IL QUARANTENNIO PENOSO

La rivoluzione del capitalismo finanziario, la precarizzazione del lavoro salariato e dipendente, il crollo dei consumi e la trasformazione del modello di vita indotto dall’indebitamento e dall’impoverimento, la crisi e il “quarantennio penoso” della crescita deflattiva e dei bassi salari (1973-2014) i cui effetti dureranno almeno per la prossima generazione. Questi sono alcuni dei fattori che hanno trasformato in maniera irreversibile il soggetto sociale di riferimento delle democrazie nel secondo Dopoguerra, il ceto medio. Sull’oscuramento e la progressiva dissoluzione di questa rappresentazione sociale ha pesato la trasformazione della democrazia rappresentativa in democrazia autoritaria.

È in corso una proletarizzazione che ha consolidato e strutturato il quinto stato, spezzando l’ordine gerarchico costruito sull’egemonia del lavoro dipendente. Tale ordine, ha scritto Sergio Bologna, si è dissolto con la scomparsa dell’equazione tra alto livello di istruzione e reddito elevato, il pilastro sul quale è stata costruita la categoria artificiale del ceto medio.

JOBLESS RECOVERY (CRESCITA SENZA OCCUPAZIONE)

Secondo l’ILO, la crisi finirà quando l’austerità verrà ritrattata, la ripresa sarà tuttavia debole e non produrrà un aumento dell’occupazione stabile. Sarà dunque una jobless recovery, tipica del capitalismo finanziario, dove vige la crescita deflattiva. Anche nel caso di un ritiro dell’austerità, le speranze di una crescita restano legate a una ripresa del capitalismo finanziario fondato sulla precarietà, l’inoccupazione, la disoccupazione e sull’enorme fenomeno dello “scoraggiamento”.

Questo è il paradosso dell’analisi di M.me Lagarde. Il paradosso dove si trova il quinto stato di lei stessa cui parla.

In questa condizione, in Italia, nel 2013 c’erano 3,3 milioni di persone (il 13,1% della forza lavoro, quasi un punto percentuale in più rispetto al terzo trimestre del 2012) disponibili a lavorare, ma che non cercano attivamente alcun posto di lavoro. Quel poco di crescita occupazionale che è stata registrata tra il 2007 e il 2012 è andata a beneficio dei lavoratori più anziani (55-64 anni). Secondo le proiezioni dell’ILO sarà necessario più di un decennio prima che i tassi di disoccupazione ritornino ai livelli pre-crisi. Ma l’occupazione resterà precaria e intermittente. Il futuro sarà del lavoro indipendente (non fisso, ma si spera di qualità e dignitoso). Per capire ciò di cui sto parlando, ancora qualche dato. Si parla della condizione in cui in Italia oggi si trovano 1.800 milioni tra partite Iva e cocopro iscritti nella gestione separata Inps, o gli autonomi iscritti ad altre gestioni. Sono i precari, nel pubblico o nel privato, altri 4 milioni all'incirca.

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Leggi: Che cos'è il Quinto Stato? (Dall'Introduzione Il Quinto Stato. Perchè il lavoro indipendente è il nostro futuro, Ponte Alle Grazie)

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In questo mondo dove vive un residuo di lavoro salariato o autonomo, si vive la realtà materiale di un lavoro precario, povero o informale. Ma è viva la presenza di un’attitudine soggettiva, di una mentalità o una cultura che in precedenza erano contenute nel perimetro ristretto del lavoro indipendente, e in particolare di quello professionale e autonomo.

Numeri che traducono condizioni molto diverse. E' il segno di una condizione che è già cambiata. E continuerà a farlo nella prossima generazione. Nel quinto stato non c'è solo la disoccupazione, e la povertà. C'è una trasformazione di un lavoro dove il rapporto tradizionale con l'occupazione è mutato radicalmente.

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