Giuseppe Allegri
Da settimane vorrei scrivere di Remo. Ma le parole non vengono.
Remo Remotti poeta, artista, scultore, scrittore, quindi attore, grande affabulatore, performer indisciplinato e gioiosamente innamorato della sua mamma, delle donne e della vita, dichiarato matto dai custodi del grigiume quotidiano, ma saggiamente folle come un antico bardo alla conquista del mondo. E di Roma. Andata e ritorno.
Perché Remo Remotti è per me Roma. Da quando lo vidi per la prima volta, Remotti/Freud che vive a casa con la mamma nello splendido Sogni d'oro di Nanni Moretti. Quindi sul finire degli anni Ottanta arrivai nella capitale, da provinciale, e incappai in Mamma Roma Addio, monologo da lacrime agli occhi, che poi Remo declamò sul tappeto sonoro dei Recycle, in uno dei più potenti crescendo musicali e poetici che si possano tuttora sentire.
Anche se in quell'epocale EP, titolato (Mamma) Roma addio, una bella versione è anche quella titolata Volemo lavora'?, con Remo che urla: “Volemo lavora'? Pronti!? Senti! Domanda a tutti: la faccio Roma, pure? La rifamo? Allora parto co' Roma e annamo via, va'!” Un intercalare che divenne il ritornello preferito dei nostri figli, ai tempi uno infante e l'altra agli albori dell'adolescenza.
E proprio dei figli parlai a lungo con Remo.

