Il quarto stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo è in mostra nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze dal primo al 30 giugno 2022. Acquisito dal Comune di Milano nel 1920, grazie a una raccolta fondi promossa dal sindaco socialista Emilio Caldara, Il quarto stato è stato esposto a Palazzo Marino, alla Galleria di Arte Moderna e dal 2010 è custodito al Museo del Novecento di Milano. «Il quarto stato ritrae i lavoratori come un nuovo soggetto politico che con la rivoluzione industriale si affaccia potentemente e che inizia a richiedere una dimensione di futuro. Se dovessimo dipingere quel quadro oggi dovremmo farlo in modo molto diverso, con vestiti diversi, con colore di pelle diversi ma le ragioni per dipingere quel quadro ci sarebbero ancora. Credo che ci siano molte ragioni per dipingere quel quadro ma oggi è molto più difficile dipingerlo. Ma ci sono ragioni profondissime per ridipingere un quadro come quello» ha detto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, intervenendo all'inaugurazione della mostra.
domenica 1 maggio 2022
1 MAGGIO: GENEALOGIA DI UNA FESTA CONTRO IL LAVORO
Il quarto stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo è in mostra nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze dal primo al 30 giugno 2022. Acquisito dal Comune di Milano nel 1920, grazie a una raccolta fondi promossa dal sindaco socialista Emilio Caldara, Il quarto stato è stato esposto a Palazzo Marino, alla Galleria di Arte Moderna e dal 2010 è custodito al Museo del Novecento di Milano. «Il quarto stato ritrae i lavoratori come un nuovo soggetto politico che con la rivoluzione industriale si affaccia potentemente e che inizia a richiedere una dimensione di futuro. Se dovessimo dipingere quel quadro oggi dovremmo farlo in modo molto diverso, con vestiti diversi, con colore di pelle diversi ma le ragioni per dipingere quel quadro ci sarebbero ancora. Credo che ci siano molte ragioni per dipingere quel quadro ma oggi è molto più difficile dipingerlo. Ma ci sono ragioni profondissime per ridipingere un quadro come quello» ha detto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, intervenendo all'inaugurazione della mostra.
sabato 5 marzo 2022
Luciano Bianciardi ribelle
Giuseppe Allegri
La modernità gassosa di un ribelle. Il primo Antimeridiano di Luciano Bianciardi riletto in occaasione del centenario della nascita dello scrittore
Forse un qualche Babbo natale (non certo un Dio) che può salvarci dalla Santa (Claus) depression potrebbe esistere, qualora ci regalasse L’Antimeridiano di Luciano Bianciardi (ISBN edizioni – ExCogita Edizioni), altrimenti davvero inacquistabile dall’alto dei suoi 69 euro. È l’unico, sostanziale, appunto che possiamo fare all’editore e ai due noti (per i lettori de il manifesto) curatori Massimo Coppola e Alberto Piccinini, che dovrebbero spendere il loro 2006 in un ciclo di presentazioni nei centri sociali e nei luoghi di ritrovo delle precarie moltitudini italiche, diffondendo a metà prezzo il primo volume dell’opera omnia di un Autore che ha ancora molto da dire alle più o meno giovani generazioni devote a San Precario, linfa vitale di un Paese ormai alla deriva. Perché in questa operazione editoriale c’è tutto il Bianciardi anarco-ribelle, che prova a lasciarsi alle spalle (senza mai riuscirci del tutto) provincia e famiglia, per buttarsi a capofitto nella metropoli da bere, centro nevralgico di follie autodistruttive e precari aneliti alla libertà.
lunedì 20 aprile 2020
GIUSEPPE GUARINO: RIFORMATORE RADICALE E DISINCANTATO
Giuseppe Allegri
Mancherà quello sguardo ironico, sorridente, schietto e al contempo sornione, che caratterizzava il modo di fare del grande maestro del diritto pubblico Giuseppe Guarino, classe 1922, nato a Napoli e una vita che ha attraversato il Novecento ed oltre e che se n’è andata proprio l’altra notte. Per noi studenti, e quindi dottorandi e ricercatori in formazione, tra Scienze Politiche e Giurisprudenza, nel passaggio della crisi repubblicana degli anni Novanta della Sapienza di Roma, era una presenza costante, anche nella pausa parlamentare governativa, tra lezioni, convegni, seminari, letture, scritture, commenti. Un altro grande, antico maestro di indipendenza che se ne va, come è stato per Mario Galizia qualche anno fa.
mercoledì 11 dicembre 2019
LAVORO, E ANCORA LAVORO. MA PARLIAMO PRIMA DI LIBERTA' E AUTONOMIA
Giuseppe Allegri
Che ci sia, o non ci sia, cambia la stagione, il discorso è: lavoro, lavoro, lavoro. Si interviene sempre con scarsissima efficacia e lungimiranza sul rompicapo. E alla fine ci si ritrova al punto di partenza. La rivista Luoghi Comuni n. 3-4/2019, diretta da Andrea Ranieri, edita da Castevelcchi, propone un passo in avanti: per parlare di "lavoro" è necessario partire dall'autonomia e la libertà della forza lavoro. Se un lavoro non la garantisce, e non è nemmeno pensato a partire da questo, parliamo di una cultura politica che mira alla gestione del governo in nome del potere esistente e non all'esercizio del potere dei senza potere. Un'indicazione che viene dalle ultime opere di Bruno Trentin. E non solo. Ne parla Giuseppe Allegri nel saggio pubblicato sulla rivista con il titolo "Cooperazione sociale, garanzie di base e innovazione istituzionale, finalmente?"
martedì 8 ottobre 2019
ACQUA IN BOCCA! LO STRANO CASO DI UN LIBRO AUTOREFERENZIALE SUL QUINTO STATO
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Una piccola storia sul grande mondo della cultura in Italia. L'abitudine a non citare è un discutibile costume accademico e di potere editoriale. Trascurabile, anche perché le ricerche continuano e esplorano territori sempre più avanzati. Un problema che non si pone per le consorterie di intellettuali di se stessi, mediatizzati di ogni genere e prime firme assortite. Anche perché, quando si parla del quinto stato, cioè la nostra condizione, sono altre le priorità. Ma noi ci preoccupiamo lo stesso per chi scrive e soprattutto per chi legge libri singolari che possono stancare e alla fine creare un rigetto di problemi che invece sono importanti. A proposito del libro "La società del quinto stato" di Maurizio Ferrera pubblicato da Laterza. [La furia dei cervelli]
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Nell’estate del 2018 il professore Maurizio Ferrera scrisse su La Lettura (il numero 346) del Corriere della Sera un problematico intervento sul precariato del Quinto Stato.
Quel Quinto stato, inteso anche come una condizione vissuta da milioni di persone di fatto escluse dalla cittadinanza sociale del nostro Bel Paese, che con Roberto Ciccarelli abbiamo indagato agli inizi degli anni Dieci con La furia dei cervelli (2011) e con Il quinto stato (2013), risalendo ad una sua genealogia nei fondamenti della modernità, poiché l’espressione-condizione di Quinto stato si era affacciata nei periodi più turbolenti delle vicissitudini europee, per certi versi già nel Seicento inglese e nel secondo Settecento francese, ma in particolar modo con i movimenti operai e contadini dal 1848 europeo, quindi con la rivendicazione di cittadinanza da parte delle donne nel primo Novecento, fino al quinto stato dei netizen nel mondo digitale del cyberspace.
Ad inizio di quest’anno mi capitò di scrivere una e-mail allo stesso Maurizio Ferrera, poiché avevo letto alcuni suoi interventi sulla questione sociale europea e la possibile, auspicabile, integrazione politica e sociale, e non solo monetaria e bancaria, del vecchio Continente che mi era capitato di citare in diverse occasioni. E così gli dissi che avrei voluto inviargli una copia dei nostri libri. Tenuto anche conto del fatto che era in programmazione il suo libro sul Quinto stato e dai suoi precedenti interventi mi pare ignorasse i nostri, certo assai ignorabili, scritti. Soprattutto avrei voluto fargli avere il mio libro sul reddito di base che era uscito da poco (Il reddito di base nell’era digitale), poiché avevo utilizzato una sua citazione messa in epigrafe del capitolo finale, questa, un po’ per potenziare l’utopia concreta del reddito di base, come prescrizione eticamente cogente e realizzabile:
“Quasi prigionieri delle istituzioni in cui accade di nascere, troppo spesso tendiamo a considerare moralmente tollerabili anche le più grottesche iniquità solo per il fatto che esistono, mentre liquidiamo sbrigativamente prescrizioni eticamente cogenti solo per il fatto che non ci sembrano realizzabili” (da Le trappole del Welfare, 1998).
Ovviamente il professor Ferrera non mi ha mai risposto.
mercoledì 17 luglio 2019
LA SOCIETA' DEL QUINTO STATO: SULL'EREDITA' DI ADRIANO OLIVETTI

Giuseppe Allegri
Viviamo ne Il Quinto Stato, privo di un riconoscimento di cittadinanza di quel ceto medio dell’antico Terzo Stato e delle classi operose del moderno Quarto Stato, ora siamo tutti sospesi tra lavori neo-servili, precarietà e disoccupazione attiva nell’impoverimento progressivo. La società del quinto stato si forma nella dimensione locale in una prospettiva di rete federata continentale, in un'interlocuzione produttiva con le funzioni pubbliche locali, prendendosi cura di soggetti, territori, ambiente. Il racconto, e la genealogia, di Peppe Allegri sul numero 166 di giugno 2019 de La rivista di Engramma dedicata a Adriano Olivetti: il disegno della vita e comunità dell'intelligenza, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino. Il testo è una risposta alle puntuali domande ;formulate da Ilaria Bussoni, Michela Maguolo, Nicolas Martino e Roberto Masiero sulla “attualità/inattualità” sul lascito culturale dell’ingegnere e umanista di Ivrea.
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Per un nuovo federalismo costituente
martedì 1 gennaio 2019
IL REDDITO DI BASE E' UNA LOTTA PER IL DIRITTO ALL'ESISTENZA

Giuseppe Allegri
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Per un reddito di base
La tesi centrale di questo lavoro è quella di sostenere l'idea di una nuova cittadinanza sociale, in cui la garanzia di un reddito promuova l'indipendenza delle persone e un inedito rapporto fiduciario tra individui, società e istituzioni. Tanto nel caso di un vero e proprio reddito di base, universale e incondizionato, indirizzato a tutta la popolazione, indipendentemente da altre valutazioni di tipo salariale, lavorativo, familiare, etc. Quanto nell'ipotesi di un reddito minimo garantito in cui risulta previsto per le persone che si trovano in alcune condizioni, a rischio di povertà ed esclusione sociale, e perciò condizionato alla prova dei mezzi e all'avviare determinati percorsi tra individui e istituzioni pubbliche. Perché il legame tra misure più tradizionalmente riformistiche, come il reddito minimo garantito, e opzioni più consapevolmente rivoluzionarie, come il reddito di base universale, rispondono alla primaria esigenza di non lasciare nessuno nelle condizioni di dover vivere in povertà e liberare in ciascuno le proprie potenzialità. Sono scelte di politiche pubbliche che permettono di ripensare le protezioni sociali, favoriscono tutela della dignità personale, promozione dell'autodeterminazione esistenziale, affermazione di una solidarietà sociale, ripensamento inclusivo dei servizi pubblici e sociali di qualità.
lunedì 11 dicembre 2017
LAPO BERTI, COMPAGNO E MAESTRO
Giuseppe Allegri
Ricordo di Lapo Berti, compagno e maestro.
Abbiamo conosciuto personalmente Lapo Berti negli anni Zero della crisi globale. Poi, dalla tarda primavera del 2011, il nostro comune “quartier generale”, dove incontrarci e progettare mille e uno piani di nuova immaginazione sociale, era il Teatro Valle Occupato e i baretti delle vie adiacenti. Ma Lapo lo avevamo letto nei tempi precedenti, come uno tra i nostri fratelli maggiori. Maestro nel trasmetterci la consapevolezza di poter tenere insieme l'intransigente analisi critica del reale con la possibilità di trasformarlo quotidianamente questo reale.
Per questo seguimmo da vicino e collaborammo al progetto Lib 21 per la qualità della vita. Perché anche lì si provavano a sperimentare le coordinate di un mondo a venire, partendo da uno stretto legame con il lascito delle migliori sperimentazioni tentate nel segno dell'emancipazione individuale e collettiva. Così ci ritrovammo con Lapo in particolare sull'urgenza di pensare i luoghi sociali, cittadini, politici, culturali del Quinto stato che andavamo mappando tra coworking che nascevano, spazi pubblici abbandonati e restituiti a nuova vita insieme con quelle rovine nelle metropoli e nelle piccole e grandi città del “bel Paese” rigenerate da collettività che già affermavano una nuova idea di cittadinanza sociale.
martedì 7 giugno 2016
5 MILIONI DI LAVORATORI AUTONOMI SENZA TUTELE: COSA FA IL PARLAMENTO?
Giuseppe Allegri
Annunciato, e poi sotterrato, si torna a parlare del "Jobs Act delle partite Iva". Una modesta proposta di tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale in chiaroscuro. Il 13 giugno è la scandenza della presentazione degli emendamenti al Senato, poi il testo passerà alla Camera. Cosa fare per le tutele e le garanzie del lavoro indipendente, il lavoro digitale e la sharing economy in Italia
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venerdì 6 maggio 2016
EMERGENZA CULTURA: BASTA OLIGARCHIE, BARONIE E IMPRENDITORI DI SE STESSI
Emergenza cultura: si crede che bastino i fondi pubblici. Il bisogno di una rivoluzione contro il corporativismo e il mito del creativo in carriera. L'alternativa allo Stato non è il mercato, o viceversa. Oggi più che mai serve riscoprire invenzione sociale, economica e istituzionale.
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In questi giorni è emergenza cultura, per la manifestazione del 7 maggio, ma è praticamente un'emergenza permanente.
Era di oltre dieci anni fa, inverno 2004, la lotta francese alla “guerra contro le intelligenze e la cultura”, che ebbe una vasta eco in tutta Europa e attraversò anche i precari movimenti dell'Onda studentesca e delle università italiane, le mobilitazione di precari-e delle grandi catene di distribuzione, come dei servizi alle persone (call center e non solo), per arrivare alle intermittenti dello spettacolo e del lavoro culturale che nei primi anni Dieci si ripresero teatri, spazi pubblici, sale cinematografiche in dismissione. Era la stagione delle mobilitazioni europee per affermare una nuova idea di società e di attività operose, che permettesse di sfuggire ai ricatti del lavoro povero, a partire dalla valorizzazione di conoscenze e saperi messi in condivisione.
venerdì 22 aprile 2016
DON CHISCIOTTE E SANCHO PANZA: 400 ANNI CONTRO IL LAVORO GRATUITO
GA e RC
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Nell'epoca in cui si assiste a quella che potrebbe essere una trasformazione durevole della mentalità intorno al lavoro e al suo costante impoverimento retributivo, potrebbe risultare provocatorio andare a recuperare quella splendente lettura che è El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, a quattrocento anni dalla pubblicazione . E potrebbe anche sembrare del tutto azzardato, vista la mole di critica letteraria che si è confrontata con questo capolavoro della cultura occidentale. Per tacere dei secoli passati nelle trasformazioni delle forme del vivere in comune, delle relazioni sociali, dei rapporti di lavoro e produzione. Del resto don Chisciotte voleva essere fino in fondo inattuale già nella sua esistenza terrena-letteraria, all'assurda ricerca del sublime stile di vita dell'errante cavalleria, mentre l'Europa entrava nell'algido astrattismo razionalista.
Nelle pieghe delle mille umane, troppo umane, avventure narrate da Miguel de Cervantes troviamo, certo non a caso, l'universale condizione dell'essere umano nel suo perenne oscillare tra solitaria affermazione individuale di uno spirito libero, indomita perseveranza, muta condiscendenza alla subordinazione, urgenza di riparare tutti i torti, visionaria vocazione all'intrapresa individuale e collettiva, speranza in una qualche sicurezza, subìta propensione al lavoro salariato, aspirazione, sempre sofferta, all'indipendenza individuale e alla ricchezza comune.
La vita tra operoso sogno ad occhi aperti, volonterosa individualità, condivisa passione esistenziale, imprevedibile progettualità temporale, ieratica e sfaccendata erranza. Per giunta una vita condotta in due, cambiando continuamente i ruoli di maestro e discepolo, servo e padrone, sapiente e ignorante, cavaliere e scudiero, folle e saggio, stolto e intelligente, subordinato e freelance, ma per sempre da fratelli, ingegnosi e temibili, che condividono il proprio destino, nella sventura e nella gioia. Fino a che “l'opposizione dei due modelli è coronata dall'identificazione: insomma nella donchisciottizzazione di Sancho e, per paradosso, nella sancizzazione di don Chisciotte” . E una risata continua, che attraversa ogni pagina e corrode tutte le certezze.
Allora qui ci si limita a nominare una condizione, che proprio dal rapporto tra il Cavaliere dalla Trista Figura e il suo fido scudiero – don Chisciotte e Sancho Panza – arriva a noi. In un cortocircuito temporale che lega le forme di vita e di lavoro tra la rude, eppure paternalistica, materialità dei servigi nell'antico regime feudale e il pervasivo, astrattamente creativo, lavoro cognitivo al tempo del capitalismo finanziario.
Economia politica della promessa
Per la sua attività di scudiero il contadino Sancho Panza ricevette la solenne promessa del suo cavaliere errante:
Gli diceva, fra l'altro, don Chisciotte che si disponesse di buon animo a accompagnarlo, perché, chissà, poteva capitargli qualche avventura mercé la quale, in quattro e quattr'otto, poteva conquistare un'isola e lasciarci lui come governatore. Con queste e altre promesse del genere, Sancho Panza, poiché così si chiamava il contadino, lasciò sua moglie e i suoi figli e entrò scudiero del suo compaesano .
Ecco l'“economia politica della promessa” . E in prima battuta si promette “qualche avventura”, in virtù delle quali, in prospettiva, ottenere un'isola e, soprattutto, il suo governo. E a fare questa promessa è il visionario, cavaliere solitario, freelance per antonomasia, don Chisciotte, che così riesce ad arruolare Sancho Panza come suo scudiero.
È qui che si inaugura la più sottile, invasiva, eppure vitale e duratura relazione lavorativa: un rapporto di lavoro tra il datore-committente che in questo caso è l'esempio più fulgido dell'indipendente “lancia libera”, free-lance e il suo collaboratore, assistente, a tratti verboso, sempliciotto e impacciato consulente, altre goffo, testardo e pragmatico servitore.
Il nobile imprenditore di se stesso coinvolge il suo fidato assistente nell'impresa personale, eppure condivisa, di accedere all'errante cavalleria: l'uno come cavaliere armato di mal congegnata celata, scudo e lancia, l'altro come suo buon scudiero. La vera spinta propulsiva a mettersi insieme nell’intrapresa è riscattare le proprie, stanziali, misere esistenze, aprendosi al mondo, mettendosi in movimento per ripararne i torti e far parte dei cavalieri erranti e del loro seguito. L'obiettivo – la missione – di elevarsi a condizioni esistenziali altrimenti irraggiungibili è la molla che spinge all'azione e tiene uniti questi due ieratici fratelli, nella buona e nella cattiva sorte.
sabato 12 marzo 2016
FREELANCE E NUOVI BIANCIARDI A MILANO
Su questi temi si discuterà anche domenica 20 marzo alle 10,30, al palazzo del ghiaccio alla tavola rotonda Quelli che lavorano comunicando. I protagonisti diffusi della nuova economia leggera. Con Aldo Bonomi, Cristina Tajani, Luca De Biase, Matteo Bolocan, Annibale D'Elia, Salvatore Cominu
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Aldo Bonomi
Sono i passati i tempi del gran lombardo l’ingegner Gadda, che scriveva dei salotti milanesi ove risuonavano sussurri e grida esaltanti il fare rubinetterie, plastica e frigoriferi per tutti. Erano i tempi dei “cummenda” e della vita agra di Bianciardi, con il suo lavoro intellettuale marginale e precario.
Oggi i sussurri e le grida hanno come grammatica della movida e della convegnistica, la forma moderna del salotto, designer, makers, co-working, fab-lab, sharing economy, eventologi, creativi, neo-fabbriche… E il tutto si fa fantasma e allegoria della smart city. Un bel salto retorico.
martedì 29 dicembre 2015
BISOGNA VIVERE TUTTO. STORIA DI ARTAUD, LIBRAI E EDITORI IN ITALIA
martedì 8 dicembre 2015
DAL MACERO ALLA PROPOSTA: LA CARTA DEI DIRITTI DEL QUINTO STATO
Questa storia è incredibilmente bella. La decisione dell'editore Ponte Alle Grazie di mandare al macero il Quinto stato ha dato una nuova vita a questo libro.
Salvato dal rogo, la rete Macero No ha liberato il libro. E la ha messo a disposizione dei lettori che si organizzano: a Padova, Prato, Roma. E altrove, c'è da crederci. Viene considerato un interlocutore per dare forma alla nuova condizione del lavoro indipendente.
***La storia: il quinto stato, salvato dal macero
Le partite Iva, i freelance oggi possono leggere un libro che sviluppa un racconto storico, e non solo la cronaca di una trasformazione. Loro cercano un immaginario diverso dal quadro reazionario o vittimistico, sulla precarietà e da quello tutto start up e futura burocrazia di Stato specializzata in innovazione sociale.
Tutto questo è stato mandato al macero. Il messaggio è chiaro. In Italia sono questi i generi da usare per raccontare il lavoro e il non lavoro: la sfiga, oppure un viaggio con l'agenzia viaggi per fughe dalla realtà nella Sylicon Valley. O sei Mrs o Ms Facebook, oppure sei un nulla. Questo macero non è una pratica per liberare il magazzino e metterci altra roba.
A Padova, a Prato, a Roma - e altrove, c'è da crederci - ci si organizza, indipendentemente dall'agenda dei luoghi comuni e degli stereotipi italiani. Partendo dalla vita di chi si sta inventando forme di coalizione per praticare una piena cittadinanza sociale.
***Quinto stato: lettera all'editore che manda al macero il libro (Tiziana Drago)
Il governo Renzi sostiene che sta lavorando a uno "Statuto del lavoro autonomo professionale". I diretti interessati rispondono con una controproposta: bene, ma perché non pensare ai diritti, al Welfare, al fisco, alla previdenza di chi lavora in maniera indipendente: precari, part-time, autonomi o parasubordinati?
Ecco cosa c'è di nuovo in Italia: stanchi della lagna sull'assenza di rappresentanze, o della polemica contro le vecchie rappresentanze di categoria, stanchi dei professionisti del nuovo, sono i singoli che prendono parola e cercano nuove strade.
***L'intervista a Radio Onda d'Urto: le idee non si macerano
Ecco gli appuntamenti, per ora:
Venerdì 11 dicembre, presentazione allo Sportello del Lavoro Indipendente e Parasubordinato - SLIP-ADL di Padova, via Toti 3, fermata tram Borgomagno, alle ore 18.30.Titolo: "Il Quinto stato e la carta del lavoro autonomo"
Sabato 12 dicembre, presentazione del Quinto Stato all'Aut Bar in Via Filippino, 24, a Prato, organizza Left Lab, alle ore 18,30
Domenica 20 dicembre, "Libertà e lavoro dopo il Jobs Act" dibattito sul Quinto stato al L/ivre festival a Esc Atelier in via dei Volsci 159 alle ore 18,30.
*** No Macero: tutelare i freelance, forza-lavoro del futuro
sabato 21 novembre 2015
LA FURIA DEI CERVELLI PER TUTTI
>>> Scarica La furia dei cervelli da Genesis Library
martedì 17 novembre 2015
LIBERTA' E LAVORO DOPO IL JOBS ACT
Qual è il futuro del lavoro in Italia? E cosa diventa il diritto del lavoro dopo un lungo ventennio di “riforme”, che lo hanno reso precario e flessibile, senza offrire adeguate garanzie e tutele sociali? Per rispondere è necessario partire dal celebre Pacchetto Treu del 1997 e proseguire fino ai recenti decreti del Jobs Act del Governo Renzi e del Ministro Poletti, che intendono approvare per la metà del 2016 uno “Statuto per il lavoro autonomo non imprenditoriale”.
Perché tutte queste innovazioni normative non sembrano prendere in considerazione la “grande trasformazione” imposta delle nuove tecnologie digitali dell'informazione e comunicazione, con il conseguente declino della società salariale e dell'istituto della subordinazione.
Sono sempre più diffusi i casi di soggetti individuali e collettivi che offrono le loro prestazioni direttamente sul web, ove si eseguono le transazioni, spesso sospesi tra lavoro gratuito e mancanza di garanzie. Nel mondo sono già alcune decine di milioni le persone impegnate nel cosiddetto crowd-work (lavoro online i cui i richiedenti designati postano i lavori disponibili per quella che è in pratica una forza lavoro globale a chiamata, a tutte le ore di tutti i giorni) e altre decine di milioni sono i “contratti a zero ore” (disponibilità assoluta, a semplice chiamata attraverso una app) e altri milioni sono persi nel “lavoro a rubinetto” (la produzione di servizi in forma completamente decentrata da parte di mini-imprese capaci di sfruttare app, cellulari e tecnologia).
Stiamo tutti diventando degli independent contractors, degli indipendenti nella rete?
Sembra essere questo il frutto avvelenato della sharing economy: quell'economia collaborativa che si muove tra possibile emancipazione individuale e collettiva e pericolose forme di auto-sfruttamento. Le trasformazioni del lavoro necessitano di un'adeguata politica che si confronti direttamente con possibilità di innovazione sociale, economica, istituzionale. È non è un caso che molti autori di riferimento a livello internazionale si interroghino sulla necessità di sperimentare un reddito di base universale come misura all'altezza della rivoluzione del lavoro che stiamo vivendo.
La tutela del lavoro autonomo e indipendente, infatti, non richiama solo problemi di equità e giustizia sociale, ma anche di libertà individuale e collettiva. Si tratta di definire una certa idea di società e di mettere le persone in condizione di poter dire “no” ai ricatti occupazionali e di scegliere, il più possibile, tempi, contenuti e modalità, del “proprio” contributo alla giornata lavorativa sociale. Questo è il punto sviluppato nel presente volume, riprendendo un vivace dibattito italiano, europeo ed anche mondiale sul tema del “destino del diritto del lavoro” e dei sistemi di Welfare.
In questo libro si prova a raccontare la società che viene, partendo dall'urgenza condivisa di garantire l'autonomia delle persone nelle proprie scelte individuali e relazioni collettive.
mercoledì 11 novembre 2015
COWORKING: CHE IMPRESA (COLLETTIVA)!
Giuseppe Allegri
Tre anni fa, il 24 e 25 novembre 2012, in un incontro al Teatro Valle Occupato di Roma su Co.Co.Work parlavamo coworking come spazi del lavoro vivo e ci domandavamo:
È forse possibile parlare di Coworking di nuova generazione come impresa rivoluzionaria degli ateliers del lavoro vivo? Per riappropriarsi dei processi di produzione, condivisione e trasmissione dei saperi, delle conoscenze e del fare impresa: l’auto-organizzazione sociale e la sua forza creativa, di nuove forme del vivere associato e del produrre ricchezze, oltre lo statalismo burocratizzato, parassitario e corrotto e l’individualismo proprietario e corporativo, fondato su inscalfibili rendite di posizione.
Era un ragionare condiviso con molti che teneva dentro l'urgenza di immaginare un nuovo modo di fare impresa territoriale, di ripensamento dei distretti produttivi del lavoro culturale e dell'economia della conoscenza, dentro la necessità di ridurre i costi individuali e collettivi, per ottenere reddito e innescare processi di nuovo mutualismo tra pari, cooperazione sociale e produzione di ricchezze, prospettando nuove forme di economia sociale, solidale e collaborativa.
Tre anni dopo quel riflettere in comune le sperimentazioni dei Coworking e FabLab cosa sono diventati? Forme associative e imprenditoriali del lavoro indipendente? Germinazioni continue di Start-up intese come piccole e medie imprese innovative? Nuova cooperazione sociale? Invenzione collettiva di un'economia della condivisione con grande valore simbolico e limitata capacità di redistribuzione delle ricchezze? Spazi attraversati da una moltitudine di imprenditori di se stessi?
lunedì 9 novembre 2015
IL QUINTO STATO: LETTERA ALL'EDITORE CHE MACERA UN LIBRO
Caro editore Ponte alle Grazie,
il destino de Il Quinto Stato (il macero!) porta tutti noi sulla soglia di una verità insieme semplice e intollerabile: l’immiserimento culturale e civile divora ogni piega della società italiana. Non c’è rifugio, non c’è ritorno, non c’è approdo.
Già da tempo il narcisismo livoroso della nostra intellettualità più o meno di sinistra tiene ben al riparo dalla scoperta degli abissi delle condizioni materiali e lascia affiorare una trama esclusiva di nobili disagi e ludici disimpegni, di egoismi e interessi individuali (o di gruppi e corporazioni) e agili cinismi.
Paccottiglia editoriale, per lo più. E comunque l’esercizio di un privilegio: quello di chi, sia pur renitente e non senza apprezzabili tormenti, sta dalla parte delle apparenze sempre più rarefatte e immateriali del dominio.
Ciononostante, continua ad apparirmi paradossale e insensato che la mancanza di alternative alle ferree leggi del sistema (immagino sia questa la ragione) possa essere il lasciapassare all’appiattimento politico-culturale, all’azzeramento del conflitto, alla rincorsa dei modelli proposti dal mercato editoriale.
mercoledì 28 ottobre 2015
TUTELARE I FREELANCE, FORZA LAVORO DEL FUTURO
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Partecipano gli autori Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri con Francesca Pesce (Acta), Andrea Dili (Associazione XX Maggio) Francesco Raparelli - (Camere del lavoro automo e precario di Roma) Giulia Bucalossi (Indicom) Cosimo Matteucci e Valentina Restaino (Mobilitazione Generale degli Avvocati - MGA), Lazzaro Pappagallo, segretario di Stampa Romana.
La storia di un libro attualissimo mandato al macero
Il Quinto Stato è un libro che a distanza di due anni dalla sua pubblicazione rimane attuale, perché descrive la condizione di precarietà dei lavoratori indipendenti e mostra alcune decisive soluzioni per tutelare i diritti e le forme di vita in cui si darà il lavoro per tutta la prossima generazione.

















