lunedì 18 marzo 2013

GRILLO E A CAPO


Lo stordimento che regna a sinistra – tra gli astenuti, i movimenti e nella “società civile”, tra gli elettori Pd-Sel, insomma milioni di persone – deriva da un'illusione: il successo elettorale contro la “Casta” di Grillo avrebbe realizzato tutto quello che non ha fatto la “sinistra” da Genova a oggi: per non risalire agli anni '80 del Novecento. Per chi ha urlato nelle piazze “non ci rappresenta nessuno”, così come per chi per ben altre ragioni ha sbavato per anni per ritornare in parlamento, questo è uno choc.

Grillo ha dimostrato che non occorre la magniloquenza per fare qualcosa di modesto: amministrare un sistema fallito. Il suo anti-parlamentarismo opera in parlamento e nelle istituzioni affinché il sistema non imploda su se stesso, corregga le sue aberrazioni, ristabilisca una razionalità e l'equità. In attesa che guadagni il 100% dei consensi – c'è dunque tempo – si può al momento dire che il grillismo è il sintomo di una vacanza politica che dura già da anni. E la sua opposizione al sistema non permetterà la formazione di un governo capace di amministrare la crisi per salvare un sistema marcio.

Il Movimento 5 stelle (M5S) è anche l'espressione della condizione del quinto stato contemporaneo, e della sua richiesta si sicurezza sociale. I suoi voti provengono anche da sette milioni di esseri umani in carne ed ossa, lavoratrici e lavoratori flessibili, intermittenti, autonomi, confinati nel lavoro servile e impoverito, e dei milioni over-40 e 50, disoccupati, inoccupati, sottoccupati, precariamente occupati e Neet. Sono persone vessate, impoverite, ricattate, subiscono insopportabili costi individuali, previdenziali e assistenziali, in assenza di concrete prestazioni sociali. E senza governo.

La consapevolezza di questa situazione è avvertita anche nel sindacato. Ne abbiamo discusso nella presentazione alla Fondazione Brodolini di Roma del libro In-flessibili. Guida pratica della CGIL per la contrattazione collettiva inclusiva e per la tutela individuale del lavoro di cui ha già parlato Sergio Bologna. Diamo per un momento credito all'idea che sia in atto un ripensamento dentro una parte della CGIL. Ammesso che sia vero, pensiamo che ci siano persone nel sindacato con le quali concordare almeno sull'individuazione di un nemico comune: non la casta dei politici, dei sindacati, dei banchieri, ma le loro politiche.


Per questo i nemici non sono Grillo, né i suoi avversari. Sono le riforme del lavoro degli ultimi venti anni, le riforme Damiano-Treu, e il macigno dell'articolo 1 della riforma Fornero, il cosiddetto «contratto dominante», del lavoro subordinato a tempo indeterminato: una chimera. Il nemico è l'ossessione che oggi distrugge il paese, e il suo Welfare, proprio come la crisi: l'idea monolitica del lavoro subordinato che attraversa la sinistra e da sempre e, in maniera più feroce, proprio in questi ultimi venti anni, il sindacato.

Non stiamo prospettando il solito conflitto, più che altro agìto dalla destra e subìto dalle dirigenze sindacali culturalmente subalterne, del lavoro autonomo contro il lavoro dipendente. Questa rappresentazione della società non regge più sotto i colpi dell'impoverimento generalizzato, anche perché entrambe le parti concepiscono una società fondata sul lavoratore maschio, proprietario almeno della casa, titolare di un contratto a tempo indeterminato, capo di famiglia. Questo dice la legge. La nostra società, e i suoi lavori, non sono minimamente rappresentati da questa legge. Una consapevolezza diffusa a livello nazionale, quando lanciammo l'appello contro la riforma Fornero che raccolse migliaia di adesioni.

Ipotizziamo allora che l'M5S sia solo il primo movimento ad avere imposto una discontinuità in Italia. E immaginiamo che ci sia un “secondo tempo”, anche molto ravvicinato. Dopo la prima risposta grillina alla crisi della rappresentanza politica, ce ne potrebbe essere un'altra alla crisi sociale. E questa risposta potrebbe essere articolata su tre prospettive:

- la prima si rafforza dentro e contro l'orientamento prevalente nei sindacati, quelli che ancora credono che il “contratto dominante” sia quello subordinato a favore di una società che garantisca e valorizzi le molteplicità attività che oggi esistono nel mondo del lavoro. Il sindacato dev'essere policentrico, come scriveva Pino Ferraris, imparare a fare società alleandosi con l'associazionismo, il mutualismo e l'auto-impresa. “Questo Paese può ripartire se riusciamo a mettere insieme smanettoni, con piccola e media impresa” ha spiegato Aldo Bonomi. In una parola, dentro e soprattutto fuori i sindacati, confederali e di base, le associazioni del lavoro professionale ordinistiche e non ordinistiche, i movimenti, iniziamo a costruire insieme una freelancers union, nessuno escluso.

- La seconda dev'essere una battaglia radicale contro tutto quello che è “rappresentanza di sinistra”, dentro e fuori i partiti attuali, promuovendo l'auto-organizzazione a tutti i livelli nella partecipazione pubblica, amministrativa e sociale, nei luoghi del precariato, del lavoro, ma anche nei diritti civili. Creare e diffondere autonomia, nella società, nell'impresa e nel lavoro. E pensiamo insieme a nuovi distretti di economia solidale, produzione condivisa di ricchezza e servizi, fare impresa tra artigianato professionale e cooperazione sociale. Valorizziamo gli spazi pubblici dismessi, il recupero sociale, economico, produttivo dei territori metropolitani abbandonati dalle istituzioni e di quelli provinciali senza investimenti economici: tutti e due spazio di conquista della rendita e della malavita.

- la terza prospettiva è la premessa alle altre due: emerge dal mondo dell'auto-governo dei movimenti e delle mobilitazioni civili e vuole riformare il Welfare in senso universalistico, non ancorandolo a figure di vita e lavorative superate da trent'anni, ma riformulandolo intorno alla tutela della persona nel suo percorso di vita, a partire dalla garanzia di un reddito di base, che tutti gli altri Paesi europei hanno cominciato ad introdurre negli anni '70 del Novecento e che noi non abbiamo mai avuto.

Lasciamo al parlamentarismo e ai suoi avversari i programmi elettorali. Si consumeranno nella lotta per conquistare il guscio vuoto del sistema che vogliono proteggere. Costruiamo una forza politica, e sociale, che valorizzi le forme di vita e l'operosità che già si sfiorano oggi nel “quinto stato”.

Non abbiamo niente da difendere. Tutto da creare. 

Giuseppe Allegri-Roberto Ciccarelli


1 commento:

  1. Non abbiamo nulla da difendere, tutto da creare.
    E' vero.
    Ma risulta molto difficile far comprendere che è venuto il tempo per alcuni di lasciare spazio.
    Senza un'organizzazione di questa rete, territorialmente definita, nulla sarà possibile oltre le mura della specificità da strapaese. Almeno nel breve periodo.
    Se invece gli "sconfitti" vogliono fare appello a quelle forze qui accennate, lasciando al tempo che trovano magistrati e politicisti di professione, allora i tempi potranno essere più veloci. E segnare seriamente un'alternativa democratica in questo Paese.

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