C’è una guerra tra il committente e il freelance. In un rapporto di lavoro il primo è il «cliente», il secondo è un «fornitore». Il committente parla con accento milanese, romanesco o con un inflessione umbro-marchigiana. Più che «giovani», anche i secondi sembrano ultra-trentenni. Prestano la loro opera da giardinere, antennista o idraulico. Rispondono al telefono o alle mail ad ogni ora, sette giorni su sette. Anche la domenica mattina all’alba. È la dannazione degli smartphone: 24h su 24 connessi. Ogni intervento, si paga. Più interventi fai, più dovresti staccare una fattura. Dovrebbe essere cosi. Ma non è così. Sono passati i tempi in cui un idraulico, mettiamo, si faceva pagare molto caro ogni intervento. E non parliamo di un «creativo», grafico o videomaker, giornalista architetto o attore, lavoratori dell’«immateriale». Sono tutti «conto-terzisti» che lavorano a chiamata. Sono precari. Sono Quinto Stato.
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martedì 14 gennaio 2014
«#FREELANCESI, #COGLIONENO»
lunedì 21 gennaio 2013
UN "POSTO AL SOLE" , LA SOCIAL SOAP DELLA FLESSIBILITA'
Adriana Pollice
Grazie e addio. Poco prima di Natale la produzione di Un posto al sole, la social-soap realizzata nella struttura Rai di Napoli, ha comunicato al suo regista «storico», Rossano Mancin, che non fa più parte della squadra. Si tratta dell'unico presente fin dalla prima stagione, nel lontanissimo 1996, nonché recordman di ascolti. «All'inizio andava male, lo share era sotto il 10% fissato come soglia per rimanere in palinsesto. Poi arrivò la settimana con le puntate girate da me e facemmo il boom con il 15,7. Ci sono le foto con me dietro la torta. Alla Rai di Napoli tirarono un sospiro di sollievo, la soap negli anni ha scongiurato l'eterna minaccia di chiudere gli studi di via Marconi».
Grazie e addio. Poco prima di Natale la produzione di Un posto al sole, la social-soap realizzata nella struttura Rai di Napoli, ha comunicato al suo regista «storico», Rossano Mancin, che non fa più parte della squadra. Si tratta dell'unico presente fin dalla prima stagione, nel lontanissimo 1996, nonché recordman di ascolti. «All'inizio andava male, lo share era sotto il 10% fissato come soglia per rimanere in palinsesto. Poi arrivò la settimana con le puntate girate da me e facemmo il boom con il 15,7. Ci sono le foto con me dietro la torta. Alla Rai di Napoli tirarono un sospiro di sollievo, la soap negli anni ha scongiurato l'eterna minaccia di chiudere gli studi di via Marconi».
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venerdì 8 giugno 2012
RAY BRADBURY: PER IL LAVORO CREATIVO CI VUOLE LA CARNE

Abbiamo preferito far sbollentare la retorica dei coccodrilli istituzionali sulla morte di uno dei nostri maestri, Ray Bradbury, per lanciare in orbita anche il nostro augurio di buon, ultimo, viaggio al genio irriducibile di infinite, mirabolanti, storie. Quelle storie che lo «hanno guidato attraverso tutta la vita», come racconta in Ubriaco, e con la responsabilità di una bicicletta (Lo zen nell'arte della scrittura), dal quale riprendiamo una lettera di “ringraziamento” che Bernard Berenson – «il grande storico dell'arte» – scrisse a Bradbury e che vuole essere anche il nostro di ringraziamento...
Caro Mr. Bradbury,
negli 89 anni della mia vita, questa è la prima lettera che scrivo come ammiratore. È per dirle che ho appena letto il suo articolo su The Nation, “Day After Tomorrow”. È la prima volta che incontro l'affermazione, da parte di un artista di non importa che settore, che per lavorare in modo creativo bisogna metterci la carne, e divertirsi come in un gioco, o in un'avventura affascinante. Che differenza con i lavoratori dell'industria pesante che sono diventati gli scrittori professionisti! Se passa da Firenze, venga a cercarmi.
Sinceramente suo,
B. Berenson.
Bradbury prosegue nella narrazione:
«Così, a trentatré anni, il mio modo di vedere, scrivere e vivere fu approvato da un uomo che divenne per me un secondo padre. Avevo bisogno di questa approvazione. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno più grande, più saggio, più vecchio che ci dica che non siamo pazzi, dopo tutto, e che quello che stiamo facendo è giusto. Molto giusto, diavolo, ottimo![…] Questo è il tipo di vita che ho avuto. Ubriaco e con la responsabilità di una bicicletta, com'era scritto in un rapporto della polizia irlandese. Ubriaco di vita, significa, e senza conoscere il passo successivo. Ma sulla strada, prima dell'alba. E il viaggio. Per metà terrificante, per metà esilarante».
Have a nice trip, Ray!
Per quanto ci riguarda (noialtre/i indipendenti e autonomi, che vorremmo avere almeno un briciolo dell'immaginazione distillata da Ray Bradbury) il caso vuole che in questo fine settimana meetintown romano capiti Squarepusher a fomentarci con le sua devastante potenza digitale – futuribile e già classica – che incrociammo in un'altra notte, mentre se ne andava un altro gigante della distopia realista e apparentemente fantascientifica: James G. Ballard.
Perdersi nella follia sonica e visiva della performance di Squarepusher sarà un bel modo per salutare in modo degno anche Ray Bradbury...
Sinceramente tuo,
Il Console
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