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sabato 27 ottobre 2018

CAPITALE DISUMANO. LA VITA IN ALTERNANZA SCUOLA LAVORO


Siamo tutti in alternanza scuola lavoro. Non solo 1,5 milioni di studenti delle scuole superiori obbligati a partecipare a un nuovo esperimento sociale, il più grande nella storia della scuola italiana. Nella società della piena occupazione precaria siamo tutti in formazione continua perché vaghiamo nei gironi di chi cerca un lavoro e in questo ha trovato la sua occupazione. Nell’intermezzo tra l’uno e l’altro si moltiplicano le ingiunzioni a studiare, riqualificarci, inventarci un lavoro, imparare un altro mestiere, creare l’impresa di noi stessi, aumentare il nostro capitale umano. La vita attiva è colonizzata dall’alternanza tra un lavoretto e un contratto a termine, dell’intermittenza permanente tra il lavoro e il non lavoro. A un giro di giostra con un contratto da apprendista non segue un’assunzione, ma un altro lavoretto svolto insieme a un’attività che non permette di uscire dall’inoccupazione. E poi c’è sempre un’altra tappa nel mondo dell’iper-attività fine a se stessa. Siamo a caccia di un lavoro che si è smaterializzato. Siamo sulle tracce della Bestia inseguita dal franco cacciatore: “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai”.

La mobilitazione totale che spinse al fronte i soldati della prima guerra mondiale oggi si svolge sul fronte del mercato del lavoro: tutta la popolazione attiva deve essere mobilitata sul mercato del lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette. Gli studenti non sono soli. Ci sono anche i fratelli e le sorelle maggiori, i genitori precari, i parenti, i vicini e i lontani. Ogni loro fibra, tessuto, sinapsi sono messe al lavoro attraverso le tecnologie digitali del data mining, della micro-targettizzazione pubblicitaria, della valutazione e della profilazione sulle piattaforme digitali. Che sia occupata, disoccupata, inoccupata, la forza lavoro deve essere attiva nella battaglia per la crescita del capitale umano. E, se non lo è, deve essere attivata con tecniche come l’alternanza scuola lavoro o con le politiche attive del lavoro. Studenti, lavoratori, disoccupati: siamo pensati come veicoli del capitale, non siamo soggetti di un progetto di vita, capaci di affermare un diritto all’esistenza. Ci dicono di combattere contro la stagnazione secolare e di dare il microscopico contributo alla ripresa di un’economia inchiodata a percentuali da prefisso telefonico dove vigono le leggi dell’iper-precariato, del sotto-salario e del lavoro volontario.




Partecipare è obbligatorio in un’economia dai cicli sempre più brevi e feroci dove la forza lavoro è gestita come le scorte di un magazzino ed è mobilitata quando serve. Nella società della piena occupazione precaria questa è la vita che accomuna gli adolescenti agli ultra-cinquantenni. Nessuno può smettere di lavorare, soprattutto quando nessuno ha un posto di lavoro, né un contratto, per più di tre mesi. Il nuovo lavoro consiste nell’inviare curriculum, migliorare l’auto-profilazione digitale, pagare un master: attività a cui sono formati anche gli studenti delle superiori.

Con la retorica e la persuasione incarniamo allora il nostro capitale umano. A costo di diventare l’opposto: disumani. Nel capitale l’umano e il disumano coesistono in un permanente rovesciamento nell’opposto. L’uno senza l’altro non esistono quando si è formati all’auto-sfruttamento di noi stessi. Il superamento di questo dispositivo è necessario, ma non può prescindere dalla contemporanea comprensione della trasformazione antropologica di cui siamo il prodotto. Il processo coinvolge ogni aspetto della vita sociale, produttiva, percettiva, affettiva e discorsiva. Usa strategicamente un linguaggio ispirato alle idee di libertà, autonomia, benessere, bene comune e lo rovescia nelle pratiche del sacrificio e della depressione generalizzata. Non sempre è compreso il problema del rovesciamento dell’autonomia nel suo opposto di auto-sfruttamento, la caratteristica della politica contemporanea. Ed è difficile che lo sia, visto che questa politica è alimentata dalla nostra soggettività, protagonista della merce che siamo: capitale umano. Su questa soglia dove gli opposti coincidono, mentre l’umano è proiettato sul suo rovescio, è possibile scegliere altrimenti. Il capitale umano non è una soggettività postmoderna senza qualità, impero flessibile e vuoto dell’economico. È una forma reversibile del dominio a partire da un uso non proprietario della nostra facoltà più importante: la forza lavoro.

L’umanità non è composta solo da capitalisti, il mercato è sempre governato da qualcuno che cerca il profitto ai danni degli altri. Non tutti hanno accesso agli stessi capitali, non tutti possono diventare agenti efficienti del mercato. Le differenze di classe, di censo e di cittadinanza continuano a esistere. E non basta incarnare il proprio capitale umano per superarle. Bisogna attaccare il sogno di essere padroni, evacuare il Capitale dalle nostre vene e prendere congedo dall’umanità zombificata. Il sortilegio può essere interrotto.

Questo libro è un esercizio etico per prendere le distanze da ciò che siamo, aprendoci alle possibilità non ancora determinate dalle “verità” di qualcuno e imposte alla vita degli altri, ma presenti nel nostro vivere insieme. Pubblicato a mezzo secolo dal Sessantotto – l’anno della rivolta degli studenti e degli operai – il libro racconta la storia di un conflitto e la sua attualità. E mi chiedo: chi è, e cosa può diventare, lo studente: il gorilla ammaestrato al servizio di una piattaforma digitale; il cacciatore del lavoro, questa Bestia fantasma; il venditore di visibilità; il coscritto obbligato al lavoro di chi cerca lavori. Oppure?

Capitale disumano è parte di una filosofia della forza lavoro esposta nelle sue linee fondamentali in Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale. La scuola, l’università, il mercato del lavoro, il capitalismo digitale: questi sono alcuni campi nei quali è possibile creare una genealogia e comprendere la nostra attualità, partendo dai problemi di cui noi stessi siamo l’espressione. I libri possono essere letti insieme, in maniera intrecciata e sincopata, prima l’uno poi l’altro, e contemporaneamente. Altri ne potranno seguire, altri li hanno preceduti. Da una lettura combinata emerge la continuità tra il punto di vista dello studente e del docente con quello della forza lavoro in generale, una forza oscura ma vivente dentro e fuori di noi che l’abitiamo.

Estratto pubblicato su Lavoro Culturale

*** Roberto Ciccarelli, Capitale Disumano. La vita in alternanza scuola-lavoro (Manifestolibri)


giovedì 25 gennaio 2018

COSA PUO' UNA FORZA LAVORO



La forza lavoro è la facoltà regina: la facoltà delle facoltà. E' il risultato dell'attività congiunta, e contraddittoria, del giudizio e dell'immaginazione, della capacità e dell'intuizione. La sua base è: "Perseverare nel nostro essere" scrive Spinoza. 

La forza lavoro è la facoltà di produrre valori d'uso, non è solo una capacità di lavorare. E non è uno stato, una situazione acquisita e interamente realizzata nei fatti. E' un'attività in corso di effettuazione, sempre  alla prova, esposta di conseguenza all'incompletezza, allo sbrogliarsela e all'imbrogliarsi. 

C'è una potenza del produrre e del pensare nella forza lavoro. E' incarnata nei corpi, agita dalle menti, continuamente rimossa nel lavoro, incastrata nelle cose, fissata nella merce, sequestrata dall'algoritmo.  È quella potenza che chiama dall'interno e riappare in un mondo in pezzi sotto forma di istanti, affetti concentrati, possibilità date e non date.

Nell'errore, nell'alienazione, nell'intuizione, nel frammento o una anomalia, c'è un modo per uscire dal ristagno della vita.

Anche con la potenza, vera o immaginata, perduta o tradita, l'apertura della facoltà continua a percepirsi. Si rilancia, di ripresa in ripresa, di ripetizione in ripetizione di un atto meccanico e impersonale. In esso la potenza non si esaurisce mai. E' suscettibile di essere programmato in partenza fino a quando la vita inciampa in un ostacolo e inizia a interrogarsi su se stessa.

Il problema non è che cos'è il lavoro, ma cosa può questa forza lavoro. Come può il suo potere farsi forza?


*Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, in libreria dal 25 gennaio 2018. Su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

domenica 21 gennaio 2018

I ROBOT NON CRESCONO SUGLI ALBERI

Dicono che sulle piattaforme non si lavora, si passa il tempo per hobby.

Noi diciamo che le piattaforme mettono al lavoro la vita al di fuori del rapporto di lavoro e che questo è pur sempre un lavoro.

Dicono che la macchina-che-si-guida-da-sola è guidata da una app.

Noi diciamo che ha bisogno del lavoro di chi elabora miliardi di dati per distinguere un pedone da un semaforo o un caribù.

Dicono che grazie all'automazione il lavoro è finito.

Noi diciamo che il lavoro è sempre di più e lavoriamo sempre peggio.

Dicono che le persone non servono perché ci sono i robot.

Noi diciamo che dietro e nei robot ci sono intelligenze umane, individuali e collettive.

Dicono che la forza lavoro è destinata a scomparire.

Noi diciamo che i robot non crescono sugli alberi, ma sono prodotti della macchina combinata tra l'uomo e l'algoritmo.

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi). Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

venerdì 19 gennaio 2018

REDDITO (ANCHE) DA FACEBOOK



Loro dicono che è amicizia.

Noi diciamo che è lavoro non pagato.

Loro lo chiamano condivisione.

Noi lo chiamiamo furto.

Loro dicono che ogni mi piace, chat, tag o poke è un contatto

Noi diciamo che siamo trasformati in un profitto.

L’entusiasmo compulsivo generato dall’uso della piattaforma porta i suoi utenti a diventare involontari sostenitori del nuovo imperativo: il lavoro non pagato è un’attività naturale, inevitabile e persino appagante.

Siamo stati legati ai loro termini di servizio anche troppo a lungo: ora è il momento dei nostri termini.

Ottenere un reddito di base, anche da Facebook, significherebbe interrompere la riproduzione della condizione di lavoratori senza compenso.

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi). Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile su http://www.deriveapprodi.org/2018/01/forza-lavoro/

mercoledì 17 gennaio 2018

LAVORETTI




Pur evocato come un miracolo, una dannazione, una redenzione, oggi il “lavoro” non indica un referente chiaro.

Anche chi dice - imbrogliando - che i gig workers non lavorano, ma giocano - fanno, appunto, un lavoretto - nei fatti riconosce l’esistenza di un lavoro.

Nell’espressione onnipresente gig economy il concetto di work - lavoro - non c’è.

Esiste un suo quasi sinonimo – in inglese gig significa lavoretto, ingaggio, prestazione e spettacolo - estraneo alla semantica che deriva da labor, ponos, e i moderni work, arbeit o travail.

La contraddizione è insuperabile nella lingua latina.

La plurisignificazione inglese allude al campo del lavoro, della retribuzione, del contratto, ma lo sposta verso la prestazione soggettiva, un'attività che si fa gioco, divertimento, hobby.

Se il lavoro è un hobby, allora non è un lavoro, si dice.

Anche se è un hobby, e non lo è, la sua attività produce un valore, produce relazioni, è il presupposto per creare servizi e beni, noi rispondiamo.

mercoledì 10 gennaio 2018

FORZA LAVORO. IL LATO OSCURO DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE



Siamo noi il cuore dell’algoritmo, ma restiamo nel lato oscuro. Ora si tratta di aprire questo scrigno. La domanda non è che cos’è il lavoro, ma la più concreta, e potente: cosa può oggi una forza lavoro?

***Roberto Ciccarelli. Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi Editore. Dal 25 gennaio in libreria. Prenotabile e acquistabile qui

sabato 9 dicembre 2017

LIEVE, LA FELICITA', POTENTE

Milano, gli anni della grande speranza. (Attilio Mina, 1970)
Il diritto di esistenza va reso effettivo, il reddito di base, la libertà di parola e espressione, la libertà dal bisogno e dalla paura, l’amore verso di sé, degli altri e per la futura umanità.

Lieve, la felicità, potente.

*** Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, 25 gennaio 2018

lunedì 4 dicembre 2017

NELLA SOCIETA' DELL'IO-CRAZIA



Parigi, foto Jean Segura

Roberto Ciccarelli

Prima autonomia significava essere governati di meno e più libertà politica, oggi significa l'opposto: auto-sfruttamento nel nome dell'auto-affermazione sul mercato. 

Nella società dell'Io – l'“Io-crazia” - l'azione coincide con la sanzione, l'affermazione di una potenza con l'interiorizzazione dell'impotenza. Si spiega così la diffusione della depressione, il lato oscuro dell’iperattivismo della società della prestazione. 

Il doppio vincolo tra performance e depressione blocca ogni possibile individuazione alternativa.

 Nell’“etopolitica” contemporanea “riforma” coincide con “repressione”, libertà è tirannia, collettivo è il rafforzamento dell’isolamento. E' il manifesto del Grande Fratello. Questo dispositivo produce assuefazione e incantamento e, quando le sue promesse si rivelano infondate, il soggetto resta stordito, privo di iniziativa che non sia la ricerca di una nuova subordinazione. 

Il sistema può incrinarsi quando il soggetto incontra l’intollerabile: lo scandalo di una libertà fittizia che nega la sua esistenza materiale. Non basta il disgusto o l’indignazione. 

È necessario un passo ulteriore: quando si è privi di mezzi, proprietà o libertà reale, non esiste nulla di più necessario per un uomo e una donna che un altro uomo e un’altra donna. 



* Roberto Ciccarelli, Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, gennaio 2018.

giovedì 11 febbraio 2016

UN FREELANCE MODELLO OLIVETTI



Roberto Ciccarelli

«Il vento di Adriano» di Revelli, Bonomi e Magnaghi, per DeriveApprodi. I co-workers e l’imprenditore visionario: secondo gli autori del libro, sono loro oggi gli attori della costituzione civile fondata sull’auto-governo. Un'altra idea di "società di mezzo" nel nome dell'industriale visionario

***

Adriano Olivetti ha creato la via per il fordismo dolce, scrive Marco Revelli in un libro curioso e sperimentale con Aldo Bonomi e Alberto Magnaghi Il vento di Adriano (DeriveApprodi) dedicato all’«attualità inattuale» dell’industriale visionario.

Imprenditore di successo, lontano dal capitalismo della Fiat che incarnava il modello hard del fordismo: militaresco, onnivoro, imperialistico, Olivetti ha promosso l’idea di un’impresa che vive in osmosi con il territorio grazie a un patto politico e civile. Queste caratteristiche lo rendono oggi il testimone di una sensibilità che gli autori del libro proiettano sulle figure del lavoro autonomo (i freelance); dell’«economia della condivisione» (i makers o i coworkers); sui costruttori di comunità sociali e ecosistemi civili; sulle lotte per i beni comuni o per la rigenerazione urbana e territoriale; sui giovani precari che ritornano nelle aree interne abbandonate dove avviano esperienze di «welfare di comunità».

martedì 17 novembre 2015

LIBERTA' E LAVORO DOPO IL JOBS ACT

Un libro di Giuseppe Allegri - Giuseppe Bronzini: Libertà e lavoro dopo il Jobs Act, DeriveApprodi


Qual è il futuro del lavoro in Italia? E cosa diventa il diritto del lavoro dopo un lungo ventennio di “riforme”, che lo hanno reso precario e flessibile, senza offrire adeguate garanzie e tutele sociali? Per rispondere è necessario partire dal celebre Pacchetto Treu del 1997 e proseguire fino ai recenti decreti del Jobs Act del Governo Renzi e del Ministro Poletti, che intendono approvare per la metà del 2016 uno “Statuto per il lavoro autonomo non imprenditoriale”.

Perché tutte queste innovazioni normative non sembrano prendere in considerazione la “grande trasformazione” imposta delle nuove tecnologie digitali dell'informazione e comunicazione, con il conseguente declino della società salariale e dell'istituto della subordinazione.

Sono sempre più diffusi i casi di soggetti individuali e collettivi che offrono le loro prestazioni direttamente sul web, ove si eseguono le transazioni, spesso sospesi tra lavoro gratuito e mancanza di garanzie. Nel mondo sono già alcune decine di milioni le persone impegnate nel cosiddetto crowd-work (lavoro online i cui i richiedenti designati postano i lavori disponibili per quella che è in pratica una forza lavoro globale a chiamata, a tutte le ore di tutti i giorni) e altre decine di milioni sono i “contratti a zero ore” (disponibilità assoluta, a semplice chiamata attraverso una app) e altri milioni sono persi nel “lavoro a rubinetto” (la produzione di servizi in forma completamente decentrata da parte di mini-imprese capaci di sfruttare app, cellulari e tecnologia).

Stiamo tutti diventando degli independent contractors, degli indipendenti nella rete?

Sembra essere questo il frutto avvelenato della sharing economy: quell'economia collaborativa che si muove tra possibile emancipazione individuale e collettiva e pericolose forme di auto-sfruttamento. Le trasformazioni del lavoro necessitano di un'adeguata politica che si confronti direttamente con possibilità di innovazione sociale, economica, istituzionale. È non è un caso che molti autori di riferimento a livello internazionale si interroghino sulla necessità di sperimentare un reddito di base universale come misura all'altezza della rivoluzione del lavoro che stiamo vivendo.

La tutela del lavoro autonomo e indipendente, infatti, non richiama solo problemi di equità e giustizia sociale, ma anche di libertà individuale e collettiva. Si tratta di definire una certa idea di società e di mettere le persone in condizione di poter dire “no” ai ricatti occupazionali e di scegliere, il più possibile, tempi, contenuti e modalità, del “proprio” contributo alla giornata lavorativa sociale. Questo è il punto sviluppato nel presente volume, riprendendo un vivace dibattito italiano, europeo ed anche mondiale sul tema del “destino del diritto del lavoro” e dei sistemi di Welfare.

In questo libro si prova a raccontare la società che viene, partendo dall'urgenza condivisa di garantire l'autonomia delle persone nelle proprie scelte individuali e relazioni collettive.

mercoledì 11 novembre 2015

COWORKING: CHE IMPRESA (COLLETTIVA)!


Giuseppe Allegri

Tre anni fa, il 24 e 25 novembre 2012, in un incontro al Teatro Valle Occupato di Roma su Co.Co.Work parlavamo coworking come spazi del lavoro vivo e ci domandavamo:

È forse possibile parlare di Coworking di nuova generazione come impresa rivoluzionaria degli ateliers del lavoro vivo? Per riappropriarsi dei processi di produzione, condivisione e trasmissione dei saperi, delle conoscenze e del fare impresa: l’auto-organizzazione sociale e la sua forza creativa, di nuove forme del vivere associato e del produrre ricchezze, oltre lo statalismo burocratizzato, parassitario e corrotto e l’individualismo proprietario e corporativo, fondato su inscalfibili rendite di posizione.

Era un ragionare condiviso con molti che teneva dentro l'urgenza di immaginare un nuovo modo di fare impresa territoriale, di ripensamento dei distretti produttivi del lavoro culturale e dell'economia della conoscenza, dentro la necessità di ridurre i costi individuali e collettivi, per ottenere reddito e innescare processi di nuovo mutualismo tra pari, cooperazione sociale e produzione di ricchezze, prospettando nuove forme di economia sociale, solidale e collaborativa.

Tre anni dopo quel riflettere in comune le sperimentazioni dei Coworking e FabLab cosa sono diventati? Forme associative e imprenditoriali del lavoro indipendente? Germinazioni continue di Start-up intese come piccole e medie imprese innovative? Nuova cooperazione sociale? Invenzione collettiva di un'economia della condivisione con grande valore simbolico e limitata capacità di redistribuzione delle ricchezze? Spazi attraversati da una moltitudine di imprenditori di se stessi?

giovedì 26 luglio 2012

LA LEGALITA' COSTITUENTE DEL TEATRO VALLE


Quella del teatro Valle, che ha festeggiato il primo anno di occupazione e ha presentato il programma per l'anno prossimo, non è la prima azione politica del movimento degli intermittenti dello spettacolo. A Roma ci sono già le esperienze dell'Angelo Mai e del Cinema Palazzo, una quindicina di anni fa ricordiamo quella del Teatro Polivalente Occupato (Tpo) di Bologna, che avvenne quasi in contemporanea con il movimento degli intermittenti francesi, da molti ricordata come l'esperienza fondativa dei movimenti del precariato - culturale e non -  che hanno rivendicato il reddito minimo di base e una riforma del welfare all'altezza delle trasformazioni del lavoro contemporaneo.