Roberto Ciccarelli
Saggi. Elettra Stimilli, Debito e Colpa (Ediesse): il superamento dell'austerità non è una questione meramente economica, ma dipende dalla trasformazione etica e politica del soggetto. Senza questo cambiamento, che si viva in un regime economico neoliberista, o in uno neo-keynesiano, non esistono le condizioni per rovesciare l’austerità alimentata dalle sue stesse vittime.
L'austerità in Grecia dimostra che il debito non è una condizione emendabile, come la Troika e tutti i governi europei fingono di sostenere. L’esigenza della sua ristrutturazione, posta con forza dal governo Tsipras e rifiutata dalle cosiddette «istituzioni», risponde ad una necessità insuperabile ed è stata riconosciuta dai maggiori economisti, oltre che dalle posizioni del Fondo Monetario Internazionale.
Qualora ciò avvenisse, e non è certo detto, anche le politiche di rilancio economico di stampo neo-keynesiano, portate ad esempio di un’alternativa possibile, rischierebbero di perpetrare il dispositivo dell’economia del consumo strettamente connessa a quella del debito. Anche nel caso in cui questa strada fosse presa, il problema del debito resterebbe infatti sul tavolo. Le politiche dell’austerità non sono riducibili solo a un problema economico. Si rivolgono, invece, alla vita etica e a quella sociale dei soggetti che sono governati attraverso un crudele rito teologico-politico basato sull’amministrazione dei crediti e dei debiti di ciascuno.
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domenica 9 agosto 2015
NON BASTA DIRE NO ALL'AUSTERITA' PER LIBERARSENE
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giovedì 2 luglio 2015
GREFERENDUM, L' OCCASIONE PER UNA REPUBBLICA EUROPEA
Giuseppe Allegri
Il referendum in Grecia sull'austerità è contenuto nel programma elettorale di Syriza. E' loccasione per creare una nuova istituzione europea che spezzi i diktat del direttorio Merkel-Juncker-Draghi-Fmi, permetta una rinegoziazione dei debiti e apra gli spazi politici di una Repubblica europea.
***
Che il
processo di integrazione europea fosse entrato in una crisi strutturale divenne
chiaro per lo meno dieci anni or sono, nella tarda primavera del 2005, con il
doppio no referendario francese e olandese al Trattato che adotta una
Costituzione per l'Europa. L'Eurozona era entrata in funzione da tre anni e
il grande allargamento a Est dell'Unione europea era avvenuto nel 2004,
parallelo all'estensione della NATO. L'interregno europeo e mondiale post-1989
subiva un ulteriore giro a vuoto e la crisi istituzionale europea verbalizzava
la scarsa coesione interna e capacità globale del vecchio Continente, con la
coalizione dei volonterosi capitanata dagli USA di Bush e dal Regno Unito di
Tony Blair già in Iraq dal 2003.
Ma la storia
di Europa è la storia delle sue crisi. Senza risalire al pluri-secolare
dibattito intorno alla Krisis, molto più modestamente, nella recente
storia della costruzione europea le innovazioni istituzionali sono state spesso
frutto di un inasprimento delle condizioni di crisi politiche, economiche e
istituzionali, quasi si possa continuare a parlare delle occasioni costituenti
nei periodi di crisi e della «fecondità delle crisi»[1].
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domenica 21 dicembre 2014
PODEMOS: UNIRE LA SINISTRA? NON CE NE IMPORTA NIENTE
>>> Podemos: Unire la sinistra? Non ce ne importa niente, su Alfabeta Due <<<
Roberto Ciccarelli
“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre).
“Sinistra” è una parola impresentabile in società. Per gli spagnoli indica la vergogna della corruzione del Psoe; per i francesi significa l’ignobile social-liberismo dei socialisti di Hollande: per gli italiani l’opportunismo cinico, infantile e autoritario del partito democratico di Renzi. Per tutti la sinistra è il sinonimo del disgusto per chi si sente di sinistra.
Roberto Ciccarelli
“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre).
“Sinistra” è una parola impresentabile in società. Per gli spagnoli indica la vergogna della corruzione del Psoe; per i francesi significa l’ignobile social-liberismo dei socialisti di Hollande: per gli italiani l’opportunismo cinico, infantile e autoritario del partito democratico di Renzi. Per tutti la sinistra è il sinonimo del disgusto per chi si sente di sinistra.
Per capire la spettacolare ascesa di Podemos dalle europee di maggio a oggi (avrebbe il 27% dei consensi in Spagna, come Syriza in Grecia) chi in Italia si definisce “di sinistra” - ma lo stesso vale per chi si riconosce nei “movimenti” - dovrebbe fare uno sforzo apparentemente proibitivo.
“Sinistra” non è il risultato della somma di identità o reti, incarichi o cadreghe, individualità egoiste e concorrenti, ma è un processo di auto-trasformazione delle identità così come del campo politico in cui esse si riconoscono. Il movimento è complicato, e si chiama immanenza. In questo movimento tra l’essere contro e dentro uno spazio di “sinistra”, c’è la politica oggi.
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venerdì 29 agosto 2014
FIAT MONEY: I SOLDI DI DRAGHI NON BASTANO PER USCIRE DALLA DEPRESSIONE
Giuseppe Allegri
Renzi dice che l'alta velocità sbloccherà la crescita in Italia. Il denaro creato dal nulla della Bce scatenerà la crescita. Ma Mefistofele la pensava diversamente. La dispotica austerity dei banchieri di Elido Fazi
***
Nella non certo torrida estate
del 2014 l'Italia torna in deflazione, come nella tarda estate del 1959. Mentre la disoccupazione
supera il 12,6%, con quella giovanile intorno al 43%: si perdono mille posti di
lavoro al giorno. Queste le considerazioni allarmate di stampa e politica, dopo
le comunicazioni ISTAT riguardanti i dati degli ultimi mesi di Grande
Depressione italica. Ci servirebbe un mefistofelico diavolo, poeta e
visionario, per “uscire dalla crisi”?
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giovedì 22 maggio 2014
UN'ALTRA DEMOCRAZIA, MA PER QUALE EUROPA?
Marco Bascetta
Quando nel 2009 entrò in vigore il trattato di Lisbona, che rendeva operativa anche la Carta di Nizza messa a punto quasi dieci anni prima, il ciclo che aveva condotto all’approvazione dell’uno e dell’altra era giunto al suo esaurimento. Il processo che tra azzardi e prudenze, resistenze e concessioni, comprendeva comunque nel suo orizzonte (e in diversi risultati conseguiti) la costruzione di un’Europa sociale e di un diritto comunitario che garantisse nel loro insieme i cittadini del vecchio continente volgeva al termine. Se era riuscito, sia pur malconcio, a sopravvivere alla bocciatura della Costituzione europea, affondata dall’esito dei referendum in Francia e Olanda nel 2005, non sarebbe sopravvissuto ai quattro fattori che negli ultimi anni hanno in larga misura ridisegnato il campo europeo.
In primo luogo, ovviamente, la catastrofica crisi economica globale che in Europa si è manifestata come crisi dei debiti sovrani. In secondo luogo, il definitivo superamento tedesco dei costi e dei problemi connessi alla riunificazione, accompagnato da un incremento di competitività ottenuto a spese dei diritti e dei salari. In terzo luogo, l’inasprirsi di quel sovranismo conservatore britannico che ha sempre messo un freno all’integrazione europea e che ora aspirerebbe perfino a ridurre ulteriormente le prerogative comunitarie. Infine la sconfitta, più o meno completa, delle resistenze antiliberiste in gran parte dei paesi dell’Unione. Per vittoria politica della destra o per assimilazione dei suoi principi fondamentali da parte delle sinistre governative o aspiranti tali.
Quando nel 2009 entrò in vigore il trattato di Lisbona, che rendeva operativa anche la Carta di Nizza messa a punto quasi dieci anni prima, il ciclo che aveva condotto all’approvazione dell’uno e dell’altra era giunto al suo esaurimento. Il processo che tra azzardi e prudenze, resistenze e concessioni, comprendeva comunque nel suo orizzonte (e in diversi risultati conseguiti) la costruzione di un’Europa sociale e di un diritto comunitario che garantisse nel loro insieme i cittadini del vecchio continente volgeva al termine. Se era riuscito, sia pur malconcio, a sopravvivere alla bocciatura della Costituzione europea, affondata dall’esito dei referendum in Francia e Olanda nel 2005, non sarebbe sopravvissuto ai quattro fattori che negli ultimi anni hanno in larga misura ridisegnato il campo europeo.
In primo luogo, ovviamente, la catastrofica crisi economica globale che in Europa si è manifestata come crisi dei debiti sovrani. In secondo luogo, il definitivo superamento tedesco dei costi e dei problemi connessi alla riunificazione, accompagnato da un incremento di competitività ottenuto a spese dei diritti e dei salari. In terzo luogo, l’inasprirsi di quel sovranismo conservatore britannico che ha sempre messo un freno all’integrazione europea e che ora aspirerebbe perfino a ridurre ulteriormente le prerogative comunitarie. Infine la sconfitta, più o meno completa, delle resistenze antiliberiste in gran parte dei paesi dell’Unione. Per vittoria politica della destra o per assimilazione dei suoi principi fondamentali da parte delle sinistre governative o aspiranti tali.
sabato 1 marzo 2014
CONTRO LA DISOCCUPAZIONE ARRIVA IL «NASPI», L'INDENNITA' CHE ESCLUDE 1/3 DEI SENZA LAVORO
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| «Naspi» è anche un idrante |
Si chiama «Naspi» il sussidio con il quale il presidente del Consiglio Matteo Renzi intende tutelare poco più di 1 milione e 200 mila persone a rischio di disoccupazione. Novecentomila sono lavoratori dipendenti a termine, somministrati, interinali che attualmente godono dell'indennità di disoccupazione Aspi introdotta dalla riforma Fornero in scadenza nel 2016. Gli altri 300 mila sono collaboratori a progetto oggi esclusi da una misura riservata ai lavoratori subordinati, agli apprendisti, ai soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato, al «personale artistico» con rapporto di lavoro subordinato e ai dipendenti a tempo determinato della P.A.
Il prerequisito per ottenere il sussidio sarebbe quello di avere ricevuto una busta paga per almeno tre mesi . L'entità del sussidio oscillerà tra 1200 e 1100 per calare a 700 euro. Oggi, il disoccupato che ha lavorato 3 mesi nell'ultimo anno, ha diritto a percepire l'indennità per un mese e mezzo, incassando 930 euro. Un esempio, per capire di quale cifre si sta davvero parlando. Resterebbero fuori dal «Naspi» (un acronimo che dovrebbe significare «nuova Aspi», ma questa è solo una deduzione, anche perchè «Naspi» è anche il nome di un idrante) almeno 2 milioni di disoccupati (per l'Istat a gennaio 2014 erano 3,3 milioni), le altre forme di lavoro precario e intermittente, i lavoratori autonomi iscritti alla Gestione separata dell'Inps: 1,8 milioni di persone.
Almeno 4 milioni di persone, ma il numero è superiore se si considera le partite Iva iscritte ad altre gestioni previdenziali, resteranno senza tutele. Contrariamente a quanto scritto nella newsletter inviata agli iscritti Pd qualche settimana fa, il «Jobs Act» non istituirà un «sussidio universale» contro la disoccupazione, un salario minimo e nemmeno un reddito di base. Si parla invece di un sussidio condizionato alla partecipazione ad un corso di formazione e ad un'offerta di lavoro, vale a dire un regime di «workfare» ancora più penalizzante di quello prospettata in passato dal Pd o dal Movimento 5 Stelle con il suo vagheggiato «reddito di cittadinanza».
Dalle «indiscrezioni» sul «Jobs Act» apparse ieri su La Repubblica e La Stampa emerge infatti un particolare non secondario: il rifiuto di una seconda proposta di lavoro comporterà la perdita del sussidio. Quest’ultimo verrebbe differenziato in base allo status contrattuale del lavoratore, discriminando tra dipendenti e precari. Ai primi il «Naspi» verrà garantito fino a due anni (oggi dura 1 o 1 anno e mezzo); ai secondi, massimo per sei mesi. Molte restano le incertezze sui tempi della riforma dei centri dell'impiego che dovrebbero confluire in un'agenzia unica federale, ancora tutta da immaginare. Questa agenzia è necessaria per ridisegnare il sistema delle politiche attive il quale, a sua volta, dovrebbe erogare il «Naspi» e gestire il «workfare». Tutto questo ha bisogno di tempo. Un tempo che sembra mancare per una terapia «choc», così la immagina Renzi, contro la disoccupazione generale che ha raggiunto il 12,9%, mentre quella giovanile è arrivata al 42,4%.
Nelle intenzioni del responsabile economia Pd Filippo Taddei questa proposta amplierà la risicata platea dei beneficiari dell'Aspi a coloro che attualmente godono della cassa integrazione in deroga. Il «Naspi» dovrebbe essere finanziato anche con i soldi della Cig e della mobilità in deroga. Si dice che dovrebbe costare 1,6 miliardi di euro in più dei sussidi esistenti, a cui bisogna aggiungere i 3,6 miliardi di euro per la Cig (del 2013), per un totale di 8,8 miliardi. Il problema è che, ad oggi, 1,1 miliardi dei fondi per la Cig 2013 (su 3,6) mancano all'appello. Le regioni sono in allarme, ieri Cgil-Cisl-Uil hanno scritto al neo-ministro del lavoro Poletti invitandolo a trovarli. E ancora non si parla dei fondi per il 2014. Le stesse incertezze restano sulle risorse per il taglio al cuneo fiscale (10 miliardi di euro, sostiene Renzi) e sui proventi dalla spending review di Carlo Cottarelli da cui il Pd vorrebbe ottenere molto più dei 4 miliardi preventivati.
Un punto fermo resta il «contratto aperto» o «contratto di entrata senza rigidità», cioè senza articolo 18 in cambio di un indennizzo in caso di licenziamento, impropriamente definito dai renziani «contratto unico a tutela crescente». E poi c'è la «garanzia giovani», l'unico provvedimento certo che verrà erogato alle aziende e non ai neo-laureati. In ogni caso il governo presenterà il Jobs Act a Berlino il 17 marzo, in un vertice con la cancelliera tedesca Angela Merkel. È un fatto che chiarisce le priorità dell’esecutivo. Lo ha confermato ieri il ministro delle Infrastrutture Lupi (Ncd): con la riforma del lavoro in mano Renzi chiederà a Merkel maggiore flessibilità sul vincolo del 3% sul deficit/Pil. Uno scambio che oggi esclude milioni di persone.
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mercoledì 1 gennaio 2014
AUSTERITÀ APOCRIFA: IL 3% DEFICIT/PIL E' UN'INVENZIONE
Il tre per cento è la cifra più famosa del momento. L’inaspettata celebrità conquistata da un numero che rimanda alla trinità cristiana, al simbolo esoterico del ternario (la combinazione di tre elementi), alla sintesi hegeliana dello Spirito Assoluto aleggia come uno spettro nelle stanze di Palazzo Chigi, all’Eliseo, nei paesi del Sud Europa strangolati dal patto di stabilità.
È l’espressione più pura di una religione chiamata austerità che impone un deficit pubblico non superiore al 3% del Prodotto Interno Lordo (rapporto deficit/PIL al 3%) e la norma capestro di un debito pubblico al di sotto del 60% del Pil. A destra come a sinistra, questa cabala viene esibita come la sacra sindone, brandita come un totem davanti alle popolazioni stremate dal crollo dei consumi interni, dalla disoccupazione di massa e dalla precarietà diventata la norma morale per sopravvivere nella prigione Europa.
In Francia Hollande ha annunciato 50 miliardi di euro di tagli nei prossimi tre anni, in Italia Letta giura che la spending review diretta dall’ex Fmi Carlo Cottarelli taglierà 32 miliardi di euro di spesa pubblica per restare nel 3% sul deficit/Pil entro il 2017. Ma noi restiamo in attesa del grande choc: il taglio da 50 miliardi di euro al debito pubblico per i prossimi 20 anni per rientrare nel 60% del Pil. Quella in atto è una guerra contro le popolazioni e la conquista moderna del Welfare. Ma i suoi fondamenti, spacciati come «verità» scientifiche incontrovertibili, sono il risultato di un’invenzione a tavolino. Il 3% come il 60% non rispondono infatti ad alcuna teoria economica. L’autore è il francese Guy Abeille. La storia è piuttosto nota ed è stata resa pubblica dal «Frankfurter Allgemeine Zeitung» che ha raccolto uno scoop di «Le Parisien», rilanciato infine da «Il Sole 24 ore».
Fu a questo oscuro funzionario che si rivolse François Mitterand già nel 1981 per opporre una norma cartesiana - quindi fintamente inattaccabile - alle richieste di aumentare la spesa pubblica. Parliamo di un periodo precedente alla svolta «neoliberista» mitterandiana che diede slancio anche al progetto di unione monetaria sostenuto da un altro santone socialista come Jacques Delors, la stessa che portò Romano Prodi a definire il trattato di Mastricht e il patto di Stabilità «stupido» e «inattuabile». «Abbiamo stabilito la cifra del 3% in meno di un’ora - ha raccontato il sessantaduenne Abeille - Avevamo bisogno di qualcosa di semplice e il 3% era un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità».
L’aneddoto rivela inoltre il nefasto incontro tra il protestantesimo tedesco e il cartesianesimo superficiale delle élites francesi che oggi si è tradotto nell’ossessione del debito morale ed economico imposta dalla Germania ai paesi «cicala» del mediterraneo. Più volte questa visione della società e dell’economia è stata derisa da Paul Krugman e analizzata dal pensiero critico, tra cui citiamo in Italia il libro di Elettra Stimilli «Il debito del vivente» (Quodlibet), da Maurizio Lazzarato ne «Il governo dell’uomo indebitato» (Derive Approdi) o da Luciano Gallino ne «Il colpo di stato di banche e governi» (Einaudi).
A suggello dell’invenzione si può citare l’ex presidente Bundesbank Tietmeyer. Perchè il 3%, e non il 2 o il 4? «Economicamente è difficile da giustificare» rispose. Dal vangelo apocrifo dell’austerità è nato il neoliberismo europeo.
Com’è accaduto alla Francia, domani il verbo potrebbe ritorcersi contro i suoi attuali profeti.
È l’espressione più pura di una religione chiamata austerità che impone un deficit pubblico non superiore al 3% del Prodotto Interno Lordo (rapporto deficit/PIL al 3%) e la norma capestro di un debito pubblico al di sotto del 60% del Pil. A destra come a sinistra, questa cabala viene esibita come la sacra sindone, brandita come un totem davanti alle popolazioni stremate dal crollo dei consumi interni, dalla disoccupazione di massa e dalla precarietà diventata la norma morale per sopravvivere nella prigione Europa.
In Francia Hollande ha annunciato 50 miliardi di euro di tagli nei prossimi tre anni, in Italia Letta giura che la spending review diretta dall’ex Fmi Carlo Cottarelli taglierà 32 miliardi di euro di spesa pubblica per restare nel 3% sul deficit/Pil entro il 2017. Ma noi restiamo in attesa del grande choc: il taglio da 50 miliardi di euro al debito pubblico per i prossimi 20 anni per rientrare nel 60% del Pil. Quella in atto è una guerra contro le popolazioni e la conquista moderna del Welfare. Ma i suoi fondamenti, spacciati come «verità» scientifiche incontrovertibili, sono il risultato di un’invenzione a tavolino. Il 3% come il 60% non rispondono infatti ad alcuna teoria economica. L’autore è il francese Guy Abeille. La storia è piuttosto nota ed è stata resa pubblica dal «Frankfurter Allgemeine Zeitung» che ha raccolto uno scoop di «Le Parisien», rilanciato infine da «Il Sole 24 ore».
Fu a questo oscuro funzionario che si rivolse François Mitterand già nel 1981 per opporre una norma cartesiana - quindi fintamente inattaccabile - alle richieste di aumentare la spesa pubblica. Parliamo di un periodo precedente alla svolta «neoliberista» mitterandiana che diede slancio anche al progetto di unione monetaria sostenuto da un altro santone socialista come Jacques Delors, la stessa che portò Romano Prodi a definire il trattato di Mastricht e il patto di Stabilità «stupido» e «inattuabile». «Abbiamo stabilito la cifra del 3% in meno di un’ora - ha raccontato il sessantaduenne Abeille - Avevamo bisogno di qualcosa di semplice e il 3% era un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità».
L’aneddoto rivela inoltre il nefasto incontro tra il protestantesimo tedesco e il cartesianesimo superficiale delle élites francesi che oggi si è tradotto nell’ossessione del debito morale ed economico imposta dalla Germania ai paesi «cicala» del mediterraneo. Più volte questa visione della società e dell’economia è stata derisa da Paul Krugman e analizzata dal pensiero critico, tra cui citiamo in Italia il libro di Elettra Stimilli «Il debito del vivente» (Quodlibet), da Maurizio Lazzarato ne «Il governo dell’uomo indebitato» (Derive Approdi) o da Luciano Gallino ne «Il colpo di stato di banche e governi» (Einaudi).
A suggello dell’invenzione si può citare l’ex presidente Bundesbank Tietmeyer. Perchè il 3%, e non il 2 o il 4? «Economicamente è difficile da giustificare» rispose. Dal vangelo apocrifo dell’austerità è nato il neoliberismo europeo.
Com’è accaduto alla Francia, domani il verbo potrebbe ritorcersi contro i suoi attuali profeti.
r.c.
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giovedì 11 luglio 2013
SCUOLA: QUANDO UN TAGLIO AGLI ADDETTI DELLE PULIZIE VALE 3 MILA RICERCATORI
Anna abita con la madre a Ragusa, ha 52 anni, una figlia di 24 che
studia lettere a Catania. Nella sua vita è stata una «lavoratrice
socialmente utile». Quando lo Stato ha deciso di eliminare questa figura
ha iniziato a lavorare per il comune e poi per le scuole della sua
città come addetta alle pulizie. È arrivata a Roma dopo 19 ore di
viaggio in pulmann insieme a Giuseppe. Lui di anni ne ha 53, ha un
diploma da geometra. Con uno stipendio medio da 850 euro mantiene la
moglie e una figlia. «Mi sono adattato per portare avanti la vita»,
dice.
Cristina ha 58 anni, vive a Agrigento, ha una casa di proprietà e un marito che lavora, «per fortuna» dice. Ha due figli, il primo a 27 anni e studia da infermiere. La seconda ne ha 22 e studia lettere. Vivono entrambi a Ferrara. «Si danno da fare, lavorano anche - dice - ma ci costa molto mantenerli. Sono tanto cari». Anna, Giuseppe e Cristina lavorano per una ditta subappaltatrice della romana Miles, uno dei quattro consorzi nazionali che gestiscono le pulizie delle scuole e in altri enti o ministeri.
Cristina ha 58 anni, vive a Agrigento, ha una casa di proprietà e un marito che lavora, «per fortuna» dice. Ha due figli, il primo a 27 anni e studia da infermiere. La seconda ne ha 22 e studia lettere. Vivono entrambi a Ferrara. «Si danno da fare, lavorano anche - dice - ma ci costa molto mantenerli. Sono tanto cari». Anna, Giuseppe e Cristina lavorano per una ditta subappaltatrice della romana Miles, uno dei quattro consorzi nazionali che gestiscono le pulizie delle scuole e in altri enti o ministeri.
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lunedì 8 luglio 2013
ARMARE IL PUGNO CONTRO L'AUSTERITA'
Intervista a Marco Ambra di Lavoro Culturale sulla scuola e l'istruzione, la ricerca e la didattica, i saperi la conoscenza e l'austerità al tempo del governo "a larghe intese". Nel secondo anno della postdemocrazia italiana. L'originale è pubblicato sul sito di lavoro culturale
Roberto Ciccarelli: L’ultima misura che citi sembra essere certa, anche se scommetterei su una sua eventuale rimozione, o spacchettamento in altri due o tre microprovvedimenti. La spending review permanente a cui è sottoposta la spesa pubblica sin da quando Padoa Schioppa l’ha inaugurata con il centrosinistra permette una rimodulazione permanente delle partite contabili. Governare significa amministrare una continua re-ingegnerizzazione dei conti e dei bilanci di tutti i livelli dello Stato. Il ministero dell’Istruzione, credo il più tagliato negli ultimi anni insieme alla Sanità (che verrà tagliata dal governo Letta fino all’osso), ha raggiunto ormai una straordinaria competenza in materia. Colpisce il criterio adottato dal ministro Carrozza e dal suo governo per sfuggire al blocco delle assunzioni all’università – ma non nella scuola. Per produrre ricerca, o meglio per fare scorrere la carriera di 1500 associati e attenuare la precarietà di 1500 ricercatori senza borsa né reddito, si tagliano gli addetti alle pulizie nelle scuole. È chiaramente una ratio classista quella in atto.
Marco Ambra: Sono giorni bollenti questi per la scuola pubblica italiana. Il ministro Carrozza annuncia l’assunzione a settembre di 15 mila docenti e Ata (Ausiliari tecnici amministrativi), firma il decreto che modifica le regole d’accesso dei corsi di laurea a numero chiuso, annuncia un piano di assunzione a costo zero per 30 mila docenti di sostegno. E poi: il “decreto Fare” stabilisce un taglio di 75 milioni di euro al fondo per le pulizie nella scuole, al fine di finanziare l’assunzione di 3000 universitari (1500 professori ordinari e ricercatori a tempo determinato), finanzia con 100 milioni di euro annui un piano per l’edilizia scolastica. Insomma, dopo mesi di palude tecno-spread qualcosa si muove. Ma in che direzione? Quale scenario configura questo spostamento di risorse (poche) nel e al mondo dell’istruzione e della ricerca?
Roberto Ciccarelli: L’ultima misura che citi sembra essere certa, anche se scommetterei su una sua eventuale rimozione, o spacchettamento in altri due o tre microprovvedimenti. La spending review permanente a cui è sottoposta la spesa pubblica sin da quando Padoa Schioppa l’ha inaugurata con il centrosinistra permette una rimodulazione permanente delle partite contabili. Governare significa amministrare una continua re-ingegnerizzazione dei conti e dei bilanci di tutti i livelli dello Stato. Il ministero dell’Istruzione, credo il più tagliato negli ultimi anni insieme alla Sanità (che verrà tagliata dal governo Letta fino all’osso), ha raggiunto ormai una straordinaria competenza in materia. Colpisce il criterio adottato dal ministro Carrozza e dal suo governo per sfuggire al blocco delle assunzioni all’università – ma non nella scuola. Per produrre ricerca, o meglio per fare scorrere la carriera di 1500 associati e attenuare la precarietà di 1500 ricercatori senza borsa né reddito, si tagliano gli addetti alle pulizie nelle scuole. È chiaramente una ratio classista quella in atto.
domenica 5 maggio 2013
LUCIANO GALLINO: "CONTRO L'AUSTERITA' SERVE UN NEW DEAL EUROPEO"
Sarà perché al ministero del lavoro oggi c'è qualcuno che riesce a leggere i numeri della macroeconomia, come il presidente dell'Istat Enrico Giovannini, ma sembra che in Italia ci sia un governo che si è accorto che «siamo in recessione da un anno». La notizia non è certamente confortante, ma una tale schiettezza nel riconoscere fatti, universalmente noti alle famiglie impoverite o al 38,4% dei giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni, mancava dal 2008. Quando cioè la crisi è iniziata e sui colli romani folleggiava Silvio Berlusconi. Da allora, purtroppo, la capacità di fare un'analisi economica onesta non è migliorata.
«È troppo presto per trarre dei giudizi sul nuovo governo - afferma Luciano Gallino, l'autore di Finanzcapitalismo - ma mi ha colpito questa idea di riformare la riforma Fornero che dicono sia stata concepita per un periodo di crescita dell'economia e oggi, con la recessione, bisogna cambiarla perché presenta alcune rigidità che compromettono la ripresa dell'occupazione. Il problema è che eravamo in recessione anche dieci mesi fa, quando la riforma è stata approvata. Mi chiedo a questo punto che senso abbia avuto approvarla».
«È troppo presto per trarre dei giudizi sul nuovo governo - afferma Luciano Gallino, l'autore di Finanzcapitalismo - ma mi ha colpito questa idea di riformare la riforma Fornero che dicono sia stata concepita per un periodo di crescita dell'economia e oggi, con la recessione, bisogna cambiarla perché presenta alcune rigidità che compromettono la ripresa dell'occupazione. Il problema è che eravamo in recessione anche dieci mesi fa, quando la riforma è stata approvata. Mi chiedo a questo punto che senso abbia avuto approvarla».
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venerdì 3 maggio 2013
MARAZZI: «CONTRO IL ROMPICAPO DELL'AUSTERITA' VEDO SOLO UNA RIVOLTA SOCIALE»
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| L'economista Christian Marazzi |
«Quando il governo italiano
sostiene di volere ricontrattare con la Commissione Europea può
anche volere posticipare, com'è stato fatto in Spagna o in
Portogallo, la riduzione del deficit di un paio d'anni - afferma
l'economista Christian Marazzi - Ma questo non significa
ricontrattare l'austerità, significa solo posticiparla
lasciando i problemi tali e quali. Non nego che Letta sia animato da
buone intenzioni quando dice di volere affrontare il problema degli
esodati, dell'esaurimento della cassa integrazione o parla di un
welfare più universale. Il problema è dove prenderà
i soldi. Soprattutto se le politiche di austerità resteranno
intatte».
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martedì 26 marzo 2013
IL GRANDE BALZO ALL'INDIETRO: PERCHE' L'ISTRUZIONE E' STATA LIQUIDATA IN ITALIA
La Commissione Europea ha pubblicato uno studio ha pubblicato uno studio denuncia i tagli a scuola e università dal 2008. L’Italia è tra i paesi europei che hanno tagliato di più nel corso della crisi, ponendo le basi per la liquidazione del sistema.
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mercoledì 20 marzo 2013
SPENDING REVIEW: 295 MILIARDI DI NUOVI TAGLI ASPETTANO IL PROSSIMO GOVERNO
Da una «spending review» ci si aspetterebbe il taglio delle spese improduttive dello Stato. Tanto per fare un esempio: i 10 miliardi di euro destinati all’acquisto di 90 cacciabombardieri F35, oppure il rimborso per i farmaci di «marca». In Italia, come nel resto dell’Europa meridionale, invece no. La via dell’austerità passa per un nuovo taglio alla spesa pubblica da 295 miliardi di euro.
Continua a leggere: Spending review: 295 miliardi di nuovi tagli aspettano il prossimo governo
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giovedì 28 febbraio 2013
LA SINISTRA E' MORTA, SOLO UN GRILLO LA POTRA' SALVARE?
L’affermazione del Movimento 5 Stelle annuncia la scomparsa della sinistra in Italia. Non di quella “radicale”, già spazzata via dalla rivolta del 2008, quando all’incirca 2 milioni di persone si rifiutarono di votarla, azzoppando per sempre l’ala sinistra, un miscuglio di ingraismo, comunismo terzinternazionalista, nostalgici del PCI, sindacalismo di base: quella che non ha voluto aderire alla “cosa” degli Occhetto-D’Alema-Veltroni-Bersani.
E’ stato colpito duramente il blocco sociale maggioritario dell’ex partito comunista, e la sua rappresentanza politica, quella trascolorata nelle varie sigle. Nel prossimo biennio la parte residuale del “comunismo” all’italiana – tosco-emiliano – cioè il blocco della moderazione politica che gestisce l’economia delle banche e delle cooperative e le istituzioni di tre regioni, o poco più, non solo dimezzerà i suoi voti, ma rischia di perdere il diritto a rappresentare come partito quella parte residuale della società sindacalizzata, garantita, ridotta a poco più della rappresentanza di un’élite.
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giovedì 20 settembre 2012
LA GUERRA CORSARA CONTRO IL VERBO DELL'AUSTERITA'
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La guerra di corsa
Parliamo di corsa, e di corsari, perché nel Mediterraneo la distinzione sul piano giuridico è netta. La corsa è una guerra lecita, resa tale da una dichiarazione formale. Bisogna immaginarsi uomini e donne, giovanissimi e belli in maniera commovente, che oggi sono armati di passaporti, commissioni, istruzioni, insomma di un armamentario di detti e contraddetti in cui l'intelligenza ha grandi spazi e può esprimersi ormai solo in un attacco ad una nave, in un approdo in incognito su una costa, infiltrandosi nei commerci dei porti di Tunisi o di Alessandria, Napoli o Genova. La bellezza è un fulmine da cogliere a mani nude in un'Europa dove è disprezzata, almeno quanto lo è la vita di chi non ha certezze. Se non quella di prendere la via del mare.
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