lunedì 10 giugno 2013

L'ETERNO RITORNELLO DELLE RIFORME

Un Paese eternamente fermo a trent'anni fa, anche se il tasso di disoccupazione ci dice che siamo tornati ai livelli del 1977, addirittura. Ma forse non solo per quello. Perché proprio trent'anni fa veniva inaugurata l'interminabile stagione delle riforme istituzionali.

Nell'aprile del 1983 è istituita la prima Commissione bicamerale per le riforme istituzionali. La Commissione Bozzi, dal nome del Presidente della Commissione, il deputato liberale Aldo Bozzi. Per un'ulteriore ciclicità storica, il di lui nipote ed omonimo, il cittadino, avvocato Aldo Bozzi è il primo firmatario ricorrente alla Corte di Cassazione per l'ulteriore rinvio del “Porcellum” alla Corte costituzionale, come stabilito dall'ordinanza depositata lo scorso 17 maggio.


L'ennesima Commissione per le riforme
Trent'anni dopo, appunto, primi di giugno 2013, i 35 saggi, autorevoli costituzionalisti nominati dal Presidente del Consiglio Enrico Letta sono saliti al Quirinale, accompagnati da altri 7 esperti con compiti “redazionali”. Una sorta di “manuale Cencelli” applicato agli esperti costituzionalisti, guidati da Francesco D'Onofrio, che le precedenti Commissioni bicamerali se le è fatte tutte: da evergreen democristiano. Così i 42 prof. di diritto costituzionale avranno il non invidiabile compito di lavorare nei mesi di luglio ed agosto per il “Comitato dei 40” deputati e senatori che scriverà la riforma: troppo facile il prevedibile gioco pentastellare su Alì Baba e i quaranta ladroni.

Quando serve prendere tempo, e perderlo, si inaugura una Commissione, auspicabilmente bicamerale, con vista sulle miserie del presente e del passato. Così con quella “De Mita-Iotti” dei primi anni '90, quindi con il colpo di fino della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali del 1997, molto più prosaicamente conosciuta come “D'Alema-Berlusconi”, figlia del “patto della crostata”, siglato in casa Letta senior, Gianni, lo zio di Enrico.

Eppure sappiamo benissimo che quando invece “si deve” fare una riforma costituzionale, la si fa, seguendo il procedimento previsto all'apposito articolo 138 Cost.: senza artifici istituzionali. Come per l'introduzione del pareggio di bilancio, imposto dal Fiscal Compact: pochi mesi, maggioranza schiacciante, per evitare il referendum costituzionale ed ecco la legge costituzionale n. 1, del 20 aprile 2012; solo un anno fa. Ora invece ci si fa beffe dell'articolo 138 Cost., prevedendo una corsia preferenziale che entro i prossimi 18 mesi ci porterà alla Terza Repubblica: ma ci sarà tempo per commentare il DdL del Governo.

Lo spauracchio dei semi di presidenzialismo
A tutto ciò si aggiunge lo sdoganamento “a sinistra” del presidenzialismo, in realtà del semipresidenzialismo à la francese. Quello gaullista, della Quinta Repubblica, la monarchia repubblicana di Maurice Duverger, ovvero, come già lo definiva Leopoldo Elia, l'iper-presidenzialismo, nel caso in cui maggioranza presidenziale e parlamentare coincidano: cioè sempre, dopo le riforme degli ultimi anni. Forse bisognerebbe tornare a leggersi Il maggio francese e l'autunno caldo italiano: le risposte di due borghesie, di Alfredo Gigliobianco e Michele Salvati, per capire come si divaricò la modernizzazione dei due Paesi nel corso degli anni Settanta. Scoccia, invece, dover ricordare che la “sinistra” parla di presidenzialismo, anche qui, da oltre trent'anni.

Il presidenzialismo a sinistra: è il 1977, bellezza!
Era sempre il 1977: quando i “bambini volevano mangiare i comunisti”, quelli del PCI, per dirla con il troppo poco compianto Giuliano Zincone (Però, simpatici quegli indiani, in Il Sole 24 ore, del 28 gennaio 2007).
Tra i “modernizzatori” della sinistra socialista italiana si ragiona sui meccanismi di razionalizzazione delle istituzioni – le necessarie “riforme istituzionali”, appunto – a partire dall'ipotesi presidenzialista, di superamento dello “Stato dei partiti”, proposta su Mondo Operaio da Giuliano Amato (autunno 1977). Ma ecco il niet del costituzionalista, allora comunista di area Centro Riforma dello Stato, Antonio Baldassarre, che intravede tendenze plebiscitarie e populiste, radicalmente pericolose rispetto alla democrazia dei partiti di massa: eppure accetta il terreno delle riforme istituzionali. (Incidentalmente: Amato e Baldassarre non sono tra i saggi di Letta.)

Come si possono salvare le istituzioni repubblicane dagli intollerabili assalti di questi autonomi, indiani metropolitani? Sembra questa l'ossessione socialista e comunista dentro i fallimenti dello Stato dei partiti, mentre quegli “autonomi” diventano lavoratori autonomi di seconda e poi terza generazione, definitivamente espulsi dal patto sociale fordista che muore, con il rischio che si dovrà aspettare fino al 2076 per recuperare i posti di lavoro persi in questi cinque anni di crisi.

L'ossessione della governabilità
Ma proprio quello era ed è il problema: dinanzi alla fine dello Stato dei partiti si risponde inaugurando l'infinita litania delle impossibili “riforme di struttura”, per far sì che nulla cambi. È l'urgenza di affermare la supremazia della governabilità, dinanzi alle spinte democratiche e alle domande di giustizia provenienti dai movimenti sociali (la traduzione italiana del libro curato da Crozier, Huntington e Watanuki, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla commissione Trilaterale, è del 1977, con prefazione di Giovanni Agnelli: a buon intenditore, poche parole!). Mentre la tenuta costituzionale è sempre più problematica e servirà il “compromesso storico” per “salvare lo Stato”, non certo la Costituzione.

Il nuovo compromesso storico democristiano di destra e di sinistra.
Oggi siamo all'ennesima replica di questo pessimo film, già visto troppe volte. Con la beffa che al posto dei movimenti sociali degli anni Settanta (metropolitani, femministi, ecologisti, musicali, etc.) abbiamo il simulacro di un moVimento: da Andrea Pazienza a Beppe Grillo, dai Sex Pistols a Povia. Questa è la miseria del presente. 

In compenso al potere abbiamo di nuovo i democristiani in completo compromesso storico: destra-centro-sinistra. Un autorevole, attuale Senatore, con il quale abbiamo sempre parlato, oltre che molto letto, forse pure troppo, ci diceva di rimpiangere Martinazzoli e Berlinguer. Bene, sarà felicissimo di sostenere il Governo di Enrico Letta, che include anche Berlusconi, oltre agli eredi catto-comunisti, per difendere quel che rimane dello “Stato dei partiti”.

Il reggitore dello Stato e il costituzionalismo che non verrà
Non per essere a tutti i costi troppo critici, né autoreferenziali citandosi a sproposito, ma la reggenza di Re Giorgio ci costringe a ricordare, rileggendo Carlo Esposito, che il Presidente della Repubblica è sempre un “supremo reggitore dello Stato nelle crisi di sistema”, anche nel caso di una Repubblica parlamentare (la voce Capo dello Stato, in Enciclopedia del Diritto, Giuffrè, 1960)
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E allora: il (semi)presidenzialismo è alle porte? O piuttosto il “Sindaco d'Italia”, per far contento l'attuale Sindaco di Firenze, sempiterno boy scout, anch'egli pronto a mangiare i comunisti, seppure degradati a “giovani turchi”? Ci penseranno i saggi costituzionalisti a spaccare il capello in quattro e forse in sedicesimi, nell'estate che viene. 

Può darsi anche, difficile, che qualcuno tra di loro si alzi e sussurri che “il Re è nudo” e che forse, piuttosto che di perdersi nell'ennesimo gioco di società intorno alle “riforme di struttura”, questo Paese e l'Europa intera avrebbero bisogno di maggiore giustizia sociale, garanzie e tutele di diritti indivisibili e universali delle persone, scelte di politiche pubbliche che rendano praticabile una società più equa dal punto di vista economico, culturale e istituzionale: qui e ora. Sembrerebbero princìpi guida di un costituzionalismo democratico e sociale che sappia pensarsi dopo lo “Stato dei partiti” e oltre l'austera visione economicistica del capitalismo finanziario. 

Molto più prosaicamente saranno parole al vento dinanzi all'ennesima Commissione per le riforme costituzionali. Non ci stancheremo di ripeterle: alla ricerca dei nostri Jefferson o Condorcet, meglio se sanculotti ed eretici. 

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“Ed ecco entrare sulla scena di questo teatro le centomila panacee dei nuovi sistemi elettorali, le famiglie di uccelli tropicali dei vari corporativismi, gli anelli fatali delle riforme credute di struttura, gli ippogrifi delle istituzioni di democrazia diretta, le brodaglie delle rieducazioni dei costumi, le dissolvenze delle riforme spirituali, e via di seguito”.
Massimo Severo Giannini
(Prefazione a Il regime parlamentare di Georges Burdeau,
Edizioni di Comunità, 1950)

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Giuseppe Allegri-Roberto Ciccarelli

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