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lunedì 13 ottobre 2014

UN TUNNEL CHIAMATO JOBSACT

Giuseppe Allegri

Una riforma nel segno del compromesso storico tra Lega Coop e Compagnia delle opere. Per eliminare l' "apartheid" tra garantiti e non garantiti si cancellano i diritti di tutti. Non si tratta di dare lavoro, purché sia, ma di interrogarsi sul suo senso per le persone e per l'intera società

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venerdì 4 luglio 2014

MIEI CARI NEET, DISTRUGGIAMO IL CIELO E RIPARTIAMO DA ZERO?

Giuseppe Allegri

Fratture, ultimo romanzo di Massimiliano Nuzzolo (Italic/PeQuod edizioni, pp. 184, 16 euro), è un frammentario conoscersi di due popolate solitudini, che vogliono reinventare lo spazio-tempo nel quale abitare. Uscito un paio di anni fa e letto purtroppo in colpevole ritardo, visto che le vie di un “mercato” editoriale saturo sono ostruite dai monopolisti della produzione e distribuzione editoriale. E qui siamo nel cangiante terreno dell'editoria indipendente, quella più autorevole e non riconciliata con l'ordine esistente delle cose, perché Italic/PeQuod riprende il percorso interrotto dalla precedente, talentuosa, casa editrice Pequod. E quindi arriva ad emergere per strade tortuose e spesso occasionali, quando ci riesce.

sabato 5 aprile 2014

OFFLAGA DISCO PAX: IO CANTO PER ENRICO

Enrico Fontanelli

Il Console

È con una tristezza immensa che scrivo queste righe.

Appena saputo che stanotte è morto Enrico Fontanelli, 36enne fondatore di quello splendido collettivo chiamato Offlaga Disco Pax, insieme con Max Collini e Daniele Caretti, che ne hanno dato l'annuncio, con parole splendide, qui.

È da dieci anni, che ODP ci riverberano suoni, poesia, stati d'animo, piccole, grandi esistenze ed emozioni da Reggio Emilia, anche se ci piace pensare da Cavriago, Piccola Pietroburgo, della quale Lenin è il sindaco onorario da sempre.


I tappeti sonori di Enrico Fontanelli, basso, basi, moog, casiotone, armonium e tanto altro hanno accompagnato gli squarci di narrazioni di Max e le chitarre di Daniele. In un filo rosso che dal punk filosovietico dei CCCP-Fedeli alla linea, passa per Jukka Reverberi di Giardini di Mirò citato proprio in Piccola Pietroburgo per arrivare all'ultimo lavoro de I Cani, Glamour, del quale Enrico è stato uno dei produttori.





Dal cuore della comunistissima Emilia Romagna degli anni Ottanta, agli anni dieci di Roma Nord. Dalla distopia italiana della provincia nel passaggio anni Settanta-Ottanta del Novecento, alle narrazioni degli anni Dieci metropolitani. Romanzi di formazione di generazioni alla ricerca di quel posto nel mondo che tutti vogliono confinare tra disoccupazione di massa, NEET, precariato, inoccupazione. E i suoni di Enrico continueranno ad essere la nostra e la loro colonna sonora. E delle generazioni che verranno.

E fa una tenerezza senza alcun possibile conforto riprendere in mano oggi Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione), datato 2005. In copertina credo ci sia proprio una foto di Enrico, infante, bambinetto, in ginocchio a smanettare su una tastiera elettronica Casio. O forse così voglio pensare. Ma le note di copertina parlano di “grafica e fotografie di Enrico Fontanelli”.




Probabilmente in quella foto aveva solo pochi mesi in più della piccola Leila, la sua immagino splendida bimba che rimane qui con la mamma Elena, che fosse possibile stringerei in un abbraccio senza fine.

Con la rabbia rimetto quel primo loro CD, forse Tatranky, tappeto sonoro potentissimo, soprattutto dopo i minuti 2.40. Tra ricordi del mitico Lucerna, locale underground dove si andava appena approdati a Praga, e gli anni Ottanta italiani.




Dubcek direbbe che poteva andare diversamente.

Alzo il volume e torno indietro:

...mentre in Boemia tutto è fermo, mentre in Boemia tutto è immobile.
Ma anche ora c'è una tristezza assurda, nessuno si diverte, sarà che è lunedì sera, sarà che è gente fredda, sarà che non c'è il mare a Praga...
Ci hanno davvero preso tutto.
Ci hanno preso tutto.

Poi rimane solo la malinconia della tastiera di Enrico.

Ci è rimasta solo lei.

Avremmo tutti preferito fosse andata diversamente...

venerdì 21 marzo 2014

LA PRIMAVERA DELLA GENERAZIONE NEET

Il Console

Primo giorno di primavera.
Giornata mondiale della poesia, proclamata dall'UNESCO: il 21 marzo.
In Italia è la giornata di lotta contro tutte le mafie.
Oggi è stata occupata l'Opera Garnier di Parigi da parte deigli intermittenti dello spettacolo che chiedono “assurance chimage”
Oggi l'Angelo Mai Altrove Occupato torna a manifestare

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domenica 15 dicembre 2013

NON STUDIO, NON LAVORO: E' UNA QUESTIONE DI QUALITA' (ORGOGLIO NEET)

Tren­ta­quat­tro anni è un’età rispet­ta­bile. Jim Mor­ri­son era già morto, come Jimi Hen­drix, per non par­lare di per­sone più impor­tanti di loro. Alla stessa età, Mora­via aveva già scritto “Gli Indif­fe­renti” e Van Gogh ini­ziava a dipin­gere le sue tele più famose. In campi meno esem­plari, o “male­detti”, della reli­gione, del rock, della let­te­ra­tura o dell’arte, i tren­ta­quat­tro anni pos­sono segnare la nascita del primo o del secondo figlio, qual­cuno potrebbe pen­sare per­sino ai nipoti. In Ita­lia no. E non per­ché tutto que­sto non sia pos­si­bile, ma per­ché un’intera società è con­vinta che a 34 anni le donne e gli uomini siano ancora «gio­vani» e che non abbiano le stesse esi­genze – e i diritti – degli «adulti», desti­nati a vivere come eterni adolescenti.

giovedì 30 maggio 2013

ALTRO CHE "CHOOSY": I LAUREATI SONO FIGLI DELLA BOLLA FORMATIVA

Studiano, vanno all'estero, lavorano di più da precari, sono disposti a cambiare città, si laureano in tempo e sono sempre più giovani. Eppure non trovano lavoro. I dati dell'ultimo rapporto Almalaurea confermano che in Italia è esplosa la bolla formativa e che fino ad oggi sono fallite le riforme che hanno cercato di avvicinare il mondo dell'università a quello del lavoro. Cerchiamo di capire il perché

Leggi: Altro che "choosy", i laureati sono figli di una bolla formativa

sabato 25 maggio 2013

SERGIO BOLOGNA: "W I NEET"

SERGIO BOLOGNA
Dice Letta: «priorità è dare un lavoro ai giovani». Ma quale lavoro presidente, di che genere? In Italia non abbiamo solo il problema della disoccupazione giovanile. Abbiamo i salari d'ingresso più bassi d'Europa, come ha ricordato in varie occasioni il governatore Draghi. Secondo dati Eurostat riportati di recente da lavoce.info abbiamo il più alto numero di lavoratori che non percepiscono i minimi contrattuali. La piaga dei tirocinii gratuiti, malgrado la buona volontà della ex ministro Fornero, continua a imperversare. Quanti laureati vengono assunti con mansioni inadeguate ai loro titoli di studio («per far fotocopie» è il detto)? Quanti contratti a tempo determinato sono pagati 500/800 euro al mese? E per quante ore? Ci siamo dimenticati che per parlare di salario bisogna anche parlare di orario?

martedì 16 aprile 2013

PIU' CLASSI POLLAIO E MENO 81.614 INSEGNANTI

Tra il 2008 e il 2013 in Italia sono scomparsi 81.614 insegnanti a fronte di un aumento di più di 90 mila alunni in tutte le scuole. Lo sostiene la Flc-Cgil in uno studio dove viene segnalato anche il taglio di 43 mila Ata avvenuto nel corso degli ultimi cinque anni. Tranne che nell’infanzie, sono state cancellate 28 mila cattedre nella scuola primaria, 22 mila nelle medie e 31 mila nelle superiori.

Continua a leggere: Più classi pollaio e meno 81.614 insegnanti

martedì 22 gennaio 2013

IL MERAVIGLIOSO MONDO DEI RIFORMATORI DELLA RIFORMA FORNERO


Giuseppe Allegri-Roberto Ciccarelli

Congelamento degli aumenti salariali. Conferma del pareggio di bilancio nella Costituzione e quindi di 45 miliardi di tagli per i prossimi 5 anni alla spesa pubblica. Creazione del commissario europeo al rigore di bilancio, uno zar che avrà il potere eccezionale di controllare e imporre misure agli stati che sforano il pareggio di bilancio dal 2013 in poi. Questa la cornice generale in cui il PD si appresta ad avviare la politica economica del prossimo governo di centro-sinistra con l'appoggio dei centristi di Monti.

Tre comandamenti che non verranno contestati dal centro o dalla destra, ma certamente dalle ali non silenziate del populismo di destra o di sinistra. Tutto proseguirà come sempre. Dunque, niente riforma dell'articolo 18 già riformato dalla riforma Fornero. Impegno a mantenere le politiche recessive che, secondo il bollettino della banca d'Italia del 18 gennaio 2013 abbatterà il Pil al ritmo di un punto percentuale all'anno. Un film dell'orrore, ma qualcuno cerca di fare sorridere gli spettatori, promettendo incentivi alla produttività delle imprese e qualche lenitivo sulla precarietà, ma senza sbilanciarsi.

venerdì 11 gennaio 2013

PERCHE' LA POLITICA ITALIANA NON CAPISCE IL REDDITO MINIMO GARANTITO?


Giuseppe Allegri

Il presidente dell'Eurogruppo Juncker è a favore del "salario minimo" sociale e legale in tutti i paesi europei. “Bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria – ha detto – con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx”. 

Ora, c'è una differenza sostanziale tra il "salario minimo" e il "reddito minimo", ma è evidente che Juncker allude ad una crisi irreversibile del modello sociale europeo e che l'alternativa alla povertà che, da oggi al 2016, colpirà ancora più duramente gli europei è certamente una forma di tutela universale a sostegno della cittadinanza. Poche ore dopo questa dichiarazione, il segretario generale della Cgil Camusso si è detta contraria al salario minimo proposto dall'esponente del Ppe. "E' un'ipotesi che noi non condividiamo", ha spiegato Camusso criticando anche il progetto di "non avere contratti nazionali ma al massimo una contrattazione di secondo livello. Noi invece pensiamo che il contratto nazionale sia uno strumento insostituibile". 

Non è chiaro se Juncker voglia abolire la contrattazione nazionale, di certo la Camusso ha espresso un veto molto pesante rispetto al "salario minimo". 

mercoledì 9 gennaio 2013

UNA REPUBBLICA FONDATA SUL RICATTO DEI MCJOB



641mila giovani senza un posto, è il record assoluto tra i 15 e i 24enni Per l'Istat uno su tre non lavora, ma nessuno parla di reddito minimo. Questa è la cronaca di un'ordinaria disinformazione a partire dai dati mensili dell'Istat sulla disoccupazione giovanile. Un piccolo, grande, classico nell'Italia sepolta dal gelo dell'austerità, e del precariato che sconfina nell'inoccupazione. 

Alle dieci di ieri mattina gli uffici dell'Istituto nazionale di statistica comunicano i dati sull'occupazione a novembre 2012. Il numero dei disoccupati, pari a 2 milioni 870 mila, registra un lieve calo (-2 mila) rispetto a ottobre. La diminuzione della disoccupazione riguarda la sola componente femminile. Bene, finalmente una notizia positiva, anche perchè l'occupazione femminile tra i 15 e i 29 anni è sceso al minimo astorico tra aprile e giugno dell'anno scorso: meno di una donna su due (il 16,9%) lavora in Italia. Segno negativo sul tasso d'occupazione maschile che a novembre è sceso al 66,3%, il livello più basso dal quarto trimestre del 1992. Tra il 2007 e il 2012 gli uomini al lavoro sono diminuiti di 746.000 unità. 

domenica 2 dicembre 2012

IL VENTENNALE ASSALTO ALL'ISTRUZIONE PUBBLICA (E AL CETO MEDIO)




La classe operaia non va al liceo. E i figli del ceto medio ci pensano due volte (esattamente nel 50% dei casi) ad avventurarsi tra i corsi dell’università. Dall’indagine Almadiploma, associazione nata da una costola di Almalaurea, risulta che circa 50 diplomati su 100 intendono continuare gli studi, 10 intendono coniugare studio e lavoro, 22 intendono solo lavorare e 16 sono incerti sul loro futuro. Il 42% di loro tornerebbe indietro per scegliere un altro indirizzo di studi, il 10% ripeterebbe il corso ma in un'altra scuola, il 7% sceglierebbe un diverso indirizzo/corso, il 24% cambierebbe sia scuola che indirizzo.




Tra i 40 mila ragazzi ai quali è stato somministrato il questionario dopo il conseguimento del diploma nel luglio 2012, ci sono conferme: ai licei si diplomano i figli del ceto medio delle professioni, il 37% ha almeno un genitore laureato che ha concluso la scuola medie con un ottimo giudizio, mentre il 24% ha un genitore che possiede un diploma e il 15% è nato in una famiglia in cui i genitori possiedono un titolo di istruzione di grado inferiore. Nulla di nuovo si direbbe, visto che sono confermate le differenze di classe sancite - strutturalmente - sin dalla riforma Gentile che si sono trascinate lungo la storia repubblicana.

martedì 23 ottobre 2012

GENERAZIONE DI PIANISTI

Quando al governo c'è una generazione di pianisti per i giovani:i professori stay hungry, stay choosy. Storielle disincantate sul governo Monti contro i bamboccioni, i neet, i ragazzi che non "possono permettersi di rifiutare un lavoro qualsiasi.

mercoledì 12 settembre 2012

LA BOLLA FORMATIVA E' ESPLOSA


Penultimi nella classifica Ocse per la spesa pubblica nell'istruzione (il 4,7 per cento del Pil, contro una media del 5,8). I docenti della scuola (età media 50 anni) che percepiscono un reddito decisamente più basso rispetto ad altri lavoratori con un'istruzione universitaria. 


Nel rapporto Ocse Education at a glance presentato a Parigi l'Italia si piazza al 24° posto (su 27 paesi) per gli insegnanti della primaria, al 23° per le superiori. La  percentuale dei suoi laureati  resta tra le più basse dell'area che riunisce i paesi più industrializzati: tra i 25 e i 64 anni sono il 15 per cento, contro una media Ocse del 31 per cento.

Tutto questo mentre la disoccupazione aumenta significativamente tra i laureati (5,6 per cento), ma non tra i diplomati. Nel paese del precariato di massa, e dei redditi sotto della soglia di povertà, l'Ocse conferma che nessuna istituzione, tanto meno il mercato del lavoro, garantiscono ai laureati una retribuzione dignitosa o un lavoro adeguato alla loro preparazione. È il ritratto più sincero che raramente è capitato di leggere nelle dichiarazioni dei governi in questa legislatura, per non parlare di quelle precendenti. Quella dell'esplosione della bolla formativa è una storia recente, che si può tradurre in una sola parola: fallimento.

martedì 17 aprile 2012

SIAMO NOI IL QUINTO STATO: SENZA SINDACATI O PATTI SOCIALI DA DIFENDERE


Un terzo della forza lavoro attiva – condannato alla povertà e al rischio di esclusione sociale, forse alla sparizione vera e propria, dentro una crisi infinita – che si affianca ai tre milioni già materialmente fuori dal contratto di lavoro, perché disoccupati e/o inoccupati. Eppure gli autonomi, le indipendenti, gli intermittenti e le precarie sono dentro al “mercato del lavoro” – seppure in modo atipico.


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Qualche giorno fa tutti a strapparsi i capelli. Il bollettino mensile della Banca Centrale Europea tornava a ricordarci che già nell'ultimo trimestre del 2011 l'occupazione nei Paesi dell'Euro-zona era diminuita. "Le condizioni nei mercati del lavoro dell'area-euro continuano a deteriorarsi. La crescita dell'occupazione è rimasta negativa mentre è proseguito l'aumento del tasso di disoccupazione". Quindi: "le indagini congiunturali anticipano un ulteriore peggioramento nel breve termine" dei tassi di disoccupazione. Siamo a oltre il 10,8% di disoccupazione nei Paesi dell'area-euro, con quella giovanile (under-25) che si spinge fino quasi al 22%. E andrà sempre peggio.  

mercoledì 1 febbraio 2012

MONDO NEET

giovedì 10 novembre 2011

E Marchen disse: il problema non è la fuga dei cervelli, ma la loro furia

Roberto Ciccarelli

Domenica scorsa ero a pranzo con la giornalista danese Marchen Gjertsen, 26 anni, già brillantissima inviata del quotidiano Information, (il giornale della sinistra danese in stile Libération) che oggi scrive per Jyllandsposten, il Corriere della Sera di Copenhagen.
Marchen è diventata una celebrità nel giornalismo danese dopo avere scritto ”Travestito da Nazi”, il racconto di una ragazza ventenne campionessa di nuoto infiltrata nel movimento nazista in Danimarca, dopo che un gruppo di fascisti avevano picchiato un suo amico. Il discorso, dopo che le ho mostrato il nostro libro “La furia dei cervelli“, è scivolato sulla italica “fuga dei cervelli”.

Per chi è stato all’estero per più di due giorni negli ultimi 10 anni, avrà senz’altro notato che questo è il discorso prevalente non solo, e non tanto tra gli italiani espatriati (quelli che se ne sono fatti una ragione e quelli che soffrono di malinconia per il paese del turismo più bello del mondo), ma soprattutto con gli stranieri, radicali e di sinistra. Dell’Italia queste persone conosco il meglio, e cioè la sua cultura filosofica, e i suoi migliori romanzi, spesso leggono e si esprimono in una lingua perfetta, alcuni hanno studiato a lungo nel nostro paese.

Per la prima volta in Italia, incuriosità dai racconti del suo compagno Nikolaj Heltoft, già attivista di Neurogreen e corrispondente del Manifesto da Copenhagen, Marchen mi ha detto che in Danimarca il problema è invece quello del “brain gain”. Sono troppo pochi gli informatici, i medici, i biologi, gli ingegneri e il paese di sua maestà, governato per la prima volta da una donna, ha deciso di avviare un’imponente operazione di importazione di cervelli da almeno tre continenti.

Mi sono chiesto se, in fondo, la fuga dei cervelli rappresenti la realtà materiale del Quinto Stato in Italia, oppure se ne solo uno dei suoi molteplici effetti. Ho dato un’occhiata alle statistiche. E ho scoperto qualcosa che non va. Con questa espressione, presa dall’anglismo “brain drain”, si è inteso negli ultimi 10 anni l’espatrio dei ricercatori universitari e, ultimamente, dei laureati. Secondo i dati ufficiali Anagrafe Residenti Italiani Estero: “Gli iscritti all’Anagrafe Italiani Residenti Estero (Aire) di età compresa tra i 20 e i 40 anni hanno registrato un incremento (dovuto a un flusso in uscita dall’Italia) pari a 316 mila e 572 unità tra il 2000 e il 2010, con un ritmo di oltre 30 mila espatri l’anno.

A supporto della tesi sono stati citati i dati del rapporto Almalaurea del 2010 secondo i quali i laureati specialistici biennali che lavorano all’estero a un anno dal titolo sono il 4,5% (erano il 3% nel 2009). Il 29,5% provengono dalla facoltà di ingegneria e solo il 12% dal settore politico-sociale. Un neolaureato italiano all’estero guadagna 1568 euro, mentre nel paese d’origine 1054 euro.

Pur così circostanziati, questi dati rivelano un fenomeno assolutamente minoritario e per di più impossibile da quantificare con certezza poiché i registri dell’Aire, l´anagrafe della popolazione italiana residente all´estero, riporta un aumento dei residenti all’estero (da 2.842.450 a 3.443.768 nel 2004), ma non fornisce i dati disaggregati per titoli di studio. Il censimento dell’Istat del 2001 aveva rivelato che i laureati in fuga tra il 1996 e il 2000 erano 2700 all’anno. Una quantità che potrà essere senz’altro aumentata nel frattempo, diciamo anche 30 mila, ma è davvero un mistero capire come la cifra dei «cervelli in fuga» sia potuta arrivare a 2 milioni, come più volte è stato ribadito negli ultimi tempi. Almalaurea, infatti, che è il data base più attendibile su questi temi, non offre alcuna chiarificazione.

La “fuga” c’è, e si vede tra i laureati e tra i loro fratelli maggiori, e non viene compensata in maniera significativa dall’altro polo dell’equazione, stabilita dalla sociologia britannica in questi casi: non c’è il “ritorno” dei cervelli – che pure l’ex ministro dell’istruzione cercò di praticare con un’apposita legge dagli esiti ridicoli – e nemmeno l’acquisizione di”nuovi” cervelli stranieri, l’importazione dei quali è ridotta al minimo. Il “brain gain” italiano, ammesso che esista, è l’ultimo nella classifica dei paesi Ocse.

La mancanza dei dati o meglio, il loro uso parziale ed artificioso, ha autorizzato ogni forma di speculazione a sfondo politico. C’è chi, come la sinistra e i ricercatori precari, la usa per inventare una realtà parallela che lavora nel torbido, lì dove nasce il tipico sentimento italico dell’autocompatimento e della nostalgia, in un paese dove il futuro non è mai esistito. E c’è chi l’ormai dimissionario ministro della salute Ferruccio Fazio il quale sostiene, a ragione, che la “fuga dei cervelli” in atto è “fisiologica” e quindi non esiste. E’ solo un altro tentativo per nascondere il fatto che i tantissimi che partono fuggono alla tagliola del precariato che ha distrutto il lavoro della conoscenza in Italia.

E chi resta?

Non c’è risposta a questa domanda, oggi, in Italia. Il Quinto Stato è un corpo morto, che non parla e non è nemmeno meritevole di una citazione. Resta in silenzio, se ne parla con compatimento per i 2,2 milioni di “giovani” inattivi (i Neet: quelli che non studiano nè lavorano), oppure con le storia strappalacrime dei ricercatori che non hanno una ricerca pagata (centinaia di migliaia). O più in generale con la retorica desolante, e fondamentalmente ipocrita, sul precariato. Una vita nuda destinata all’estinzione o all’implosione.

Alla fine del pranzo, nel suo inglese forbito, Marchen mi ha chiesto: e se il problema non fosse la fuga dei cervelli, ma la loro furia?